Ci sono strumenti che, a un certo punto, smettono di essere tali. Diventano luoghi. Le chitarre più costose della storia del rock non sono semplicemente oggetti rari: sono superfici attraversate dal tempo, in cui si sono depositati gesti, meraviglie sonore, errori, ossessioni. Il loro valore non è nel legno o nei pickup, ma nella quantità di vita che hanno assorbito.
La Black Strat di David Gilmour è forse l’esempio più compiuto di questa trasformazione. Comprata alla fine degli anni Sessanta, non è mai rimasta uguale a se stessa: pezzi sostituiti, elettronica modificata, identità continuamente ridefinita. È una chitarra instabile e proprio per questo perfetta per il chitarrista dei Pink Floyd, che ha sempre cercato il suono come qualcosa da avvicinare, non da possedere. Durante le registrazioni di The Dark Side of the Moon e The Wall si racconta lavorasse per ore su una singola nota, inseguendo non l’intonazione ma la sua vibrazione emotiva. A marzo di quest’anno è stata venduta a 14,5 milioni di dollari in un’asta di Christie’s a New York. La Martin da sei milioni dollari di Kurt Cobain introduce invece una logica opposta. Non nasce come strumento iconico: è un modello anomalo, poco amato, quasi un compromesso tra acustico ed elettrico. Forse, Cobain la sceglie proprio perché non ha dietro di sé un’aura mitologica. Durante l’MTV Unplugged a New York, il leader dei Nirvana, senza pose o mise da rocker, indossando un cardigan e stando seduto, la tratta più come un oggetto quotidiano, quasi domestico, senza alcuna estensione eroica. Una sei corde, fragile, esposta. Come lui…
Alla fine degli anni Sessanta, con Jimi Hendrix, la chitarra diventa uno spazio di conflitto, di sperimentazione, quasi di rischio. Hendrix è mancino, prende una chitarra per destrimani, la gira sottosopra e cambia l’ordine delle corde Questo altera la tensione delle corde, la posizione della leva del vibrato, l’accesso ai controlli di volume e tono e la chitarra non risponde più come era stata progettata. Jimi ne riscrive la logica fisica e sonora e porta tutto al limite: nel marzo del 1967, a Monterey, incendia la chitarra sul palco, trasformando il concerto in un gesto sciamanico e rituale. In questo contesto, le Stratocaster sopravvissute (una è stata venduta a due milioni di dollari recentemente) acquistano un valore ulteriore: sono eccezioni, non reliquie statiche, ma oggetti che hanno attraversato una pratica artistica che ne prevedeva la distruzione sul palco.
Con la “Tiger” di Jerry Garcia (venduta a 10 milioni) la chitarra diventa invece un sistema complesso, quasi eccessivo. Costruita dal re dei liutai, Doug Irwin, è pesante, ha un’elettronica interna complessa, intricata, piena di circuiti: più macchina che strumento. Garcia, sul palco con i Grateful Dead, la usa per anni in concerti maratona che durano ore e che non sono mai uguali a se stessi. Ma la storia della leggendaria Tiger non finisce con la musica. Dopo la morte di Garcia, la proprietà della chitarra diventa oggetto di una disputa legale tra Irwin e i Grateful Dead.
C’è poi una chitarra di John Lennon che racconta una storia di assenze. La Gibson J-160E del 1962, utilizzata agli inizi dei Beatles, viene rubata nel 1963 durante un concerto natalizio dei Fab Four a Londra. Riappare in un negozio di oggetti usati negli Stati Uniti negli anni 70. L’ignaro compratore la suona per 40 anni senza sapere di possedere un pezzo di storia, poi nel 2014 emerge la verità grazie alle graffiature del legno e a piccoli dettagli che corrispondono a quelle presenti nelle foto dei Beatles di inizio Sessanta. Più che un ritrovamento, una riapparizione, come se la storia avesse restituito un oggetto che nel frattempo era diventato leggenda. Viene battuta all’asta per 2,4 milioni di dollari.
La SG “The Fool” di Eric Clapton acquistata per tre milioni di dollari apre invece una riflessione sull’immagine. Dipinta in chiave psichedelica da un collettivo artistico olandese (The Fool), è una chitarra che appartiene tanto allo sguardo quanto all’ascolto, che trasforma uno strumento industriale in un oggetto totemico. L’aspetto più affascinante è che si trattava di un’estetica effimera. In assenza di uno smalto protettivo adeguato, il contatto con le mani e il sudore di Clapton iniziò subito a corrodere l’opera d’arte. Le scrostature divennero parte dell’estetica stessa trasformandola man mano in un’opera d’arte che “moriva” mentre la musica prendeva vita. In definitiva, valgono milioni queste chitarre, non perché siano rare, ma perché sono irripetibili. Non perché appartengano ancora a qualcuno, ma perché, ormai, appartengono alla storia. E perché il loro suono è nell’aria. Come un’eco che non smette mai.
