Claudio Trionfera

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La Cambogia come una discesa agli inferi. Talking To the Trees (Parla con gli alberi, in sala dal 17 novembre) di Ilaria Borrelli, regista, attrice e produttrice napoletana, comincia e finisce con due storie d’amore, l’una diversa dall’altra, entrambe con esiti inattesi. Perché la prima finisce e la seconda nasce là dove muore la prima,  sviluppandosi sul filo della disperazione e della carità.

Una brutta sorpresa

Andando con ordine e scoprendo che le due storie sono, in realtà, intimamente legate, si segue all’inizio il viaggio di Mia (Ilaria Borrelli) da Parigi alla Cambogia, dove vuol raggiungere Xavier (Philippe Caroit), il  suo marito francese che lavora colà e spesso ci vive. Nelle intenzioni, una sorpresa. Per concepire un figlio con lui. Improvvisata amara e terribile, però, come spesso accade in queste circostanze. Perché la realtà va oltre l’immaginazione peggiore quando lei, non vista, scopre in un lupanare il marito che s’intrattiene con una bambina, depravato e dedito alle peggiori pratiche sessuali. E la loro vita si sbriciola.

Da quel disastro spunta tuttavia un sentimento nuovo per Mia: quella bambina, che si chiama Srey (Seta Monyroth) ed è la meta prescelta di molti sporcaccioni europei, va strappata all’orrore e riportata alla sua famiglia lontana che l’ha venduta per fame. A costo di rimetterci i soldi per “ricomprarla” al mascalzone che la sfrutta e l’onore per prostituirsi a un militare potente come ultimo pedaggio da pagare per la fuga. Così Mia ruba un vecchio sferragliante camion per darsi alla foresta cambogiana con Srey, che nel frattempo ha scelto di non salvarsi da sola portando con sé di nascosto altre due ragazzine. Atto nobile in sé ma forse fatale perché scatena dietro di loro una feroce caccia poliziesca, aizzata dal lenone turlupinato e, per ciò, assetato di vendetta.

Le vittime innocenti

Di qui lo sviluppo di un cammino lungo una rotta forestale piena d’insidie, di misteri rituali, di rapporti controversi con una natura massacrata dagli speculatori. Insomma un’avventura su uno sfondo cambogiano che tende, passo dopo passo, a diventare, oltre le urgenze narrative in sé, denuncia e grido, abbastanza lacerante, di dolore e costernazione per il traffico di esseri umani del quale il mondo, oggi, brulica. Con quaranta milioni di bambini costretti a prostituirsi. In molti casi, addirittura in famiglie-bordello. Fra trafficanti di droga e ributtanti turisti del sesso in buona misura europei.

Verità abominevole e vischiosa. Che il film, coraggiosamente, rivela, esporta e diffonde meritandosi il plauso di molte associazioni umanitarie, Unicef, Caritas, Ecpat oltre l’appoggio di tanti artisti e politici. Non solo con un impegno civile palmare ed entusiastico, ma anche con un’idea e uno sviluppo narrativi di buona tenuta drammatica, accanto ad una recitazione capace di trasmettere con intensità quelle emozioni e quegli strazi che le circostanze planetarie generano. Governate, ahi noi, dagli uomini e dalle oscene devianze del vivere.

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