C’è qualcosa di quasi scandaloso, oggi, in un personaggio buono. Non buono in modo zuccheroso, non ingenuo, non costruito per ripulire la coscienza dello spettatore. Buono davvero. Ostinatamente buono. Quasi fuori moda. Quasi sospetto. È qui che Sugar diventa molto più di una serie neo-noir con un colpo di scena fantascientifico: diventa uno specchio elegantissimo e disturbante del nostro tempo. Perché John Sugar, interpretato e prodotto da Colin Farrell, non è soltanto un investigatore privato che ama il cinema classico, guida una macchina perfetta e attraversa Los Angeles come se ogni strada fosse un fotogramma perduto. È un alieno che, restando sulla Terra, sembra aver capito gli esseri umani meglio degli esseri umani stessi.
La seconda stagione di Sugar, otto episodi su Apple TV, riporta in scena il detective John Sugar in un nuovo caso: la ricerca del fratello maggiore di un giovane pugile locale, mentre continua il mistero più intimo e doloroso, quello della sorella scomparsa, Djen. L’indagine si allarga fino a diventare una cospirazione cittadina, costringendo Sugar a misurarsi con la domanda più antica e più pericolosa: fin dove ci si può spingere per fare la cosa giusta?
Colin Farrell e la decenza come atto rivoluzionario
Durante la conferenza stampa internazionale, Colin Farrell centra subito il cuore del personaggio. Il punto non è la sua origine aliena, né la sua capacità di muoversi dentro la violenza. Il punto è la sua “fondamentale decenza”.
«La cosa più bella di interpretarlo è proprio la sua decenza fondamentale», racconta Farrell. «Non è ingenuo. Ha vissuto in questo mondo abbastanza a lungo da riconoscere la portata della violenza e della crudeltà. Le ha viste da vicino. Eppure mantiene una fede reale, profondissima, nella decenza degli esseri umani. Una cosa difficilissima da conservare quando si guarda quello che accade nel mondo».
Ed è qui che Sugar funziona. Perché prende il detective più classico del noir — l’uomo solo, ferito, elegante, immerso in una città corrotta — e lo ribalta. Sugar non è cinico. Non è bruciato. Non è diventato duro per sopravvivere al mondo. È, al contrario, scandalosamente permeabile. Guarda gli uomini come creature magnifiche e terribili, capaci di arte e massacro, tenerezza e tradimento, desiderio e distruzione. Non li assolve, ma non smette di cercarli.
«Può cavarsela con la violenza, sa difendersi», aggiunge Farrell. «Ma è un essere calmo, fondamentalmente pacifico, che attraversa il mondo cercando davvero di essere utile, senza pretendere alcun riconoscimento. C’è in lui una profonda umiltà. Sulla carta non sembra la cosa più interessante da interpretare, ma lo diventa, soprattutto quando è circondato dal caos, dalla violenza e dal buio».
Farrell lo dice con una semplicità che taglia: «È dura essere umani». E forse è proprio questa la frase che spiega l’intera stagione. La violenza preoccupa, certo. Ma preoccupa anche la nostra capacità di giustificarla all’infinito, di renderla razionale, necessaria, persino elegante. «La nostra propensione alla violenza e la nostra capacità di giustificarla senza fine sono entrambe questioni molto preoccupanti», dice l’attore.
Il colpo di scena non era l’alieno. Era l’umanità
La prima stagione aveva diviso il pubblico con la rivelazione del sesto episodio: John Sugar non veniva dalla Terra. Una scelta rischiosa, enorme, quasi suicida per una serie che fino a quel momento sembrava muoversi nel territorio rassicurante del noir contemporaneo. Ma la seconda stagione dimostra che quel twist non era un trucco. Era una chiave.
Alla fine della prima stagione, il gruppo di Sugar viene richiamato sul pianeta d’origine. Lui resta. Resta per scoprire che cosa sia accaduto alla sorella Djen, scomparsa poco dopo il suo arrivo sulla Terra. Quando il nuovo capitolo comincia, Sugar è solo: senza rete, senza squadra, senza Melanie, senza il cane Wylie, con una macchina per comunicare con casa che restituisce soltanto silenzio.
Da qui nasce la vera tensione narrativa. Non più: chi è Sugar? Ma: che cosa sta diventando Sugar? L’ordine originario era osservare e riferire. Ma ora non c’è più nessuno a cui riferire.
«Il suo compito era osservare e riferire», spiega Farrell. «È una cosa che nella prima stagione viene ripetuta di continuo. Ma ora, letteralmente, non ha più nessuno a cui riferire. Ha perso la struttura più importante della sua vita ed è di nuovo un uomo solo».
Eppure l’osservazione, per Sugar, non è mai stata soltanto una missione. Era una forma di fame. Fame di capire. Fame di guardare gli altri senza ridurli al peggio di sé stessi. «Dentro di lui c’è un bisogno profondo di comprendere le persone, gli esseri umani», racconta Farrell. «Li ama e a volte li guarda con una meraviglia quasi infantile».
Quando l’osservatore comincia ad amare ciò che osserva, la distanza collassa. E Sugar 2 vive esattamente lì: nel momento in cui la linea fra “io” e “loro”, fra alieno e umano, fra distacco e coinvolgimento, comincia a confondersi.
Los Angeles non è più nostalgia: è ferita aperta
La seconda stagione cambia pelle anche perché cambia Los Angeles. La prima era più lucida, più cinefila, più innamorata dell’immaginario noir: Bel Air, Pacific Palisades, gli studios, le ville, l’eco di Hollywood. La seconda scende altrove: Koreatown, East L.A., i quartieri meno levigati, le zone dove la città smette di essere cartolina e torna a essere organismo vivo.
«Questa volta è un mondo molto diverso», racconta Farrell. «La prima stagione si muoveva in zone più ricche, Bel Air, Palisades, gli studios. Questa si svolge molto a K-Town e in varie parti di East L.A. Sarà diversa anche nel tono».
Los Angeles, questa volta, non è soltanto sfondo. È una macchina morale. Una città multiculturale, bellissima e pericolosa, piena di sogni e di fratture. Una città che Farrell conosce bene e che, da irlandese arrivato giovanissimo in America, ha vissuto anche come luogo di spaesamento.
«Quando sono arrivato a Los Angeles per la prima volta, l’ho trovata una città piuttosto solitaria», ricorda. «New York mi aveva preso dentro la sua energia, nel suo movimento frenetico. L.A., invece, all’inizio mi sembrava più impenetrabile».
In questa nuova stagione, quello spaesamento personale diventa materia narrativa. Sugar è solo sulla Terra, ma la sua solitudine incontra quella di altri outsider. La storia dei fratelli Moon — Danny, giovane promessa del pugilato, e Ji, il fratello scomparso — porta in primo piano anche l’esperienza coreano-americana, Koreatown, il pugilato, il gioco, la precarietà, l’idea stessa di inseguire un sogno americano che spesso chiede il conto con gli interessi.
Il caso dei fratelli Moon e il dolore che riconosce il dolore
Il nuovo caso arriva quando Sugar viene chiamato ad aiutare Danny Moon, interpretato da Jin Ha, giovane pugile coreano-americano alla ricerca del fratello Ji, interpretato da Raymond Lee. Per Sugar non è un’indagine qualsiasi. È impossibile che lo sia. Chi cerca un fratello scomparso gli parla nella lingua più intima che conosce: quella della perdita.
La produzione descrive Danny e Ji come gli ancoraggi emotivi della stagione. Farrell sottolinea che l’indagine più toccante è proprio il tentativo di riunire due fratelli già feriti da una frattura precedente alla sparizione. Sugar ha bisogno di loro quasi quanto loro hanno bisogno di lui, perché ogni persona strappata alla propria famiglia gli riapre la ferita della sorella perduta.
È un meccanismo narrativo semplice e potentissimo: Sugar salva gli altri per non precipitare del tutto dentro il proprio vuoto. Ma la serie è abbastanza intelligente da non trasformarlo in un santo. La sua bontà non è una posa. È una lotta. Una forma di disciplina. Un modo per non farsi contaminare dal mondo, anche quando il mondo gli entra sotto pelle.
«È semplicemente un uomo che cerca di essere utile e di aiutare gli altri», dice Farrell. «In particolare nel caso dei fratelli Moon, cerca di trovare Ji, il fratello di Danny. Ma è anche qualcuno che sta cambiando. Non si protegge dal mondo. Lascia entrare il mondo. È incredibilmente empatico, sente tutti e sente tutto. E questo può essere pericoloso».
Il desiderio, la femme fatale e l’alieno che impara l’amore
Poi arriva Charlotte Fisher, interpretata da Laura Donnelly. E con lei arriva la cosa che Sugar non dovrebbe fare: innamorarsi di un essere umano. La serie ha sempre giocato con l’idea di contaminazione, ma qui la contaminazione non è solo terrestre o biologica. È emotiva. È sentimentale. È carnale.
Farrell lo racconta come un risveglio. «Pensiamo che sia una storia su un alieno, e lo è: parla di un essere extraterrestre venuto da un altro pianeta. Ma è un essere che vive esperienze profondamente umane», spiega. «Funziona meglio quando quelle esperienze diventano indistinguibili dalle vere esperienze umane. Vediamo Sugar risvegliarsi a ciò che significa essere umano, anche se biologicamente non lo sarà mai. Emotivamente e psicologicamente, però, sta diventando sempre più umano».
Con Charlotte, per la prima volta, Sugar entra nel territorio del desiderio, dell’attrazione, della nostalgia romantica, di tutto ciò che accade dentro una persona quando l’altro smette di essere caso e diventa possibilità. «È Sugar che prende coscienza della lussuria, della carnalità, del desiderio», dice Farrell. «Per la prima volta viene portato dentro l’esperienza della romance umana, dentro quello che accade quando si prova desiderio, attrazione o nostalgia romantica».
Nel linguaggio del noir, Charlotte è la femme fatale. Ma Sugar sembra interessato a qualcosa di più sottile del cliché. Non soltanto la donna misteriosa che inganna l’uomo solo. Piuttosto, una figura che apre una crepa nel suo codice morale. Perché Sugar può resistere alla violenza, può leggere la menzogna, può attraversare il pericolo. Ma può resistere al bisogno di essere amato?
La bellezza fisica di Sugar: abiti, hotel, ombre
Uno dei piaceri più evidenti della serie resta la sua forma. Sugar è un oggetto televisivo di stile, ma mai vuoto. Gli abiti, gli interni, i neon, le stanze, le ombre: tutto racconta il personaggio. Nella seconda stagione, la produzione ha cercato una Los Angeles più vissuta, meno patinata, più “diamond-in-the-rough”, con set che vanno da un appartamento modesto di Koreatown a una palestra di boxe, da un poolroom hipster a The Del Corazon, il boutique hotel che resta una specie di rifugio psichico per Sugar.
Il Del Corazon, in particolare, diventa quasi un’estensione del protagonista. Nella prima stagione Sugar restava isolato, ordinava il servizio in camera, non entrava davvero nell’hotel. Ora, spinto dalla solitudine, comincia a uscire dal proprio guscio.
«Quest’anno, proprio per la solitudine che prova dopo che tutti i suoi sono tornati sul pianeta d’origine, comincia a esplorare un po’ fuori dalla sua zona di comfort», racconta Farrell. «Abbiamo usato moltissimo il set interno dell’hotel e sono felicissimo che sia successo, perché quello che Meghan ha costruito per la lobby, il ristorante e il bar era straordinario. Una cosa davvero bellissima».
Gli interni sono caldi, circolari, avvolgenti: mosaici, legno, soffitti alti, linee morbide, un luogo pensato quasi per abbracciarlo. Il tipo di casa che Sugar non ha più, o forse non ha mai avuto davvero.
E poi ci sono i vestiti. I completi di Sugar non sono semplice eleganza televisiva. Sono armatura, identità, rito. La costumista Christie Wittenborn ha costruito molti dei 14 abiti di Farrell con taglio bespoke, introducendo nella seconda stagione grigi più chiari, un ceruleo da club e un look estivo per l’appuntamento con Charlotte, “più Alain Delon in Purple Noon”.
Colin Farrell, il noir e l’uomo che non vuole indurirsi
La grandezza di Farrell in Sugar sta nella sottrazione. Dopo personaggi deformati, estremi, mostruosi o tragicomici, qui lavora su un’altra frequenza. John Sugar non chiede di essere guardato per ciò che nasconde, ma per ciò che non ha perso. Non è l’ennesimo antieroe da venerare perché spezzato. È un personaggio quasi impossibile: un uomo — o meglio, un non-uomo — che attraversa il fango senza trasformarsi in fango.
Farrell lo definisce “singolare”, proprio perché Sugar manca di quella durezza tipica del noir. «Mi sembra piuttosto originale, anche se segue certi comportamenti e certi archetipi del neo-noir», dice. «Lo è per il modo in cui gli manca il lato duro, per quanto sia non hardboiled, non amareggiato, non disilluso. Riesce a lavorare nel mondo delle ombre e a mantenere la sua fede nella decenza degli esseri umani e nella loro magia».
Questo rende Sugar 2 una serie più ambiziosa di quanto sembri. Certo, c’è il mistero. C’è il caso. C’è la cospirazione. C’è Los Angeles. C’è Colin Farrell con il passo controllato, l’abito perfetto e quella malinconia trattenuta che ormai è diventata una delle sue firme più potenti. Ma sotto tutto questo c’è una domanda più feroce: che cosa resta della bontà quando viene immersa in un mondo che premia l’opposto?
La risposta, forse, è proprio John Sugar. Un alieno rimasto sulla Terra per cercare una sorella scomparsa e finito a cercare qualcosa di ancora più raro: una ragione per continuare a credere in noi.
