Terrorismo: "Tutti pensano a Parigi, ma per i morti in Libia nessuno alza un dito"

Le voci raccolte in un bar alla periferia di Milano, dove cinque immigrati islamici commentano quanto è accaduto nella capitale francese, con qualche faticoso distinguo

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I pompieri di Parigi soccorrono uno dei feriti gravi in seguito all'attentato alla redazionedi Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 – Credits: Getty Images

Carmelo Abbate

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Tarek: «I terroristi di Parigi sono degli infiltrati che hanno agito per mettere in cattiva luce la religione musulmana, guarda caso in un periodo in cui tante donne in Italia e in Europa si convertono all’Islam». Faris: «I terroristi erano francesi, come i morti ammazzati. È un problema della Francia, cosa c’entra l’Islam?» Ahmed: «Hanno ucciso dieci persone e si ferma il mondo, per tutti i morti in Libia nessuno alza un dito». Adel: «Tu hai mai sentito un musulmano offendere Gesù Cristo? Allora perché voi non fate altro che insultare il profeta Mohammed». Maghid: «Parliamoci chiaro, tu pensi davvero che dietro l’11 settembre c’è Osama Bin Laden?»

Sono alcune delle voci emerse durante una conversazione alla quale abbiamo preso parte in un bar di Milano, seduti davanti a un caffè per soli uomini, in una atmosfera distesa, tra amici che nel momento in cui passa una donna, vestita come ci si può vestire all’esterno con una temperatura vicina allo zero, si danno di gomito: guarda quella troia.

Una premessa. Il nostro obiettivo era quello di capire cosa pensano i musulmani italiani degli attentati di Parigi e dei terroristi che ammazzano in nome dell’Islam. Potevamo prendere le dichiarazioni delle frange più estremiste pubblicate in rete, dove impazzano manifestazioni di giubilo per i martiri che hanno vendicato la grave offesa dei vignettisti infedeli contro il profeta Maometto. Potevamo intervistare i portavoce delle comunità islamiche, per replicare le solite dichiarazioni, buoniste quanto poco utili, sui delinquenti che non hanno nulla a che vedere con la loro religione, che predica pace, amore e vita, non morte. Abbiamo scelto un’altra strada, abbiamo telefonato a qualche amico egiziano, tunisino, ci siamo aggregati e abbiamo passato un po’ di tempo tra musulmani che vivono a Milano, hanno una famiglia, un lavoro, una vita di relazione. Senza chiedere cognomi, dati anagrafici e numeri di telefono, senza fare troppe domande, senza pretendere di convincere, correggere, condannare. Ma per ascoltare.

 


Adel è arrivato in Italia da pochi mesi, con un barcone, non ha documenti e neppure tempo per interessarsi di quello che è successo in Francia. La sua priorità è il lavoro: «Sono preoccupato, negli ultimi giorni la gente mi guarda male, soprattutto quando prendo l’autobus. Ora sono molto preoccupato per il futuro, nessuno mi darà più un lavoro». Intanto lo aiuta il suo amico Ghalib, che lo ha accolto a Milano e gli passa i soldi per le sigarette: «Quel giornale aveva fatto una cosa brutta contro noi musulmani, io mi sono sentito offeso. Se uno offende mio padre, io non prendo il bastone e lo ammazzo, ma vado da lui, ci discuto, gli chiedo il motivo, alla fine dobbiamo decidere chi ha ragione e chi ha torto. Nel caso del giornale mi procuro l’indirizzo email, gli scrivo, mi lamento, poi vado a Parigi, chiedo e pretendo delle risposte e cerco di convincerli che è una cosa sbagliata».

Tarek ha circa 35 anni, al suo paese faceva l’avvocato, a Milano è diventato pizzaiolo, ha scoperto la bella vita e le donne, dice che le italiane sono attratte dagli islamici e dall’Islam, vogliono convertirsi, sono in tante, e chi ha fatto questo casino voleva bloccare questo processo: «Una mia amica, cristiana, praticante, dopo lunghe conversazioni si è appassionata, è andata a trovare un imam e, senza dirmi nulla, ha iniziato a frequentare una moschea. In questi giorni però la vedo impaurita».

Ahmed fa il muratore con la laurea egiziana, ha le idee chiare e va subito al sodo: «Nei paesi arabi scoppia una bomba ogni giorno, e i morti ammazzati non si contano più. Qui hanno ucciso dieci persone e si ferma il mondo. Perché nessuno parla dei morti in Libia? È stata la Francia a cominciare, è andata in Libia e ha fatto un casino. Perché? Adesso noi siamo qui seduti al caldo, parliamo di quattro morti in Francia, ma se andiamo in Libia troviamo bambini che muoiono di freddo in mezzo alla strada. Però nessuno ne parla, perché?»

Anche Adel, più grande degli altri, fa molte domande, ma conosce già le risposte. «Hai mai sentito un musulmano offendere Gesù Cristo o altri profeti? Perché voi non smettete di insultare Maometto?». Charlie Hebdo ha fatto vignette anche sul Papa e la religione cattolica, ma nessuno di noi si sogna di ammazzare, e neppure si sente offeso. «Tu non ti offendi perché non te ne frega nulla della tua religione». Non è vero. «Quante volte al giorno preghi?». Nessuna. «Fai l’elemosina alla gente per strada?». No. «Offri i tuoi soldi ai poveri?» Certo, in un modo diverso dal tuo. «Tutte scuse, la mia famiglia è composta da sei persone, prima della fine del Ramadan ognuno mette 7 euro, io li raccolgo e li porto in moschea per tutti i poveri del mondo. Ecco la differenza tra noi e voi: della vostra religione non ve ne frega niente».

Maghid pensa sia tutto una questione di politica, nulla a che vedere con la religione: «I paesi occidentali la devono smettere di immischiarsi nei fatti dei paesi arabi. Tu non andare in Libia e in Iraq ad ammazzare gente e vedrai che i casini in Francia non succedono più».

A tarda sera, rimasti soli con Tarek, l’avvocato pizzaiolo, facciamo l’unica sconsolata domanda: tu pensi che con tutta la buona volontà da parte delle istituzioni, l’integrazione di un musulmano in Italia sia possibile? «Non del tutto, è impossibile, siamo troppo distanti. Un mio amico vive in Italia da 30 anni, ha sposato un’italiana, ha due figlie adolescenti, ha un negozio di alimentari. La moglie non può uscire con le amiche, le figlie non possono bere alcol o mangiare carne di maiale. Se sbagliano, le picchia, pure la moglie». Tu sei fidanzato? «Sì». Lei è italiana? «Sì». Può uscire con le amiche? «Sì». Amici? «No, niente uomini». E chi ti garantisce che una volta fuori con le amiche poi non ci siano uomini? «Ho il numero di telefono di tutte, le chiamo il giorno dopo con una scusa e scopro la verità». E in quel caso che fai? «La mando a fanculo». Lei può andare in discoteca? «Con me sì, da sola non la mando a trombare in quei posti». Tu vai in discoteca? «Un paio di volte l’anno». E che fai dentro una discoteca? «Bevo e acchiappo, non sono mai uscito da solo a fine serata, una donna la rimedi sempre».

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