Cronaca

Hotspot per migranti: cosa sono e perché l'Italia ne rimanda l'apertura

I centri dove si identificano e registrano coloro che sbarcano per decidere chi ha diritto all'asilo e chi no saranno avviati solo quando il governo avrà le garanzie su rimpatri e relocation

Profughi libici

Migranti al "Temporary Permanence Centre" (CPT) di Lampedusa, 17 gennaio 2015 – Credits: ALBERTO PIZZOLI /AFP /Getty Images

Ieri Angela Merkel è stata chiara ed esplicita: Italia, Grecia e Ungheria devono aprire al più presto gli hotspot.

Dall'Italia invece è arrivata una frenata: prima servono garanzie sui rimpatri e relocation; inoltre, il governo starebbe pensando a un rilancio dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) che sembravano in via di graduale dismissione.

L'hotspot di Lampedusa
E così l'apertura a Lampedusa del primo hotspot, inizialmente prevista per il 17 settembre, slitterà.

Cosa sono gli hotspot
Con hotspot si intendono i centri dove le forze dell'ordine italiane, assistite da funzionari delle agenzie europee Easo, Frontex ed Europol, dovrebbero distinguere tra chi ha diritto all'asilo e chi invece va rimpatriato. Quest'ultimo numero si annuncia massiccio e, considerando le difficoltà di organizzare i voli di rimpatrio, è sul tappeto la soluzione Cie, caldeggiata dai vertici della polizia. Queste strutture accolgono ora soltanto circa 400 persone e potrebbero essere potenziate per consentire di trattenere gli irregolari in attesa di essere rinviati in Patria.
Negli hotspot i funzionari svolgeranno le operazioni di identificazione, registrazione e rilevamento delle impronte digitali di chi sbarca.

 

Strutture già pronte
Dal punto di vista tecnico, alcune delle 6 strutture indicate per gli hotspot (presso i porti di Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani, Augusta e Taranto) sono già pronte per accogliere i funzionari europei.

Tra le ipotesi che circolano c'è anche quella di trasformare il discusso Centro per richiedenti asilo di Mineo (Catania) in hotspot. Qui, gli ospiti saranno trattenuti per un massimo di 48 ore.

Due mesi, almeno
Il ministro dell'interno Angelino Alfano ha indicato in due mesi il tempo necessario a far partire il meccanismo che, ha tenuto a sottolineare, "insieme agli hotspot deve tenere necessariamente insieme anche la distribuzione dei 24mila richiedenti asilo fuori dall'Italia, come definito ieri e i rimpatri dei migranti economici".

Se gli altri bloccano le frontiere, il flusso in Italia resta senza sbocchi
Il governo italiano vuole evitare di restare con il cerino in mano: costretto a trattenere i migranti nei centri come vuole l'Europa, senza che partano quelli destinati ai rimpatri e alla relocation.

In effetti, tenendo conto anche dei controlli alle frontiere ripristinati o minacciati da Germania, Francia ed Austria, il flusso che arriva in Italia rischia di non avere sbocchi facendo saltare un sistema d'accoglienza già al limite, con oltre 100mila ospiti.

E i 24mila eritrei e siriani da distribuire in due anni in Europa non bastano a risolvere la questione.

L'ok agli hotspot sarà quindi una decisione politica, probabilmente affrontata al vertice europee 22 settembre.

Presto un flusso verso Gorizia?
C'è poi un altro aspetto che preoccupa il Viminale. I profughi che si trovano bloccata la via dell'Ungheria potrebbero piegare verso i confini italiani.
Si sta così pensando di potenziare i posti di polizia alla frontiera nordorientale, Gorizia in primis.

Peraltro, visto il ripristino dei controlli doganali deciso da Austria e Germania e minacciato dalla Francia, si pone il problema di gestire i migranti che saranno respinti alle frontiere.

Anche in questo caso è stato deciso un rafforzamento delle forze dell'ordine con eventualmente il supporto di militari.

Il tutoraggio all'Italia
In passato Roma è stata più volte criticata dai partner europei per una certa "leggerezza" nelle procedure di identificazione, che ha portato a perdere le tracce di tanti profughi. Da qui la creazione degli hotspots con il "tutoraggio" degli esperti europei: una quarantina quelli di Frontex ed altrettanti di Easo.

Nei centri si divideranno i richiedenti asilo, che verranno canalizzati velocemente verso l'apposita procedura con esame rapido della domanda, e i migranti cosiddetti economici, cioè che non hanno diritto a richiedere la protezione internazionale. Questi ultimi saranno rimpatriati, a spese dell'Europa, secondo la richiesta italiana. Così funzioneranno gli hotspots nelle intenzioni della Commissione europea.

Perchè è più difficile di come sembra
La realtà sul campo rischia però di essere più complessa. I dati della polizia indicano che un migrante su tre rifiuta di farsi identificare ed il fotosegnalamento forzoso è tecnicamente impossibile. Inoltre, le leggi italiane impediscono di trattenere più di 12 ore gli stranieri che sbarcano. Il supporto degli esperti europei servirà a velocizzare al massimo i tempi di identificazione, ma probabilmente chi non verrà identificato e non potrà essere immediatamente rimpatriato dovrà essere trattenuto e solo i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) funzionano come strutture di detenzione.

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