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Boris Pahor: "Io randagio di 101 anni che sono scampato al secolo sadico"

Scrittore sloveno sopravvissuto ai campi di concentramento, rifiuti editoriali, candidato al Nobel per la letteratura

– Credits: Boris Pahor, scrittore sloveno di 101 anni, foto di Ada Masella per Panorama

E’ un meraviglioso naufragio di 101 anni. «I fascisti mi hanno impedito di essere sloveno. I nazisti mi hanno condotto nei campi di concentramento. La malattia mi ha confinato in un sanatorio francese. La guerra mi ha portato a Bengasi». Legge ancora? «Scrivo ancora». Non ha il passo incerto del patriarca e neppure il bastone che gli corregge i passi nonostante sia un fagotto di ossa e una foglia di carne, uno stoppino che più si consuma e più si accende di luce e memoria. «L’anno scorso ho avuto un infarto».

E a Boris Pahor, un magnifico incrocio di scrittore triestino e sloveno, a volte gli scivolano giù i pantaloni che si tira su come facevano i fantastici magri della comicità, quelli che si servivano del corpo per provocare la risata. «Mi peso continuamente anche se non riesco a leggere le cifre sulla bilancia. Adesso peso 52 chili prima ne pesavo 49». Nell’editoria degli esordi letterari e che trova talenti destinati alla mortalità ogni mese, il suo lavoro più alto Necropoli, pubblicato nel 2007 da Fazi, è un libro che l’Italia ha recuperato ma non ha scoperto. «I miei libri sono sempre usciti con ritardo». Forse è uno scrittore ostico? «Sono uno scrittore serio». Quindi ostico. «Il mio primo libro italiano venne pubblicato non da un editore ma dal consorzio culturale monfalconese. Capisco gli editori italiani: ero uno scrittore triestino che in più scriveva in sloveno». In Francia però lo hanno amato prima dell’Italia. «E’ vero, hanno apprezzato il mio libroPrimavera difficile. Hanno detto che era un libro valevole». Ci sono ancora libri italiani valevoli? «Ci sono sempre libri valevoli ma rimangono nell’ombra».

Elisabetta Sgarbi, che dirige la Bompiani, la più esperta rabdomante italiana di testi e di grandi vecchi, si è innamorata come una golosa che entrata in pasticceria non desidera un dolce ma la pasticceria. «La Sgarbi ha voluto pubblicare la biografia della mia vita, ed è come se avesse fatto un compendio di tutta la mia opera» dice Pahor.

Così ho vissuto è infatti la prima monografia della Bompiani dedicata allo scrittore composta insieme a Tatjana Rojc (massima studiosa dell'opera di Pahor), ed è un mosaico dove dietro a ogni tessera ci sono i romanzi di Pahor, molti di questi pubblicati dalle pregevole Zandonai. E anche adesso è Tatjana a porgergli la maglietta («Sudo sempre») come fosse lei la madre e lui un monello, ed è sempre lei che lo accompagna qui a Spoleto dove lo ha trascinato un altro Sgarbi, Vittorio, che lo monumentalizza «perché è l’ultimo degli arrabbiati» senza però essere arrabbiato come Sgarbi che forse proprio per questo lo coccola ritrovando in Pahor la mitezza che segretamente insegue lui. Anche Primo Levi non l’ha compresa? «Gli mandai il dattiloscritto di Necropoli. Speravo che mi dicesse che fosse un buon libro, ma non ha mai risposto. Non ho avuto fortuna». Si sente un grande vecchio? «Vecchio è chi non comprende l’attualità. Ci sono molti giovani che non la comprendono». Ha paura dei giovani? «Ho paura di quei giovani che pensano che i vecchi debbano andare sottoterra». E viene in mente quello che diceva, un altro vecchio (ancora loro) Gesualdo Bufalino, secondo cui i giovani mangiano i vecchi ma non sanno digerirli. «Non è colpa loro, semmai dei professori che non sanno insegnare» risponde Pahor. Magari i giovani non vogliono più ascoltare i vecchi? «In 4 anni ho girato 350 scuole per parlare della mia vita e della mia prigionia. Mi hanno sempre ascoltato tutti e in silenzio».

Pahor ha grosse lenti che sembrano due telescopi puntati sulla terra e chissà se al posto del nuovo senato non fosse più utile costruire il museo dei grandi vecchi e cominciare a mettere in fila tutti gli occhiali della cultura italiana e degli “antitaliani” come Pahor che «è diventato italiano per caso e per necessità». Sradicato ancora come il Tunda di Joseph Roth? «Gli italiani non avevano bisogno di Trieste». Sogna ancora una Trieste austriaca? «Anche gli irredentisti una volta redenti si sono sentiti irredenti. Poi ci hanno pensato i fascisti a commettere un genocidio culturale. Mi hanno costretto a sette anni a imparare una lingua che non conoscevo. Tutta la mia opera è un tentativo di raccontare questo genocidio taciuto». Le piace il nuovo governo italiano di Matteo Renzi? «Mi piace il suo decisionismo. Ha le idee chiare anche se bisogna vedere se le metterà in pratica. Mi è piaciuto quello che ha detto sull’Europa. Sogno un concilio laico degli stati europei, ma rimpiango il mondo asburgico. Oggi in Italia è una ruberia». E malgrado il caldo si toglie e mette il cappellone di feltro marrone a cui non rinuncia e che sembra una corona troppo grande che gli balla in testa e che a tratti ricorda la padella del Don Chisciotte con la quale il cavaliere si autoproclamava sire. «Mi protegge dal vento. Ma quando lo metto il vento se ne va. Quando lo tolgo il vento ritorna» dice Pahor.

Guarda la televisione? «Preferisco ascoltare la radio slovena. Quando era viva mia moglie guardavamo il meteo». Le manca sua moglie? «Mi manca quel dialogo che diventa abitudine. Oggi quando ritorno la casa è vuota e non è semplice». Va al cimitero a trovarla? «Raramente. Eravamo d’accordo che fosse necessario trattare meglio i vivi piuttosto che i morti. In memoria di mia moglie ho appena dato 600 euro alla Croce Rossa, 300 euro alla Caritas, 300 euro ad un’associazione per portare i bambini al mare». Quanto prende di pensione? «1400 euro. C’è una donna che cucina per me. Mi lascia il cibo necessario per cinque giorni, sopratutto la minestra». Il corpo di Pahor è un involucro asciutto che dice sia merito delle terme slovene, mentre giacca e pantaloni sono almeno una o due taglie più grandi. E le stoffe di Pahor sono modeste ma profumano di pulizia e rigore, quel rigore che in Italia è sempre appartenuto ai grandi spiriti liberali.

Si sveglia presto la mattina? «Mi sveglio alle 5. Poi mi metto a scrivere fino a mezzogiorno. Dopo pranzo passeggio. Ogni giorno percorro una salita. Poi rientro e continuo a scrivere». Scrive al pc? «Scrivo su una vecchia macchina da scrivere, una Remington Deluxe». Dunque odia la modernità? «No, non mi piace il pc perché mi accorgerei subito dei miei errori. Sarei così tentato a correggerli e perderei il filo del ragionamento».

LaNecropolidi Pahor è forse l’unico romanzo scritto da un sopravvissuto al lager che ritorna nel lager da visitatore e si imbatte in quel flagello che a volte sono le guide turistiche: “Ecco, diceva attraverso l’altoparlante la guida, la stanza riservata alle esecuzioni, come vedete il pavimento è leggermente inclinato allo scopo di far scorrere il sangue delle vittime”. Che secolo è stato? «Un secolo sadico».

Si può condividere il dolore? «Albert Camus diceva che gli sarebbe piaciuto entrare in un campo di concentramento per condividere il male. E’ un pensiero elevato. Ma chi dice che ne sarebbe uscito?». Le fa paura ancora qualcosa? «Mi fa paura quando vedo cacciare gli emigranti, quando sento la parola fannulloni». Ha dei vizi? «Sono goloso della cioccolata. Prendo due caffè al giorno. Anzi, adesso sarebbe arrivato il momento di prenderlo». Lo prenda. Un ragazzo del bar si avvicina accettando un ammonimento che è una raccomandazione e nello stesso tempo una quadriglia tra generazioni: «Molti non lo sanno fare: vediamo se lei ci riesce». Come deve essere? «Un centimetro orizzontale di caffè senza schiuma, ma con del latte. L’ultima volta che sono andato ad Amburgo nessuno è riuscito a farmi un espresso come chiedevo». Viaggia? «Spesso. C’è un autista che conosco e che mi accompagna all’aeroporto. Sabato invece viene una mia ex alunna che mi porta a fare la spesa. Sono stato professore di Lettere per molti anni». Ha insegnato per ripiego? «No. I miei genitori dopo le elementari mi mandarono in seminario. Pensavo di continuare. Ma non potevo rinunciare alla vita».

Pahor è un altro scrittore formato dal sanatorio, quella palestra di libertà e ragione che ha laureato gli scrittori e arricchito la medicina con umanità e pazienza. «Sono stato ricoverato un anno in Francia dopo la fine della guerra. E’ grazie al sanatorio che ho imparato il francese, letto Sartre, Dostoevjskij e Cechov. Il sanatorio è stato la mia Sorbona sulla sedia a sdraio».

Crede? «Sono religioso non credente». Ha mai pregato? «Mi è capitato solo una volta nel campo di concentramento. Ho recitato tre “Ave Maria”». Le piace il nuovo papa ? «Mi piace, ma per cambiare la chiesa bisognerebbe eliminare i cardinali: fantasmi che si aggirano con quelle croci e mitre. Cristo aveva i sandali». Le capita di piangere? «Ho pianto quando sono salito l’ultima volta in montagna per la commozione di avercela fatta. Piango quando il bene vince sul male». Mi faccia un esempio? «Quando un ingegnere è riuscito a salvare dei minatori intrappolati. Per farlo si è inventato una condotta esterna. Ecco, quel progetto era una vittoria del bene sul male. Meritava commozione». Qual è stato il più grande male che ha subito? «Quando i tedeschi mi chiusero 24 ore in un armadio». E non è vero che essere seri significhi essere aspri. Pahor di fronte al fascino della fotografia, e soprattutto della fotografa, dopo il corteggiamento, perché la fotografia è sempre un corteggiamento tra due amanti, si fa catturare da una corrida di scatti. Pensa ancora alle donne? «Altro che. Mi piacciono. Mi piace l’amore e non solo quello sessuale. Ma ci deve essere attaccamento, ci deve essere un’esigenza». Ha mai tradito sua moglie? «Era una donna che mi lasciava libertà…». I premi letterari si rifiutano? «Mi fa piacere riceverli quando sono una cosa seria. Mi hanno candidato al Nobel, ma basterebbe il riconoscimento».

E’ stato comunista? «Sono stato un social democratico. Bertrand Russel diceva che il comunismo è il cristianesimo laico. Purtroppo ha preso il peggio del cristianesimo, il dogma». Cosa ha perso in un secolo? «Il tempo che ho passato in compagnia della macchina da scrivere invece che con mia moglie. Ogni giorno alle 16 lei mi aspettava per prendere il caffèlatte. Io la lasciavo attendere per finire prima il capitolo che stavo scrivendo. Al dialogo con mia moglie ho preferito il dialogo con la macchina da scrivere. Le ho tolto tanto tempo». Cosa le piacerebbe ricevere per il suo prossimo compleanno? «Quei telefonini che con un tasto ti dicono quando sia nato uno scrittore. Sarebbe bello ricordare in un istante la nascita di Ernest Hemingway». Un iphone? «Non so come si chiami». Come vuole essere ricordato? «Mi farebbe piacere che leggessero i miei libri. Ho lavorato tanto per dire la verità». Cosa vorrebbe scritto sulla sua lapide? «Vorrei che ci fosse scritto “Ha fatto del suo meglio per essere umano”». Com’era il caffè? «Ha fatto un buon caffè, questo giovane è stato bravo».

Carmelo Caruso

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