Andrea Pedrinelli, "Roba minima (mica tanto)". Tutte le canzoni di Enzo Jannacci

Diversamente dalla sorte degli eroi minimi che popolavano le sue canzoni, la scomparsa di Enzo Jannacci non è passata sotto silenzio. A un anno di distanza, fra le molte iniziative per ricordarlo, esce un libro che ne ripercorre la carriera attraverso le canzoni: tutte, senza esclusioni.

Roba minima (mica tanto), particolare della copertina – Credits: Foto Barezzi (cortesia)

Michele Lauro

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Dissezionare come un entomologo l'opera omnia di Enzo Jannacci: è l'ambizioso progetto dato alle stampe da Andrea Pedrinelli, giornalista di musica e teatro e tra i più autorevoli biografi dell'artista milanese, ideatore fra l'altro con Susanna Parigi del concerto teatrale Il saltimbanco e la Luna che ne divulga arte e pensiero. Attraverso cinquant'anni di musica e parole, Roba minima (mica tanto) raccoglie l'eredità umana di un artista diviso a metà: tra la medicina del corpo e quella dell'anima.

La formula song by song soddisfa l'esegeta, il curioso, lo statistico, il fan (c'è anche un bel portfolio illustrato), ma soprattutto permette di evitare ogni retorica celebrativa. In puro spirito jannacciano Pedrinelli lascia parlare le storie, quelle di Enzo e quelle su Enzo, in un racconto corale fatto di voci, testimonianze, aneddoti, affetti. Le vicende dell'uomo e dell'artista si intrecciano a quelle di Milano, nell'arco temporale che dal boom economico e dai primi teatri di cabaret vira fino ai nostri tempi amari passando per i micidiali anni Ottanta.

La vibrazione lirico-emotiva dell'arte di Enzo Jannacci è figlia di un pathos esistenziale originato dalla scissione che fu il motore della sua creatività. Per tutta la vita Jannacci ha vissuto (e si è cantato) come L'uomo a metà: artista e medico, pianista e saltimbanco, euforico e disperato, surreale e pudico, popolare e colto, padre e figlio. Una coesistenza di antipodi che gli ha permesso di attingere al disincanto. Lo sguardo del bimbo che non gira la testa di fronte alle cose brutte, che non ha imparato a evitare lo sguardo del barbone per strada: è il suo.

Prima insieme a illustri amici e sodali fra cui Dario Fo, Giorgio Gaber, Cochi e Renato, poi con un fine poeta urbano come Beppe Viola con cui condivise una felice stagione artistica fino alla sua prematura scomparsa nel 1982, Enzo Jannacci ha sbandierato in versi l'antipocrisia. Aveva l'ossessione di andare a vedere dietro le apparenze. Come un rabdomante si è calato sui marciapiedi delle periferie e dietro le sbarre delle prigioni, negli antri delle miniere e nei retrobottega di panettieri e lattai, nelle soffitte male illuminate e sui tram notturni, nei capannoni delle fabbriche, nei salotti borghesi delle televisioni.

La roba minima delle sue storie non è altro che il racconto di quel processo di estromissione storica e sociale che negli anni Sessanta e Settanta si andava compiendo nella città-metropoli ai danni dell'umanità minore. "Te che fai schifo perché non hai mai provato amore né odio personalmente" (Come gli aeroplani, 2001): anche Milano è stata in qualche modo vittima del proprio doppio - individualismo e generosità - finché il suo declino è divenuto simbolo del cinismo, la malattia della ricchezza. L'indifferenza, ovvero il male più doloroso di tutti.

Sempre il doppio è all'origine della sublimazione del tragico nel comico che costituisce la cifra più caratteristica della poetica di Jannacci. Quando, da bambino, ascoltavo una sua canzone ricordo che restavo perplesso e vagamente infastidito. Non tanto per quell'intonazione imperfetta che mi sembrava a volte "sporcare" belle melodie, ma per una sensazione che non mi sapevo spiegare: com'è che una canzonetta orecchiabile e leggera, anzi proprio apparentemente "scanzonata", non mi faceva ridere ma mi riempiva di tensione?

C'era qualcosa di misterioso nella "strana allegria" del suo creatore, nell'onomatopeutica dei suoni come il barrito degli ottoni in Vengo anch'io o come il bip del Telegrafista. Era forse l'enigmatica, ardente percezione di rumori cosmici. Erano scintille di ebbrezza nel tessuto nobilmente neorealista della disperazione sociale. Poi ho capito che la malinconia può diventare struggente, travestita da colori surreali. E che l'ironia può essere la chiave di lettura di una vita (di tante vite) per lo più tragica.

Alternando rabbia e sorriso, Enzo Jannacci ha costruito un personalissimo romanzo popolare che Pedrinelli ricostruisce canzone dopo canzone. Da Il cane e la stella (1960), composto con il doppiatore Domenico Scardina e cantato con Gaber all'epoca dei Due corsari, al duetto Desolato con J-Ax (2011), i temi di Enzo sono rimasti sempre quelli "secolari dei quartieri". La solitudine, la violenza, l'indigenza e la ricchezza sfrontata. I conformismi, le meschinità, i fallimenti, le miserabili astuzie di stampo deandreiano. Ma anche la fatica quotidiana del vivere e soprattutto il coraggio, non quello di Napoleone ma quello di "alzarsi tutta la vita alle quattro del mattino".

O vivere o ridere: la Vita agra di Enzo Jannacci si è conclusa con una malattia che l'anno scorso lo ha spento senza intaccarne la dignità né, appunto, il coraggio. Nelle ultime registrazioni contenute nel postumo L'artista (2013) si percepisce la stanchezza e il dolore. Ma il soffio vitale irradia valori nitidissimi, come si ricorda in questo libro: altruismo, rispetto, generosità, compassione, indignazione, amicizia, libertà. E, misto alla tipica incazzatura, trapela addirittura uno spiraglio di speranza: "Forse è la volta buona che ci sarà uno tra voli che tra uno sputo e una spinta troverà altre forme d'amore per cacciarci via tutti, imbroglioni, cantanti, cioè noi".

Andrea Pedrinelli
Roba minima (mica tanto)
Giunti
pp. 224, 18 euro

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