Libri

Paolo Nori, 'Strategia della crisi' - La recensione

Elegia del quotidiano e divagazioni sul presente e sul passato: un eterno periodo di crisi

Strategia della crisi

Strategia della crisi, particolare della copertina – Credits: Illustrazione e cover design di Stefano Maria Girardi

La prima cosa da fare quando si comincia a leggere un libro di Paolo Nori è abbandonarsi al ritmo della sua prosa. Orecchiabile, sincopato, avvolgente. Anche in Strategia della crisi, opera dal titolo parodisticamente giornalistico, non ha senso chiedersi se abbiamo di fronte un romanzo o un saggio, una biografia o semplicemente un solenoide di citazioni. Dentro il bordone del cantastorie underground troveremo prima o poi nascosta un'idea che sì, pensavamo proprio di averla già in mente ma ci mancavano le parole, o magari perfino l'impressione di essere sul punto di capire qualcosa, qualcosa di inspiegabile capace di portarci da qualche parte. 

Un discorso nel discorso del discorso

Manifesto della poetica di Paolo Nori è la citazione di Joseph Roth che introduce Le parole senza le cose (2016): "Avere in comune il presente è un legame più forte che avere in comune un modo di pensare". Su questa minima unità di condivisione si fonda la strategia di aprire sul presente una finestra di sbieco, anticonvenzionale, elevando il dubbio a categoria dello spirito. Qui Nori smaschera l'uso metastorico - cioè stereotipato, ambiguo, opportunistico - di una parola abusata del nostro tempo, e in fondo non solo del nostro: crisi. Una parola parassita, adoperata ad arte dal mondo del capitale finanziario ma che vive ormai in noi senza che ce ne accorgiamo, come spiega anche una corposa nota di Undici treni. Una parola da cui "siamo parlati". 

Fin dai titoli delle sezioni (Inizio - Divago - Continuo - Continuo ancora - Finisco) è indispensabile la complicità del lettore per seguire, con ironia, il flusso di coscienza dello scrittore-in-crisi. Che dopo qualche cenno biografico ("delle volte mi chiedo cosa succederebbe se passasse, la crisi") lascia libero campo alla divagazione concentrica, incorporando nel discorso passi di altri scrittori con predilezione per gli amati russi, recensioni proprie a libri altrui, relazioni a convegni (bellissima quella intitolata La zona, per la manifestazione Un centro per Auschwitz a Cracovia), stralci di poesie, memorie di famiglia, racconti, viaggi. Sempre fedele al motto per cui l'unica maniera per riuscire nell'impresa di scrivere un libro, ma in fondo non vale per qualsiasi lavoro al mondo?, è accettare e confessare la propria condizione di incapaci. 

Prendere o lasciare, ci sono pagine dove per il primo punto fermo bisogna aspettare la pagina dopo, altre dove si prende continuamente fiato. Ma questa lingua che spesso farfuglia in emiliano, e che mentre leggi par di sentirla parlare, questa lingua non aggressiva e venata di uno humour gentile mette a proprio agio, sia che disquisisca del niente sia di illuminazioni come quella di Pierre Bezuchov in Guerra e pace: "Ma la mia anima immortale, come fanno a tenerla prigioniera"? E proprio dentro la crisi della lingua italiana, affrontata a livello ministeriale con il supporto di docenti-scrittori come Paola Mastrocola, Nori affonda il bisturi dell'ironia rivendicando per la "più dadaista delle lingue romanze", secondo la geniale definizione di Osip Mandel'štam, la libertà di non rispondere "sissignora agli ordini di nessuno, neanche della presidente della Camera". 

I nostri difetti sono le cose più importanti che abbiamo

Così a poco a poco, e apparentemente parlando d'altro, esce allo scoperto l'infezione causata dalla parola parassita. Crisi dei mutui e della politica, crisi della giustizia e della religione, dell'amicizia e della poesia, dei maschi e delle femmine... Finché l'etichetta economico-depressiva inventata dalla società dei consumi viene ricondotta nell'alveo della radice esistenziale più tipica della condizione umana: le nostre debolezze. Come quando lo scrittore è sull'aereo per Mosca e gli viene da pensare: "ma non era meglio se stavo a casa?" In fondo, lo diceva anche Čechov in Uva spina che il dramma più terribile è quello dell'uomo contento della propria esistenza.

E poiché le libere associazioni sono contagiose, non so perché ma la Strategia della crisi mi ha fatto venire in mente una canzone di David Crosby, il leggendario californiano troppo pigro per coltivare a fondo il suo straordinario talento di compositore, troppo amante delle donne, degli eccessi e dei piaceri della vita, tutti nessuno escluso. "Ho creduto di aver visto qualcuno che sembrava / conoscere almeno in parte la verità", cantava in Laughing. "Mi stavo sbagliando, era solo un bambino che rideva nel sole". Una metafora limpida, pacifica, strategica per ricondurre ogni pretesa rivelazione alla dimensione umana delle cose di tutti i giorni

"Son quelle cose lì di quando sei piccolo", conclude Nori. Quelle di cui ci si vergogna. Ma non in questo libro, che scomoda Tolstoj e Vonnegut per dire ad esempio che il potere, a ogni latitudine, reca con sé depravazione e ingiustizia. E che c'è un solo, antichissimo mezzo per influire "sulla vita degli uomini perché divenga buona: vivere noi stessi una vita buona". Niente eroi, né massimi sistemi. Spesso la verità si nasconde negli interstizi, in quei momenti "che non l'avresti mai detto". In questo libro ne troverete un avvincente campionario: una Strategia della crisi alla portata di tutti.  

Paolo Nori
Strategia della crisi
Città Nuova
120 pp., 15 euro

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti