17 Giugno 1897: mancano solamente cinque giorni per le celebrazioni del sessantesimo anno del regno della Regina Vittoria. Tutto sembra essere troppo quieto in una Londra pur violenta di fino Ottocento.
Anche i criminali sembrano non essere più astuti come una volta, nessuno da potersi considerare, dopo la morte dell’acerrimo nemico Moriarty, degno rivale del più geniale investigatore di tutto il Regno Unito: Sherlock Holmes.
Proprio quella notte, invece, un uomo viene assassinato, una vittima che rivela un’ingegnosità fuori dal comune, che solo l’inquilino del 221b di Baker Street riuscirà a decifrare, prima che si compia una vera e propria strage.
Così inizia “Sherlock Holmes – il musical”, opera inedita scritta e prodotta da Andrea Cecchi e Alessio Fusi che vede protagonista, proprio nei panni di Mr. Holmes, Neri Marcorè.
Registrando un sold out pressoché in tutte le date, si appresta a sbarcare al Teatro Nazionale di Milano da stasera fino a domenica 1 febbraio.
Neri Marcorè: oltre 100 film e spettacolo teatrali all’attivo, debutti nel musical con un’opera inedita.
“Assolutamente sì, ed è proprio questo uno dei motivi di cui vado più fiero: non stiamo portando in scena un format importato dall’estero, ma una creazione interamente originale e “Made in Italy”. Tutto nasce dall’intuizione e dalla passione degli autori e produttori, Andrea Cecchi e Alessio Fusi, che hanno voluto colmare un vuoto portando il mito di Holmes nel teatro musicale. Mi hanno contattato raccontandomi di aver scritto il ruolo del protagonista pensando specificamente a me.”
Un progetto inedito, come inedite sono le sue musiche
“Oltre alla solidità del copione, ciò che mi ha convinto definitivamente è stata la partitura musicale: le composizioni di Andrea Sardi sono completamente inedite e hanno un respiro orchestrale magnifico, quasi cinematografico. Abbiamo vinto la scommessa di realizzare un’opera artigianale di altissimo livello, curata nei minimi dettagli, dimostrando che non serve guardare a Broadway o al West End per fare grande teatro musicale.”
Sei un fan di Sherlock Holmes, lo leggevi da ragazzo?
“Non posso definirmi un “devoto” della prima ora o un esperto holmesiano in senso stretto. Da ragazzo ho letto i grandi classici imprescindibili, come “Uno studio in rosso” o “Il mastino dei Baskerville”, ma in generale il genere giallo non è mai stato il mio pane quotidiano, a parte qualche incursione nei romanzi di Agatha Christie. La mia conoscenza di Holmes, come per molti, è frutto soprattutto dell’osmosi culturale: è un’icona talmente potente che prescinde dalla pagina scritta. Ne conosciamo il profilo, la pipa, la lente e il metodo deduttivo anche senza aver letto l’opera omnia.”
Sherlock Holmes è un personaggio divisivo: lo stesso Arthur Conan Doyle aveva con lui un rapporto di amore-odio, tanto da cercare di farlo fuori in uno dei suoi romanzi
“Credo che Doyle lo trovasse ingombrante perché Holmes, con la sua logica ferrea, rischiava di diventare una gabbia per la fantasia dell’autore. Personalmente, trovo che il suo fascino stia proprio nelle sue contraddizioni, che lo rendono divertentissimo da interpretare. È un genio, sì, ma socialmente disadattato; è una mente sublime che però, senza il “carburante” del crimine, cade nell’apatia più totale. Nel musical raccontiamo proprio questo: un uomo che si spegne senza sfide. Il mio Sherlock non è un eroe senza macchia, ma un uomo spigoloso che ha un disperato bisogno di Watson per restare ancorato all’umanità. È “divisivo” forse per chi gli sta accanto, ma irresistibile per chi lo guarda da fuori.
C’è uno Sherlock Holmes, anche televisivo o cinematografico a cui ti sei leggermente ispirato?
“Quando ti confronti con un mostro sacro che ha avuto centinaia di volti, il rischio di diventare la pallida copia di qualcun altro o di rimanere imprigionati nel cliché è altissimo. Ho guardato con ammirazione la versione contemporanea di Benedict Cumberbatch, per la velocità di pensiero che riesce a trasmettere, ma non ho voluto imitarlo. Ho cercato piuttosto di evitare che il mio Holmes diventasse un monumento intoccabile, freddo e distante. Ho preferito attingere alle mie corde, usando la mia flemma naturale e quell’ironia un po’ british per renderlo un personaggio vivo, fatto di carne e ossa, capace di scendere dal piedistallo e far sorridere il pubblico.”
Spontaneità, un pizzico di humor inglese e un grande cast artistico, il tutto immerso in una scenografia capace di riprodurre magnificamente i vicoli fumosi di Londra e i contrasti tra luci soffuse e ombre profonde, completeranno l’opera.
Non si può far altro, a questo punto, che dare il via all’indagine!
