«Si ritroverà dove Odisseo ha navigato quando si troverà il cuoiaio che ha cucito l’otre dei venti». Eratostene, scienziato e geografo dell’antichità, liquidava così già nel III secolo avanti Cristo la caccia alle coordinate dell’Odissea. Da allora continuiamo a cercarle.
Djerba, in Tunisia, si proclama patria dei Lotofagi, la Sicilia di Polifemo, Gozo, a Malta, di Calipso, Corfù, in Grecia, dei Feaci. Anche Itaca resta in discussione. Ora al gioco si è aggiunto il regista Christopher Nolan, portando la contesa sul terreno turistico. Omero sembra aver fatto di tutto per impedirci di disegnare quella mappa. Ma Barbara Graziosi, classicista a Princeton, individua un confine preciso: Capo Malea, nel Peloponneso. Fino a lì «l’inizio del viaggio è localizzabile chiarissimamente sulle cartine». Poi Odisseo aggira Malea, viene spinto fuori rotta e la geografia si dissolve. «Dal momento in cui cerca di fare manovra intorno a Capo Malea al momento in cui si sveglia sulla spiaggia di Itaca, non c’è modo di localizzare i posti». «Dove sta Calipso? Calipso sta nel mare», dice Graziosi. «È l’ombelico del mare, come Delfi è l’ombelico della terra».
La caccia alle tappe del mito: dalle pagine alla mappa turistica
Alessandro Iannucci, grecista a Bologna, propone un paragone: cercare l’isola di Polifemo equivale un po’ a cercare la Contea o Mordor di Tolkien. I canti IX-XII sono «una sorta di racconto fantasy», nutrito da tradizioni folcloriche mediterranee e orientali. Ma il fantastico conserva esperienze reali: Polifemo può rappresentare l’incontro dei primi navigatori con comunità che ignorano la xenia, l’ospitalità, una specie, osserva Iannucci, di «assicurazione di viaggio» o forma antica di diritto internazionale.
Maurizio Bettini, filologo classico emerito a Siena, invita a cambiare prospettiva: «La ricerca di luoghi effettivi è dovuta soprattutto ai lettori successivi, che cercano di tirare il mito verso la realtà. È un movimento spontaneo del pensiero, ma in genere porta fuori strada». Un greco arcaico vedeva il Mediterraneo come rotte e approdi che sfumavano nel mito. Iliade e Odissea erano «la grande enciclopedia dei Greci». Dal VII secolo poter dire «noi siamo già nell’Odissea» aumentava il prestigio. Bettini ricorda persino un presidente della Regione Siciliana che rivendicò una discendenza dai Ciclopi.
Una competizione millenaria: tutti vogliono intestarsi il viaggio di Ulisse
Così il Mediterraneo si è “riempito” di Ulisse. I greci della Magna Grecia riconobbero nei nuovi territori il poema. I romani spinsero il processo oltre. «I Romani danno una versione dell’Odissea dove mettono tutte le cose importanti, Circe, Scilla e Cariddi, sulla penisola italiana», osserva Graziosi, «per loro questo appropriarsi della cultura greca è un progetto sistematico». Iannucci spiega che Scilla e Cariddi potrebbero rappresentare qualunque stretto pericoloso. A imporsi fu Messina anche per la centralità della Sicilia: «Una città come Siracusa nel V secolo era qualcosa di molto simile a una grande capitale come Londra o New York».
La caccia alle coordinate ha prodotto teorie più ardite: Bettini ricorda chi ha trasferito l’Odissea nel Mare del Nord e chi ha collocato Circe a Cuba. «Ognuno si è sbizzarrito». Oggi quella pulsione diventa competizione tra territori. A Bornova, nell’area di Smirne, si rilancia la “Valle di Omero”; la Turchia rivendica la Troia archeologica mentre Nolan l’ha ricostruita in Marocco; Favignana, scelta come Itaca, entra nella gara per la patria di Ulisse. «Se una località può dire: venite qui, qui è passato Odisseo, è un richiamo molto potente», osserva Bettini.
L’effetto moltiplicatore del cinema e i limiti dell’overtourism
Sue Beeton, studiosa australiana di film-induced tourism, osserva che una singola pellicola può produrre un’ondata destinata a spegnersi, ma l’Odissea parte da un vantaggio enorme: un mito già globale. Il cinema può rendere “vero” anche un luogo non letterario: «Siamo così concentrati sulle immagini e, diciamocelo, molte più persone vedranno il film di quante leggeranno il libro». I fan più accaniti, aggiunge, «troveranno le location anche senza marketing e arriveranno comunque»: la sfida è intercettare i visitatori occasionali.
Roberta Garibaldi, professoressa di turismo a Bergamo, dice che «il 29% dei viaggiatori italiani dichiara di essere influenzato da film e serie Tv nella scelta della destinazione». «Il cinema non crea automaticamente una destinazione turistica: crea attenzione». Le ricerche online dagli Stati Uniti su Taormina sono cresciute di oltre il 180% con The White Lotus. Per Ulisse propone «una rete mediterranea dei luoghi dell’Odissea», capace di mettere in relazione le differenti interpretazioni e tradizioni dei territori legati al mito. «La notorietà cinematografica è una risorsa se viene governata, non semplicemente inseguita». Il sindaco di Favignana, Giuseppe Pagoto, valuta «una limitazione simile a Capri: oltre questi numeri non possiamo andare». Beeton avverte: senza gestione dei flussi il film-tourism «può essere un disastro».
E forse vale la pena ricordare l’avvertimento di Seneca: a forza di discutere quanti rematori avesse Ulisse, si rischia di perdere la sostanza e guadagnare soltanto in «pedanteria».
