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Investimenti, primo stop al piano Juncker

Il fondo europeo per le opere pubbliche partirà (forse) a settembre. Sfumano i 100 miliardi in infrastrutture previsti nel 2015 anche perché i privati...

C’è un conflitto strisciante che oppone due poteri forti europei: Werner Hoyer e Jean Claude Juncker. Il primo è il presidente, tedesco, della Bei, la Banca Europea degli Investimenti mentre il secondo è il presidente della Commissione che ha dato il proprio nome a un fondo che dovrebbe mobilitare oltre 300 miliardi di investimenti pubblici nei prossimi tre anni: il famoso “Fondo Juncker”. Pochi giorni fa Hoyer è stato contretto a stigmatizzare (e lo ha fatto su un giornale tedesco) le lentezze della Commissione Ue che, dopo averne affidato alla Bei la gestione, non riesce a scrivere i regolamenti di funzionamento del fondo stesso.

Sembra un affare da euroburocrati, e in parte lo è, ma lo slittamento dell'avvio effettivo del fondo da giugno a settembre ha ripercussioni anche sugli investimenti per i quali l’Italia ha chiesto soldi. Il rinvio significa, infatti, che per il 2015 i 100 miliardi di investimenti promessi non ci saranno e, quindi, che i 228 miliardi di euro di lavori pubblici che l’Italia ha chiesto al Fondo Juncker di co-finanziare non verranno co-finanziati se non in minima e trascurabile parte.

Il fatto è che Juncker, proprio sulla base della promessa di investimenti per 100 miliardi l’anno per tre anni, è riuscito a vincere la gara per la conquista della Commissione europea e che, sempre grazie a quella promessa, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha potuto sbandierare il risultato di aver fatto cambiare atteggiamento dell’Europa verso gli investimenti pubblici grazie alla sua presidenza di turno dell'Europa. Attualmente il fondo Juncker costiste in una dotazione di 21 miliardi di euro dei quali solo 5 sono “soldi veri” messi in campo dalla Bei stessa mentre gli altri 16 sono impegni di spesa della Commissione europea la quale si è impegnata a stanziare quei soldi in un apposito capitolo del bilancio. Questi 21 miliardi sono custoditi in un fondo provvisoriamente chiamato Feis che fa capo proprio alla Bei.

A causa del ritardo nella scrittura dei regolamenti, questo fondo potrebbe essere utilizzato al massimo per 15 miliardi quest’anno. A dicembre Juncker ha ipotizzato che i privati avrebbero partecipato a questo grandioso piano di investimenti e proprio grazie al loro intervento quei 21 miliardi si sarebbero “magicamente” trasformati in 100 miliardi di investimenti complessivi. Ma questo, come detto, non potrà avvenire perché senza regolamenti attuativi il fondo perde 9 mesi su 12 di operatività. Quelli investiti nel 2015 saranno al massimo 75 miliardi. Ma forse anche questo obiettivo sarà mancato.

Il fondo Feis è sì gestito dalla Bei, ma non pesa sul suo bilancio. Significa che le eventuali perdite del fondo non andranno ad intaccare il patrimonio della banca, pari a 243 miliardi (rispetto a prestiti di 550). Questa separazione dal bilancio della banca è utile in quanto in questo modo il fondo può sostenere progetti particolarmente rischiosi, con un’alta probabilità di fallimento: se capitale e interessi non verranno ripagati il patrimonio della banca non ne risente. Una buona idea, visto che in questo modo l’Europa può finanziare progetti infrastrutturali in luoghi non attraeneti economicamente. Ma anche una pessima idea che rischia di non far decollare mai davvero il piano. Quale privato investirebbe in opere pubbliche ad alto rischio di fallimento?

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