Strage di Capaci
Cronaca

La strage di Capaci: cosa è accaduto 25 anni fa

Attimo dopo attimo i fatti di venerdì 23 maggio 1992 fino all'esplosione delle 17,56 al chilometro 5,7 della A29 in direzione Palermo

È venerdì 22 maggio 1992. A Roma è una giornata afosa, non si respira. Sono le 11:30. Il centro storico, in via Arenula, è invaso da una calura insopportabile. Le persiane delle abitazioni e degli uffici, che si affacciano intorno al lungotevere de’ Cenci sono tutte dello stesso colore: un opprimente grigio cenere.
Il sole che aveva fatto capolino, ora non c’è, ha lasciato spazio alla cappa di aria cenerognola. Livida. Ai piani alti del ministero di Grazia e Giustizia, l’aria afosa e greve si mescola a quella delle carte delle scrivanie. Un odore acre e pungente che arriva alla gola. Le fotocopiatrici e fax roventi, sempre accesi, sfornano atti e documenti. Solo in una stanza, si respira. Il grigio plumbeo, non riesce a contagiarla.
Appena si entra, c’è un angolo dedicato a papere e paperette, di ogni tipo e forma; legno, ceramica, plastica. Una piccola collezione, portata apposta da Palermo a Roma. Catturano occhi e anima. Piccoli arcobaleni. L’aria lì dentro, profuma di sole, di agrumeti siciliani, contagia!

 

Squilla il telefono. Giovanni, l’uomo dal viso morbido, radioso e con i baffi, alza la cornetta e continua immerso nella lettura delle sue carte.  “Pronto?”. “Giovanni, amore mio, so che sei impegnato. Ti telefono per dirti…”. Falcone, risponde, “ciao, gioia mia. Sono in compagnia delle solite carte. Come mai questa voce! È successo qualcosa?”.

“No, no. Volevo. Ehm…so che ci tieni tanto alla Mattanza di Favignana. Ma ho ricevuto poco fa una telefonata. Il Presidente della commissione d’esame per uditori giudiziari, ha convocato una riunione all’improvviso per le 14:00”.
“Quando?”.
“Amore mio, per domani!”.
“Ma abbiamo organizzato tutto! Partiamo alle 14:00. C’è la barca che ci aspetta a Favignana!”.
“Giovanni, l’ho saputo ora. È una riunione urgente. Non posso mancare. Dobbiamo rimandare la partenza di oggi a domani. Appena finisce il corso andiamo a Palermo. Mi spiace!”.
“Ma questo Presidente, non ha nulla da fare il sabato che convocare riunione di urgenza? Va bene! È inutile prendersela. Vorrà dire che il prossimo anno, la vedremo con calma! Faccio un paio di chiamate per spostare i programmi. Leggo ancora queste carte. Poi, chiamo Piero per avvertirlo. Ci vediamo dopo. Bacio a stasera!”. “Grazie Giovanni. Sono mortificata. Mi ha chiamato cinque minuti fa…ti prometto che il prossimo anno sarà diverso.  Ricordati Piero e Giuseppe (Ayala n.d.r.), altrimenti, aspettano invano di partire da Ciampino. A stasera”.
“Sì, sì, comunico il nuovo programma, leggo ancora queste carte, poi telefono a Piero (Grasso ndr)". Che viene avvertito quaranta minuti dopo.                 

Successivamente dirà: “Il programma prevedeva che partissimo venerdì 22, alle 14, ma, Giovanni mi chiamò per avvertirmi che la partenza era stata spo­stata al giorno dopo per aspettare sua moglie Francesca, la quale nella mattinata di sabato doveva partecipare a una riunione, convocata all'ultimo momento dal presidente della commissione d'esame per uditori giudiziari, di cui faceva parte.
Risposi a Falcone che lo ringraziavo, ma che se fossi riuscito a trovare un posto su un aereo di linea sarei partito prima: il caso volle che riuscissi a conquistare l'ultimo posto disponibile, incerto fino al momento dell'imbarco, in quanto riservato ai parlamentari. Conservo ancora oggi il ta­gliando di quel check-­in: imbarco alle ore 19.40 del 22 maggio, posto 1 L”.
Falcone comunica il cambio di programma a pochissime persone e in una manciata di ore. Tutte, in seno ai vertici istituzionali.

L’ULTIMO VOLO: L’ITALIA INSANGUINATA
Ore 16:50. Un jet Falcon dei servizi segreti, il 23 maggio decolla da Ciampino con a bordo il giudice e la moglie Francesca Morvillo. Tempo di volo: 53 minuti. Destinazione: Palermo, aeroporto di Punta Raisi. Alle 17:45 l’aereo atterra nella pista. Ad attendere il magistrato e la moglie ci sono tre Fiat Croma blindate, sei agenti di polizia e l’autista Giuseppe Costanza.
Le auto corazzate pesano oltre 2000 chili l’una, parcheggiate e allineate a mo’ di protezione verso la scaletta del jet. Ma pronte ad avere una via di fuga, in caso di pericolo.

Antonio Montinaro, 30 anni, è guardingo come sempre. Impugna la pistola 7,65 sotto il giubbotto antiproiettile e si dirige verso l’aereo. È il caposcorta. Ha lavorato tanti anni nella Omicidi della Squadra Mobile di Palermo. Sa che questi sono gli istanti più delicati.  
Per avere più visuale senza zone d’ombra, fissa un punto, così ha tutto sotto controllo.

Francesca e Giovanni scendono dalla scaletta in fretta. Montinaro è concentratissimo. Anche gli agenti hanno l’adrenalina a duemila. Attimi concitati. Ultimi passi del magistrato verso l’auto e tutto fila liscio. Non c’è alcun problema.
Falcone, dopo aver salutato tutti i suoi uomini, con un cenno di mano, dice all’autista di voler guidare. Giuseppe Costanza gli passa le chiavi.
Era una consuetudine che Falcone, quando tornava da Roma, insieme alla moglie, volesse guidare lui.

Il magistrato prende posto nella Croma bianca, targata Roma 0E4837. Francesca si siede accanto a lui. Costanza, invece nel sedile posteriore. Il corteo parte. In testa alla scorta, c’è la Croma marrone con alla guida Vito Schifani, 27enne siciliano. Accanto e dietro i pugliesi Antonio Montinaro e Rocco Dicillo entrambi della stessa età, 30 anni. La terza auto, di colore turchese, alla coda, con tre agenti di scorta: Angelo Corbo, 27 anni, Paolo Capuzzo e Gaspare Cervello tutti e due 31enni.   

A organizzare e pianificare i movimenti della scorta sul territorio palermitano è Arnaldo La Barbera, dirigente della Mobile del capoluogo siciliano, dopo il fallito attentato all’Addaura, del giugno del 1989.
Sono le 17:50 e il corteo di blindate entra nello svincolo dell’autostrada A29 Palermo-Punta Raisi, che da Trapani va a Palermo. La campagna siciliana sfila ai lati con i suoi colori di maggio. Il sole taglia di traverso i finestrini.
Alle 17:53 il corteo di blindati si  avvicina a Capaci. Viaggiano a 130, 140, 150 chilometri orari.

La Croma bianca, per un nanosecondo diminuisce la velocità. È l’autovettura che guida Falcone. Il giudice si era distratto un attimo, parlando con Francesca. Questo provoca il ritardo di una manciata di secondi. Sono le 17:56 e 48 secondi, A29 direzione Palermo chilometro 5,6.

Giovanni Brusca, il carnefice, il macellaio di San Giuseppe Jato, Palermo, braccio destro di Riina, aziona il telecomando e 500 chili di tritolo scoppiano al passaggio delle auto.
L’Apocalisse. L’inferno. Il boato è enorme... tremila metri quadrati di terra divelta. Amputate vite e sogni.

Un vigile del fuoco, accorso subito, vedendo la scena esclama: “Miii, la bomba atomica ci misero!”.

La Croma bianca, un blindato di due quintali, fa un volo di oltre 200 metri. La deflagrazione è così violenta che provoca onde d’urto. Sette auto travolte dallo tsunami di asfalto e terra. L’Osservatorio geofisico del monte Cammarata, nell’hinterland agrigentino, registra l’esplosione dai sismografi, a ben centosei chilometri di distanza da Capaci. È un’ecatombe di lamiere.

L’autostrada divelta. Un cratere di un vulcano. Venti metri di diametro.
Corpi straziati e pezzi d’asfalto ovunque. Sangue dappertutto.
La Croma marrone, viene colpita in pieno dall’esplosione. Inghiottita dal cratere e poi scaraventata dall’altra parte dell’autostrada. Verso il mare, in un campo di ulivi.

I soccorritori troveranno la macchina solo alla sera. I tre agenti: Schifani, Dicillo e Montinaro muoiono carbonizzati sul colpo. I loro resti, per l’onda d’urto vengono ritrovati a un centinaio di metri dal luogo della deflagrazione, fusi insieme ai detriti d’asfalto.

L'esplosione investe direttamente la prima vettura e con meno violenza la seconda, quella condotta da Falcone, con a fianco la moglie e l'autista Costanza sul sedile posteriore.
Nei momenti immediatamente successivi alla tragedia l'agente Corbo e i suoi colleghi che si trovano sulla terza auto, nonostante siano rimasti feriti, cercano di portare soccorso all’auto guidata da Falcone. La Croma bianca, guidata dal giudice, con a bordo Francesca e Costanza si schianta contro un iceberg d’asfalto. L’auto e i pezzi di cemento si alzano per una decina di metri. Francesca respira ancora. Lentamente, ma respira.

Ha le gambe quasi amputate dalle lamiere blindate che le hanno fatto da ghigliottina. Ha il ventre aperto. Viene estratta dai vigili del fuoco e trasportata d’urgenza  all’Ospedale Civico di Palermo. Muore dopo ore di agonia.

Giuseppe Costanza, l’autista, che era seduto nel sedile posteriore della Croma bianca, è gravemente ferito. Deve la sua vita al magistrato. Se la caverà con 30 giorni di prognosi.
Il corpo maciullato di Giovanni Falcone, ancora vivo viene sradicato a fatica dai vigili del fuoco in quel groviglio fuso di pezzi di carne, lamiere e detriti di asfalto.

Giovanni mostra di recepire con gli occhi le sollecitazioni che gli vengono dai soccorritori.
Si muove sbattendo ripetutamente la testa contro lo sterzo.
Ha il viso rivolto verso la moglie. I suoi occhi guardano Francesca.

Portato in Neurochirurgia al Civico di Palermo, muore per arresto cardiaco poco dopo aver raggiunto il reparto.

Dieci feriti gravi: i tre agenti di scorta che erano alla guida della Croma turchese e alcuni automobilisti di passaggio, fra cui due austriaci che percorrevano l’autostrada in senso opposto.

Nel carcere dell’Ucciardone molti criminali, e nel quartiere di Altarello a Palermo, Riina, Provenzano, Brusca e altri boss brindano alla morte del giudice Falcone con champagne.

Il delirio del Male. Uomini e donne comuni piangono a dirotto. Disperazione. Dolore. Lo strazio d’Italia. Lo Stato sembra vacillare. È ferito al cuore. I tg interrompono i palinsesti per dare l’edizione straordinaria.
I siciliani, gli italiani tutti sono in lutto. È un inferno. Le linee telefoniche e l’energia elettrica saltate. I vetri delle ville e dei palazzi, nel raggio di un chilometro vanno in frantumi.
Una grande nuvola nera avvolge tutto e tutti.  
Giovanni, Francesca, Antonio, Vito e Rocco amavano la vita.

E per svellere, per eliminare il nemico numero Uno di Cosa Nostra, la mafia ha dovuto far esplodere 500 chili di tritolo, sradicare tremila metri quadrati di terra, d’asfalto, di acciaio.
Ha carbonizzato i ragazzi che scortavano con dedizione e servizio di Stato e per lo Stato e ucciso una moglie oltre che ferire altri automobilisti, italiani e stranieri.

STRAZIO, LACRIME E RABBIA
Camera ardente a Palazzo di Giustizia a Palermo e poi i funerali al Duomo. Stesso clima. Strazio e rabbia. Il 24 maggio le più alte cariche dello Stato lasciano Roma e giungono nel capoluogo siciliano. Un corteo di 30 auto a sirene spiegate raggiunge il Palazzo di Giustizia dove, al di là di un muro di gente, le cinque bare sono allineate. Le autorità politiche vengono accolte tra urla, sputi, monetine e insulti.

Lo Stato entra scortato perfino nel retro della cattedrale di San Domenico. I ministri si devono nascondere anche in chiesa.
Fischi e grida. La rabbia dei poliziotti cresce insieme al disgusto dei giudici.  

Giuseppe D’Avanzo scrive su La Repubblica il 25 maggio: "C’è il cappello blu della polizia sui feretri di Rocco Dicillo, Antonio Molinari, Vito Schifano, il berretto e la toga rossa e nera dei giudici di Stato sulle bare di Francesca Morvillo e Giovanni Falcone. La Repubblica italiana a Palermo non è morta di rabbia, non è morta di furore, non è morta di vergogna. È morta nell'indifferenza ("Chi muore giace, chi vive si dà pace") di una città assente fuori dalla camera ardente. È morta del disprezzo - un disprezzo cupo, solido, senza speranza - che ha accolto i poveri cristi e le facce di pietra venute a Palermo in nome della Repubblica italiana. Era un povero cristo Giovanni Spadolini, presidente della Repubblica supplente, quando alle 13,25 ha fatto il suo ingresso nel Palazzo…che apre il corteo delle autorità. C'è il ministro della Giustizia, Claudio Martelli; il ministro degli Interni, Vincenzo Scotti. Hanno il volto impietrito e cereo. Sono loro che hanno creduto in Giovanni Falcone, nella sua intelligenza, nella sua capacità di dare corpo ad una nuova strategia giudiziaria e investigativa. Eppure toccano a loro le monetine, le urla, gli spintoni. Per tutti c'è un solo grido: "Assassini". "Assassini, assassini". "Mafiosi, mafiosi". "Complici, complici". L'urlo sale, si gonfia dell'eco, si abbatte sul volto di Spadolini, Martelli e Scotti come uno schiaffo, come un pugno… I poliziotti si impossessano di una, due bare. Si sente dire: "Andiamo via noi, portiamoci i nostri morti in Questura". E' il parapiglia. Il feretro di Rocco Dicillo sale tra facce livide e occhi gonfi di lacrime. "Assassini, assassini". Vergogna”.

Rosaria Rosa, ha 22 anni con una bimba di quattro mesi. È la moglie di Vito Schifani. Aveva sentito in un’emittente locale dell’apocalisse. In ospedale ha voluto vedere il corpo carbonizzato e maciullato del suo uomo. I medici la imploravano di non farlo. Ma lei, è andata ugualmente. Voleva dare l’ultimo saluto al suo Vito, al suo amore. Ripete: “Era così bello, le sue gambe erano così belle. Come me lo hanno ridotto, Vito mio”. Spadolini le va incontro. Le accarezza il volto.
Rosaria piange a dirotto e dice:” Presidente, io voglio sentire una parola sola: lo vendicheremo. Se non puoi dirmela, presidente, non voglio sentire nulla, neanche una parola”. Spadolini si sente smarrito. Non dice nulla e si allontana in silenzio.

Le parole che poi Rosaria, pronuncia ai funerali, il giorno dopo, fanno presto il giro dei notiziari per la lucidità che ne traspare. Parla aggrappata al microfono. Ha davanti cinque bare allineate.
Dentro, i corpi straziati del suo Vito e delle altre vittime del massacro di Capaci. Nella basilica di San Domenico, le parole di Rosaria, una donna così esile ma sorretta da una grande forza, aprono i cuori di tutti infondendo dignità al più atroce degli sfregi.
“Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato..., chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di  perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...Ma loro non cambiano... [...] ...loro non vogliono cambiare...Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore…”.

L’esile donna sviene. La folla trema per lei. Nel frattempo il cardinale Salvatore Pappalardo inizia l’omelia e rincara la dose.
Tuona con l’anatema più duro della Bibbia: "A me la vendetta, proclama il Signore". Bolla i mafiosi come altra cosa rispetto alla comunità dei figli di Dio e li colloca, senza tanti giri di parole nella "Sinagoga di Satana".
La gente applaude.
Il cardinale, guarda le autorità presenti. Le scruta, poi si scaglia contro chi ha tradito Falcone e chiede: “Ma è certamente motivo di particolare sgomento l’aver appreso che il giudice Falcone si muoveva in via e con mezzi che dovevano rimanere coperti dal più sicuro riserbo. Chi li conosceva? Chi li ha rivelati ai nemici dei giudici? Mandante ed esecutori!”.

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