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Perché Mo Yan difende la censura?

Il Premio Nobel 2012 per la letteratura scatena un polverone parlando di "controllo" sull'attività letteraria

Mo Yan

Mo Yan – Credits: Olycom

La consegna del Premio Nobel per la letteratura ha anche quest’anno uno strascico di polemiche. Il casus belli è arrivato direttamente dal vincitore, Mo Yan , che ad una conferenza stampa si è dichiarato d’accordo con un certo tipo di censura.

La questione ha il suo lato ironico, pensando al fatto che l’autore, all’anagrafe Guan Moye, abbia scelto come pseudonimo letterario “Mo Yan”, che in cinese significa “non parlare”.

Lo scrittore, che aveva già recentemente provocato uno scandalo rifiutandosi di firmare una lettera al governo cinese con la quale si richiedeva di liberare il suo connazionale e Nobel per la pace 2011 Liu Xiaobo, ha involontariamente rincarato la dose esprimendo la sua opinione riguardo ai controlli sulla letteratura.

Mo Yan, subito dopo la consegna del Premio, è stato infatti messo alle corde in conferenza stampa riguardo la sua posizione nei confronti di Liu Xiaobo e, parlando di censura, ha spiegato come questa debba sì essere amministrata con saggezza, ma che sia anche in qualche modo 'necessaria', paragonandola (in un forse troppo infelice accostamento) ai controlli che vengono fatti in aeroporto.

Lo scrittore cinese, da molti considerato anche fin troppo legato all’establishment del governo, ha voluto sottolineare come letteratura e politica debbano viaggiare su binari separati:

"[…] la letteratura ha solo un'influenza minima sulle controversie politiche o sulle crisi economiche in tutto il mondo, ma il suo significato per gli esseri umani è antico […] Quando la letteratura esiste, forse non ci accorgiamo di quanto sia importante, ma quando non esiste, la nostra vita diventa grossolana e brutale. Per questo motivo, sono orgoglioso della mia professione, ma anche consapevole della sua importanza."

Il Premio Nobel ha cercato di spiegare meglio il suo concetto:

“Le sfide più grandi arrivano quando scrivo romanzi che trattano di realtà sociali, non perché ho paura di apparire apertamente critico nei confronti degli aspetti più oscuri della società, ma piuttosto perché la rabbia e le emozioni calde e incontrollate permettono alla politica di sopprimere la letteratura, trasformando un romanzo in un reportage. Come membro della società, un romanziere ha diritto al proprio punto di vista, ma quando scrive deve mantenere un atteggiamento umanista, e scrivere di conseguenza. Solo allora la letteratura può non solo essere originata da eventi ma trascenderli, non solo dimostra interessamento per la politica ma può essere perfino più grande di essa.”

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