Una cosa è certa: Stranger Things 5 ha definitivamente cancellato il confine tra serie tv e colonna sonora. Il fenomeno Netflix di maggior successo degli ultimi anni ha infatti reinventato la funzione stessa della musica all’interno della narrazione audiovisiva. In Stranger Things 5 la musica non è più un elemento al servizio delle immagini, ma un piano narrativo parallelo, progettato per continuare a esistere anche quando l’immagine si ritrae.
Secondo i canoni tradizionali, una colonna sonora vive e si diffonde “dentro”una serie: accompagna le immagini, sottolinea i momenti clou, poi scompare con essi. In Stranger Things 5 accade invece. l’opposto. Le sequenze musicali sono costruite in modo da poter essere estrapolate dalla narrazione senza perdere senso. La scena non “brucia” la musica e la musica sopravvive alla scena. Questo è il cuore dell’algoritmo perfetto di Stranger Things 5: ogni brano della tracklist è pensato per funzionare contemporaneamente su più livelli. Deve reggere la scena, ma anche la memoria. Deve essere inscindibile dall’immagine, ma anche autonomo. Le sequenze musicali sono costruite per essere isolate, ricordate, riascoltate. La serie non usa la musica: la lancia. E, in questo contesto, il silenzio assume un ruolo essenziale. Una parte consistente della quinta stagione tacita per lunghe sequenze la colonna sonora, crea uno spazio di attesa. Così, quando la musica entra, lo fa come evento.
Un evento preparato con cura maniacale. L’esempio più calzante è quello successivo alla scena finale dell’episodio 8, l’ultimo. Invece della classica sequenza dei titoli di coda, c’è una pausa, seguita da un nostalgico segmento animato con Heroes di David Bowie in sottofondo. «La perfetta chiusura del cerchio» hanno dichiarato i Duffer Brothers (Matt e Ross) ideatori e registi della serie. La voce di Bowie sigilla la fine, un momento irreversibile: è potente ed evocativa, come la melodia del pezzo che risuona nel pubblico dei millennials come subliminalmente connessa alla visione di Stranger Things. Ed è proprio così, perché la canzone di Bowie era già stata utilizzata nelle stagioni precedenti della serie, ma in sottofondo, con una versione rallentata cantata da Peter Gabriel.
A certificare il successo dell’operazione, il clamoroso più cinquecento per cento dei clic in streaming del classico del Duca Bianco. Ad affiancare i Duffer Brothers nella scelta dei brani c’è l’americana Nora Felder, una leggenda nel mondo dei professionisti che di mestiere fanno i “music supervisor”. La sua fonte sono ovviamente le piattaforme digitali, ma soprattutto una collezione personale di ventimila album. il database minimo per chi fa il suo lavoro.
Oltre ad aver resuscitato dall’oblio Running up that hill, un vecchio brano semisconosciuto di Kate Bush, diventato un best seller nelle classifiche di tutto il mondo dopo l’apparizione in Stranger Things, Nora Felder ha piazzato un altro colpo da maestro accostando la zuccherosa melodia di Fernando degli Abba ad un momento di relax di Karen che sorseggia del vino prima di un bagno caldo proprio nel momento in cui la mostruosa creatura denominata Demogorgone cerca di rapire la giovane figlia Holly in un’altra stanza della casa. La quiete prima della tempesta.
Viaggia senza distinzione di genere negli 80’s la colonna sonora di Stranger Things 5 che ora esce in cd, vinile rosso e musicassetta, un format, quest’ultimo, che profuma di anni Ottanta, che diventa metafora perfetta della colonna sonora della stagione finale: un supporto che richiede attenzione, che funziona per lati, pause, silenzi, riavvolgimenti. Non scorre in modo invisibile, come lo streaming, senza soluzione di continuità, ma segnala la propria presenza. Quando parte, lo si avverte. Quando si ferma, lascia un vuoto.
Proprio come la musica entra nella serie: non come sottofondo costante, ma come gesto consapevole. Tra le perle della raccolta, Rockin’ Robyn di Michael Jackson, un 45 giri datato 1972, quando il futuro re del pop aveva 14 anni. Un pezzo per certi versi destabilizzante, che sottolinea nel suo andamento il contrasto stridente tra quella voce sottile da bambino e il ruolo di primo piano, già allora, nel grande business dell’intrattenimento.
E poi gli Iron Maiden, la metal band per eccellenza, che entra tra le pieghe di Stranger Things con un classico intitolato The Tropeer, tratto dall’album Piece Of Mind. Non un passaggio casuale, ma un’altra chiusura del cerchio, figlia di un cameo della quarta stagione, sfuggito alla stragrande maggioranza del grande pubblico, ma non agli Iron Maiden in persona. Che con un post su X hanno segnalato al mondo la microscena in cui il metallaro Eddie mostra la musicassetta del loro disco Piece Of Mind.
Nella colonna sonora di Stranger Things 5 la nostalgia è solo il punto di partenza di un procedimento più complesso. Le canzoni prescelte con cura, che siano dei Settanta o degli Ottanta, funzionano come una lingua già conosciuta, che permette alla serie di comunicare in modo rapido e profondo senza dover spiegare. L’efficacia della colonna sonora nasce proprio da questa familiarità: le canzoni non devono introdurre un’emozione, ma attivarla. Arrivano quando la scena è già pronta. Gli anni Settanta e Ottanta non vengono più evocati per ricostruire un’atmosfera o per il gusto della retrospettiva, ma per intervenire nel presente del racconto. La musica non serve allo spettatore per ricordare com’era, ma per riconoscere ciò che sta accadendo. Qui e ora.
