M. Martinelli, Aristofane a Scampia, Ponte alla Grazie
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Martinelli, Aristofane a Scampia

La storia di una non-scuola di teatro, che tra l'Italia e il mondo ha saputo avvicinare i più giovani ai grandi classici

Aristofane a Scampia, del drammaturgo e regista Mauro Martinelli (Ponte alle Grazie, 2016) va contro la comune credenza che gli adolescenti di oggi siano degli “sdraiati”. È vero, gli adolescenti non sono più ribelli come negli anni ’60 e ’70,  e schiacciati da un nuovo tipo di egocentrismo, fortemente mediato dalle ultime tecnologie, tendono a sembrare più passivi e disinteressati alla politica e alla cultura, ma le loro passioni non sono cambiate. Gli adolescenti sono arrabbiati, sono innamorati, sono sopraffatti dalla nostra quotidianità cinica e violenta, ora come allora. Il modo per avvicinarli alla cultura e per aiutarli a raggiungere una nuova consapevolezza? Martinelli ha la risposta: il teatro, o meglio, una non-scuola di teatro.

Vita, non arte
La non-scuola nasce tra il 1992 e il 1993 per una serie di coincidenze: viene inventata, è il caso di dirlo, quando a Martinelli, già attivo con una sua compagnia teatrale, viene proposto di tenere dei laboratori in tre scuole di Ravenna. Ma Martinelli non vuole insegnarlo il teatro, vuole tirarlo fuori da quei ragazzi giovanissimi e digiuni di bellezza che si trova davanti. Elabora così un nuovo metodo, che avvicina gli studenti, quelli apparentemente consapevoli del liceo come quelli più impacciati degli ITIS, ai grandi maestri: Brecht, Shakespeare, Campanile, ma soprattutto Aristofane. La chiave di lettura è quella dell’improvvisazione e del dialetto: non bisogna portare in scena i sentimenti di un altro ma i propri. La propria rabbia, le proprie speranze, le proprie delusioni.

Da Scampia a Lamezia Terme
Gli adolescenti non sono “sdraiati” e, soprattutto, sono in grado di collaborare e creare insieme, muovendo oltre le divisioni sociali e di classe a cui la vita li ha abituati. Per questo gli studenti di Scampia possono superare le difficoltà di uno dei quartieri più complessi d’Italia e farlo accanto alle studentesse di un liceo classico del centro di Napoli. Difficile crederlo, ma sono proprio quest’ultime ad avere maggiore difficoltà nel portare in scena i sentimenti, nel sentirsi libere di lasciar andare le frustrazioni.
Passando per Chicago e per Diol Kadd, in Senegal, la non-scuola arriva a Lamezia Terme e non è in Africa, ma qui in Italia, nella punta dello stivale, che trova le più grandi difficoltà. Difficoltà che non dipendono certo dai ragazzi, lametini e rom, ma dalla macchina burocratica, che si inceppa intimorita dalla travolgente brezza di novità. E sono i teatranti a impedire che sia la burocrazia ad avere la meglio, autogestendosi in un’esperienza collettiva e privata, introspettiva e di protesta al tempo stesso.

Aristofane ovunque
Il testo di Martinelli non è solo la testimonianza di un percorso umano, ma la traccia di nuove possibilità. Quello che il drammaturgo sembra dirci tra le righe, raccontando la sua esperienza – e quella dei suoi collaboratori – in giro per l’Italia e per il mondo è semplice: il teatro, la letteratura, la cultura, non sono altro che l’espressione di un sentimento. Ed è curiosando attraverso i secoli che si ripesca questo sentimento, ancora intatto nonostante il mutare di lingue e dialetti. La cultura di cui ci parlano le pagine di Aristofane a Scampia, infatti, non è fine a se stessa ma ha un primo e più importante compito: liberarsi e liberarci.

M.Martinelli
Aristofane a Scampia
Ponte alle Grazie, 2016
163 pp., 14 euro

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