Chi è Giuliano Poletti, ministro del Lavoro del governo Renzi

Contratti, aziende, rappresentanza sindacale, imprese: le cinque cose da sapere sul neoresponsabile del Welfare

– Credits: Giuliano Poletti, al centro, al Quirinale nel 2013 per le consultazioni con l'allora premier incaricato Pierluigi Bersani (credits: Massimo Minnella/Ansa)

Gianluca Ferraris

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Riduzione della giungla contrattuale, con poche tipologie in alcuni casi più flessibili ma tutele rafforzate rispetto a oggi. Crediti d’imposta significativi per chi assume. Rafforzamento della cogestione aziendale. Un sistema di welfare dove la partnership pubblico-privato non sia più un tabù. Incentivi per l’imprenditoria giovanile e femminile, per quella innovativa e per le aggregazioni tra piccole e medie aziende. Una forte accelerazione al rimborso dei debiti da parte della pubblica amministrazione. La tutela del lavoro italiano. Potrebbe essere questo, in pochi punti, il programma di governo di Giuliano Poletti, neoministro del Lavoro e delle Politiche sociali. 

Bolognese, 53 anni, sposato e padre di due figli (con i quali condivide la passione per la pallamano, tanto da aver ricoperto la carica di vicepresidente vicario della Federazione nazionale), dal 2002 guida Legacoop e dal 2013 Adc, l’alleanza nata tra cooperative rosse e bianche alla testa della quale ha preso il posto di Luigi Marino, sbarcato lo scorso anno al Senato con Scelta Civica. Di quel mondo, non c’è dubbio, Poletti porterà in dote nelle stanze chiave dell’esecutivo un approccio differente, perché differente è la sua formazione: molta economia reale e pochi salotti buoni (anche se la sua Legacoop li ha sfiorati ha più riprese, prima nel 2005 con il tentativo di scalata a Bnl tramite Unipol, poi nel 2011 con la creazione di una cordata italiana capeggiata da Granarolo che ha conteso ai francesi di Lactalis il takeover su Parmalat).

Ecco alcuni dei suoi pallini in tema di welfare, così come li descrisse nel 2011 intervistato dal settimanale Panorama Economy e nel 2013, in occasione delle consultazioni con l'allora premier incaricato Pierluigi Bersani.

Politica economica. "Le priorità per il prossimo ministro dell'Economia, chiunque sia, dovrebbero essere tre. Tre priorità che non hanno colore ma che sarebbero fondamentali per far ripartire il tessuto produttivo italiano. Pagamento immediato dei debiti delle pubbliche amministrazioni alle imprese ormai allo stremo; allentamento del patto di stabilità interno; adozione di un piano di politica monetaria che vincoli la provvista Bce ad un impiego di queste risorse per le esigenze di credito e liquidità delle imprese, in particolare delle Pmi e delle cooperative".

Contratti e tutele. “Le tutele vanno accresciute a tutti i livelli, ma alcune delle attuali norme scoraggiano la crescita delle imprese più piccole e penalizzano quelle più grandi, finendo per non fare un favore ai dipendenti di nessuna delle due. In alcuni casi servirebbe più flessibilità, ma ciò non significa minori tutele, solo la possibilità di poterle estendere a tutti più gradualmente, per accompagnare crescita aziendale e individuale agevolandole, proprio come accade nelle coop. La parte più rilevante degli aumenti salariali dovrebbe venire dagli accordi aziendali e territoriali incardinati sul parametro della produttività, firmati seguendo criteri di rappresentanza reale: a patto di riuscire a estendere contrattazione e diritti a tutti i lavoratori, atipici compresi. Anche nel loro caso i contratti sono troppi”.

Cogestione. “Io credo che ora più che mai ci sia bisogno di cinghie di trasmissione forti tra cittadini, welfare, capitale e politica. Se in Inghilterra Cameron e Clegg, due conservatori, parlano di big society con il sociologo Philip Blond, se in Germania si ipotizza di allargare il sistema della cogestione agli enti locali, perché proprio l’Italia, che ha nella mutualità uno dei pilastri economici e territoriali da 150 anni, dovrebbe decretarne la fine?”

Partnership pubblico/privato. “Occorre un welfare più efficiente. L’orientamento delle amministrazioni di esternalizzare sempre più servizi, dagli asili all’assistenza medica passando per la copertura delle buche e la gestione delle utilities, si scontra con la richiesta sacrosanta che questi servizi restino a misura di cittadino. Stato ed enti locali dovrebbero creare le condizioni perchè questo avvenga, sgravando se stessi da un compito che per lui si fa sempre più difficile e creando nel frattempo occupazione e reddito”.

Incentivi. “Il governo dovrebbe stare vicino a chi ci prova, sempre. Non servono incentivi a pioggia, bensì diretti a chi investe in direzioni utili a rimettere in moto alla crescita: ricerca e sviluppo, cultura, innovazione, made in Italy, imprenditoria giovanile e femminile, dall’agroalimentare al manifatturiero, ex dipendenti di aziende in crisi che si mettono in proprio”.

Aggregazioni. “Le reti di impresa e di filiera sono un’altra ricetta imprescindibile per risollevare le nostre Pmi e andrebbero incentivate, soprattutto dal punto di vista della fiscalità. Qui noi siamo tra i pochi in Europa a non dover partire da zero: se quel processo di «aggregazione dal basso» si realizzerà, saremo in grado di fare sistema in molti settori cruciali. Magari dando vita a qualche nuova multinazionale tascabile”.

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