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I danni delle sanzioni alla Russia per il made in Italy

1,3 miliardi in fumo da agosto a dicembre, senza contare vendite indirette e turismo. Soffrono automotive, alimentare e abbigliamento

Proteste contro Vladimir Putin in Ucraina – Credits: SAEED KHAN/AFP/Getty Images

Se la diplomazia procede in genere per sentieri tortuosi e tempi lunghi, l’economia invece bussa subito alla porta. È quel che sta accadendo a tante imprese italiane alle prese con le sanzioni europee alla Russia. All’inizio del conflitto con l’Ucraina si pensava che i problemi maggiori avrebbero riguardato le forniture di gas. Ma ben più gravi si sono rivelate le ripercussioni sull’andamento del nostro export. Da agosto a dicembre del 2014, secondo i dati Istat, è andato in fumo circa 1 miliardo e 300 milioni di ricavi, pari all’11% delle esportazioni italiane in Russia. E questa non è che una parte del danno, perché nel conto non sono comprese le vendite indirette, quelle di prodotti italiani riesportati in Russia da altri paesi, e soprattutto non è considerato il turismo.

La cosa paradossale è che le conseguenze di questa situazione colpiscono più l’Italia delle nazioni che hanno sostenuto con maggior forza la linea dura verso Vladimir Putin. “Le sanzioni europee” spiega Sergio Russo, fondatore della società di certificazione Gost Standard “hanno un effetto relativo, in quanto non toccano lo spazio commerciale chiamato Eurasec, l'unione doganale fra la Russia e i suoi vicini Bielorussia e Kazakhstan. Chiunque può consegnare merci in questi paesi per poi farle arrivare in Russia”. Il problema sono dunque le ritorsioni con cui il Cremlino ha reagito alle misure europee, mirate soprattutto ai beni di consumo più facilmente sostituibili.

Ed è qui che l’Italia subisce i colpi più duri. Negli ultimi 4 mesi del 2014 il settore automotive, ossia ricambi e attrezzature per auto, ha perso il 45,4%, i prodotti agricoli il 25,8%, l’abbigliamento il 15,2%. Quest’ultimo non è soggetto a embargo, ma cambia poco vista la rovinosa caduta del rublo che secondo la maggior parte degli osservatori è anch’essa parte (attraverso il crollo pilotato del prezzo del petrolio) del confronto planetario in corso. “A peggiorare le cose” spiega spiega Cristian De Nadai, consulente che lavora da anni per le imprese italiane esportatrici in Russia “c’è poi la cronica mancanza di informazioni dei nostri imprenditori. Pochi giorni fa ne ho incontrato uno che aveva rinunciato a vendere i suoi prodotti credendo che fossero sanzionati mentre non era vero”.

Altro elemento che rende le imprese italiane più vulnerabili delle altre è la loro minore presenza sul suolo russo, perché chi produce in loco non subisce ovviamente sanzioni né in un senso né nell’altro. Gli italiani in Russia non sono affatto pochi (circa 16 mila, concentrati soprattutto fra Mosca e Pietroburgo) e alcuni si cimentano anche come imprenditori, in particolare nell’agroalimentare. Ma è chiaro che se uno produce mozzarelle o prosciutti con materie prime locali è difficile parlare di prodotti italiani, anche perché nel giro di qualche anno è sicuro che i russi faranno da sé.

Le conseguenze commerciali di questo scenario non sarebbero facilmente sanate neppure se lo scontro crudele e sanguinoso in atto fra russi e ucraini si risolvesse per miracolo nel giro di qualche giorno. Questo vale in particolare per l’agroalimentare, che già ora subisce una durissima e sleale concorrenza ad opera dei prodotti del cosiddetto “italian sounding”, ovvero marchi che simulano una provenienza italiana (tipo “parmesan”, per intenderci) pur non avendo nulla di italiano. “L’effetto di sostituzione” spiega il direttore della Scuola di competizione economica internazionale di Venezia, Arduino Paniccia “è il rischio più preoccupante che corrono per le nostre esportazioni”. Perché quando si perde un cliente a favore di un prodotto meno pregiato ma più economico, è durissima farlo tornate indietro.

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