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Il ponte toscano che sembra sfidare la gravità: la leggenda dell’uomo che ingannò il Diavolo

Il ponte toscano che sembra sfidare la gravità: la leggenda dell’uomo che ingannò il Diavolo
BORGO A MOZZANO, TUSCANY, ITALY – 2017/05/03: The bridge Ponte della Maddalena, Bridge of Mary Magdalene, also Ponte del Diavolo or Bridge of the devil, is crossing the river Serchio. (Photo by Frank Bienewald/LightRocket via Getty Images)

A Borgo a Mozzano il Ponte della Maddalena domina il Serchio con un’enorme arcata medievale e una forma asimmetrica che ha alimentato per secoli la leggenda di un patto con il Diavolo e di una beffa diventata folklore

Ci sono edifici medievali davanti ai quali il mistero nasce perché sappiamo troppo poco, altri nei quali serve cercare simboli nascosti, passaggi sotterranei o documenti perduti, e poi c’è il Ponte della Maddalena di Borgo a Mozzano, per il quale basta fermarsi sulla riva del Serchio e guardarlo.

Qualcosa, almeno apparentemente, non torna.

Il ponte non procede attraverso una successione ordinata di arcate simili tra loro, come ci aspetteremmo da una struttura costruita per attraversare un fiume, ma sale bruscamente fino alla sommità di un arco enorme, quasi sproporzionato, e poi precipita verso una serie di aperture molto più piccole. La carreggiata segue quella curva esasperata formando la caratteristica struttura “a schiena d’asino”, mentre il riflesso nell’acqua completa le arcate e trasforma il ponte, soprattutto quando il Serchio è immobile, in una sequenza di forme geometriche quasi surreali. È proprio la marcata asimmetria delle sue campate ad averne fatto una delle costruzioni più riconoscibili della Toscana.

Oggi sappiamo che non c’è nulla di soprannaturale nel modo in cui sta in piedi e che, al contrario, la sua stabilità può essere spiegata perfettamente attraverso l’ingegneria delle strutture in muratura. Ma per chi osservava quella gigantesca arcata secoli fa, senza conoscere calcoli strutturali, linee di spinta e modelli matematici, doveva esserci una spiegazione molto più immediata.

Un uomo, da solo, non poteva aver costruito una cosa simile.

Doveva averlo aiutato il Diavolo.

Prima della leggenda c’era una necessità molto concreta: attraversare il Serchio

L’origine esatta del Ponte della Maddalena non è documentata con assoluta certezza, ed è quindi meglio diffidare delle ricostruzioni che gli attribuiscono un anno preciso di nascita. Gli studi scientifici dedicati alla struttura lo fanno risalire indicativamente all’XI secolo, quando attraversare il Serchio in quel punto aveva una notevole importanza per le vie di comunicazione della valle; la tradizione storica toscana ne lega invece la costruzione a Matilde di Canossa, una delle figure politiche più potenti dell’Italia medievale.

Il ponte che vediamo oggi, però, non è rimasto immutato per quasi mille anni. Nel corso dei secoli subì cedimenti, riparazioni e modifiche, e la tradizione attribuisce un importante intervento di ricostruzione a Castruccio Castracani, signore di Lucca nei primi decenni del Trecento. Nel 1670 la Repubblica di Lucca arrivò persino a vietare il transito sul ponte delle pesanti macine da mulino, proprio per tutelarne la struttura; una piena del Serchio provocò nuovi danni nel 1836 e la trasformazione più evidente arrivò all’inizio del Novecento, quando una parte dell’estremità destra venne modificata e fu aggiunta una piccola arcata per consentire il passaggio della ferrovia.

La sua storia, insomma, non è quella di un oggetto medievale congelato nel tempo, ma di un’infrastruttura che ha continuato ad adattarsi alle esigenze degli uomini anche quando il mondo intorno era completamente cambiato.

Eppure la forma essenziale che ancora oggi provoca stupore è antica.

L’arco di 38 metri che sembra impossibile

Le misure aiutano a capire perché il ponte abbia alimentato tante storie.

La struttura storica attraversa il Serchio per circa cento metri ed è costruita principalmente in muratura di arenaria e calcare. La campata maggiore raggiunge una luce di circa 38 metri, mentre le altre tre arcate storiche misurano approssimativamente 14,5, 10,5 e 8,5 metri. La carreggiata è strettissima rispetto alla monumentalità dell’insieme, con una larghezza compresa tra circa 3,5 e 3,7 metri.

Persino il percorso scelto dal ponte è meno semplice di quanto appaia nelle fotografie: la struttura non attraversa il fiume seguendo perfettamente una linea perpendicolare, ma devia di oltre quindici gradi per sfruttare gli affioramenti rocciosi presenti nell’alveo. La grande arcata principale poggia direttamente sulla roccia e i piloni sono dotati di elementi studiati per opporsi alla forza della corrente.

Quella che all’occhio moderno sembra quasi una sfida alla gravità è dunque l’esatto contrario: un uso estremamente intelligente della gravità.

Gli archi in muratura funzionano soprattutto a compressione, facendo scorrere il peso lungo la curva verso gli appoggi laterali. Le analisi strutturali condotte dall’Università di Pisa e dal CNR sul Ponte della Maddalena hanno mostrato inoltre quanto siano importanti i massicci sostegni laterali dell’arcata principale, sufficienti a garantirne la stabilità persino nell’ipotesi teorica di assenza delle strutture adiacenti. Le simulazioni sul peso proprio hanno rilevato livelli di compressione ampiamente compatibili con la sicurezza della muratura.

Il miracolo, quindi, non è che il ponte violi le leggi della fisica.

Il miracolo è che i costruttori medievali le conoscessero abbastanza bene da farlo stare ancora lì.

Ma nel Medioevo la spiegazione era un’altra

È proprio qui che la storia lascia spazio alla leggenda, e bisogna precisare che non ne esiste una versione unica. Come accade spesso con il folklore tramandato per generazioni, cambiano il protagonista, l’animale sacrificato e persino il finale, mentre rimane intatta la struttura fondamentale del racconto: un’opera troppo difficile per essere completata dagli uomini e un patto che non dovrebbe mai essere stipulato.

Nella versione oggi più diffusa, il capomastro incaricato di costruire il ponte si rende conto di non riuscire a terminare il lavoro. L’arcata principale è troppo complessa, i tempi si allungano e l’uomo teme le conseguenze del fallimento.

È allora che compare il Diavolo.

La proposta è semplice: lui completerà il ponte, riuscendo in una sola notte dove gli uomini hanno fallito, ma non lavorerà gratuitamente. In cambio pretende l’anima del primo essere vivente che attraverserà la nuova costruzione. Il capomastro, ormai disperato, accetta.

Durante la notte il demonio mantiene la promessa e innalza quell’arcata apparentemente impossibile.

Quando arriva il momento di consegnare il compenso, però, l’uomo comprende fino in fondo ciò che ha fatto.

E decide di barare.

La focaccia, il cane e la truffa al Diavolo

Una delle versioni più suggestive racconta che il costruttore, tormentato dal rimorso, si rivolse a un sacerdote, che gli suggerì una soluzione tanto semplice quanto rischiosa: rispettare alla lettera il patto, evitando però che la prima creatura a passare sul ponte fosse un uomo.

Il giorno dell’apertura nessuno venne quindi lasciato avanzare.

Dall’altra parte del ponte fu lanciato del cibo — spesso una focaccia nel racconto popolare — e un cane venne liberato perché corresse a prenderlo. La prima anima ad attraversare il nuovo passaggio non apparteneva così a un essere umano, ma all’animale. Il Diavolo, accortosi di essere stato ingannato, prese il cane e scomparve furioso nelle acque del Serchio.

Ma naturalmente, trattandosi di una leggenda, la storia cambia ogni volta che viene raccontata.

In alcune versioni al posto del cane compare un maiale, in altre una capra; Visit Tuscany conserva proprio quest’ultima variante, nella quale gli abitanti del paese mandano per prima una capra e il demonio, furioso, reagisce deformando le arcate del ponte, fornendo così una spiegazione fantastica proprio alla sua celebre asimmetria.

Cambia persino l’identità dell’uomo che affronta il Diavolo.

E se il costruttore fosse stato un santo?

Una tradizione locale sostituisce infatti l’anonimo capomastro con San Giuliano, generalmente identificato con San Giuliano l’Ospitaliere, santo medievale legato significativamente alla protezione dei viaggiatori.

In questa versione è lui a non riuscire a completare l’arco più alto e a chiedere l’aiuto del demonio, promettendo in cambio la prima anima che avrebbe oltrepassato il ponte. Una volta conclusa l’opera, San Giuliano lancia una focaccia e fa correre un cane sulla nuova struttura. Il Diavolo afferra l’animale, comprende la beffa e, secondo una delle varianti registrate dalla Pro Loco di Borgo a Mozzano, lo scaglia violentemente provocando persino un danno al ponte.

Non ha molto senso, quindi, domandarsi quale sia la versione “vera”.

La leggenda funziona proprio perché nei secoli la comunità l’ha modificata, adattata e riscritta, conservando però lo stesso nucleo narrativo: l’intelligenza umana riesce a sconfiggere una potenza soprannaturale che sembrava invincibile.

Ed è uno schema che si ritrova in moltissimi altri “ponti del Diavolo” europei.

Perché esistono così tanti Ponti del Diavolo?

Quello di Borgo a Mozzano non è infatti l’unico ponte medievale al quale il folklore abbia attribuito un’origine demoniaca. Ponti del Diavolo esistono in molte regioni italiane e in diversi Paesi europei, con racconti sorprendentemente simili: un costruttore incapace di superare un ostacolo, il demonio che offre il proprio aiuto, la richiesta di un’anima come pagamento e infine un espediente con il quale gli uomini riescono a sottrarsi al contratto.

Non è difficile intuire perché proprio i ponti abbiano generato così tante storie di questo tipo.

Nel paesaggio medievale un grande ponte in pietra rappresentava un’opera tecnologicamente straordinaria, costosa e difficile da realizzare, spesso costruita sopra corsi d’acqua pericolosi e soggetti a piene improvvise. Attraversava inoltre una frontiera simbolica molto potente: permetteva letteralmente di passare da una sponda all’altra sopra qualcosa che, senza quell’opera, costituiva un limite.

Il ponte era quindi contemporaneamente infrastruttura, dimostrazione di capacità tecnica e luogo di passaggio, tutte caratteristiche perfette perché attorno a esso nascessero racconti soprannaturali.

Nel caso di Borgo a Mozzano, poi, la geometria forniva già da sola il materiale necessario.

Quella forma era ancora più spettacolare nel Medioevo

C’è infatti un particolare che oggi rischiamo di dimenticare: il ponte medievale doveva apparire ancora più vertiginoso di quanto sembri adesso.

Visit Tuscany ricorda che la costruzione di una diga a valle nel secondo dopoguerra innalzò il livello delle acque in prossimità del ponte, modificandone la percezione visiva. Prima di questo intervento, una porzione maggiore dei piloni e dell’altezza complessiva emergeva rispetto al corso del Serchio, accentuando ulteriormente la sensazione di slancio della grande arcata.

Immaginarlo in un paesaggio senza strade moderne, ferrovia, illuminazione e altre infrastrutture rende allora più comprensibile la nascita della leggenda.

Un uomo che arrivava nella valle diversi secoli fa vedeva sorgere sopra il fiume una lama di pietra larga appena pochi metri, capace di salire improvvisamente verso un arco enorme e poi ridiscendere attraverso campate tutte diverse fra loro.

Non serviva conoscere Lucifero per pensare che lì fosse successo qualcosa di strano.

Perché si chiama Ponte della Maddalena

Curiosamente, però, il nome ufficiale non ha nulla a che vedere con il demonio.

L’appellativo Ponte della Maddalena sarebbe comparso intorno al XVI secolo e deriva da una piccola struttura religiosa collocata un tempo sulla riva sinistra del Serchio, nei pressi del ponte, nella quale era conservata un’immagine o una statua di Maria Maddalena. La statua è oggi conservata nella chiesa di San Jacopo a Borgo a Mozzano.

È quasi ironico che uno dei monumenti italiani più legati al Diavolo abbia quindi ricevuto il proprio nome ufficiale da una santa.

Ma il soprannome popolare si è rivelato infinitamente più potente.

Il vero segreto del Ponte del Diavolo

Alla fine, però, la parte più affascinante della storia comincia proprio quando togliamo il soprannaturale.

Perché il Ponte della Maddalena non ha bisogno del Diavolo per essere straordinario.

È una costruzione medievale lunga circa cento metri, realizzata con pietra e calce, che sfrutta la conformazione naturale dell’alveo del Serchio, distribuisce enormi forze attraverso un arco di 38 metri e ha attraversato piene, terremoti, trasformazioni territoriali e quasi un millennio di storia. Ancora nel XXI secolo ingegneri e ricercatori hanno utilizzato modelli numerici e rilevazioni dinamiche per studiarne il comportamento strutturale.

Il punto, quindi, non è chiedersi se il Diavolo abbia davvero costruito il ponte.

Naturalmente non lo fece.

La domanda più interessante è capire perché generazioni di persone abbiano sentito il bisogno di immaginare che lo avesse fatto.

La risposta sta forse nell’arco stesso. Quando un’opera realizzata dagli uomini supera ciò che chi la osserva ritiene possibile, la tecnica comincia ad assomigliare alla magia, e la distanza tra ingegneria e leggenda diventa improvvisamente sottilissima.

A Borgo a Mozzano quella distanza misura circa trentotto metri: la larghezza di un’immensa arcata medievale sospesa sul Serchio, sotto la quale da secoli si racconta che un Diavolo beffato aspetti ancora di recuperare l’anima che gli era stata promessa.

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