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Freddie Mercury, 80 anni: il genio che trasformò anche l’addio in arte

Freddie Mercury, 80 anni: il genio che trasformò anche l’addio in arte
ANSA /ARCHIVIO/15580

Il 5 settembre avrebbe compiuto ottant’anni .Perché il vocalist dei Queen resta una figura irripetibile

Freddie Mercury apparteneva a quella rarissima categoria di artisti nei quali il talento sembrava eccedere persino l’arte di esercitarlo: non soltanto una voce irripetibile, ma una formidabile intelligenza istintiva dello spettacolo, della musica, del gesto, dell’immagine.

È morto di Aids il 24 novembre 1991, a quarantacinque anni. Lui che aveva fatto della visibilità una forma di potere, negli ultimi anni, esercitò quel potere al contrario: decidendo che cosa il mondo non avrebbe avuto il diritto di vedere. Mentre il corpo cominciava a tradire il segreto che tenacemente continuava a difendere, Mercury trasformò lo studio di registrazione in una corsa contro il tempo: cantare finché ne aveva la forza, accumulare frammenti, strofe, tracce vocali che gli altri avrebbero potuto completare dopo la sua fine. Più il tempo si restringeva, più Mercury sembrava difendere con ostinazione la distanza tra la propria fragilità privata e il personaggio pubblico. È forse in quella distanza che si trova l’ultima manifestazione del suo genio. La grandezza dell’ultima stagione della sua vita non sta nell’aver affrontato pubblicamente la morte, ma nell’averle opposto il lavoro, la disciplina e il controllo della propria immagine.

Il 5 settembre Freddie Mercury avrebbe compiuto ottant’anni. A Montreux, la città svizzera che per i Queen era diventata insieme studio, rifugio seconda casa, la ricorrenza sarà celebrata per cinque giorni. Il grande gala ufficiale al Casino Barrière è esaurito da mesi; intorno alla statua di Mercury affacciata sul lago sono annunciati concerti, incontri, tra cui l’esibizione di un’orchestra di ottanta musicisti per celebrare la musica dei Queen. A Budapest, la House of Music Hungary gli dedica fino a febbraio 2027 una grande mostra, Freddie – The Exhibition, costruita attraverso oggetti personali e testimonianze di chi gli visse accanto; a Bologna, Queen The Last Tour (fino all’11 ottobre) riporta alla luce le immagini dell’ultima tournée del 1986. A ottobre (dal 7 all’11) Queen Budapest, Queen Budapest, il film dell’ultima esibizione con Mercury documentata integralmente da una troupe professionale, tornerà nei cinema di tutto il mondo restaurato in 4K.
Il cantante dei Queen si offriva a stadi interi in calzamaglia, mantello, corona, pelle, lustrini; trasformava il corpo in un’esclamazione, ma teneva la biografia dietro una porta. La sua smisuratezza pubblica e la sua reticenza privata non erano opposti. Erano due parti dello stesso controllo.

Quando il corpo cominciò a tradirlo, applicò alla malattia la medesima disciplina. Il 18 febbraio 1990, ai Brit Awards, i Queen ricevettero il premio per l’Outstanding Contribution to British Music. Fu l’ultima apparizione pubblica ufficiale di Mercury. Il cambiamento era ormai difficile da ignorare: il volto scavato, il fisico molto più sottile, un’immobilità estranea all’uomo che pochi anni prima sembrava capace di comandare Wembley con un movimento del polso. Non disse nulla, poi a fine cerimonia si avvicinò al microfono. «Thank you… goodnight». E uscì di scena. Nel febbraio del 1991, durante le riprese del video di I’m Going Slightly Mad, la sottrazione diventò quasi una forma d’arte. Il video è un piccolo teatro dell’assurdo: Brian May travestito da pinguino, Roger Taylor con una teiera sulla testa, un gorilla, un triciclo, Mercury con un casco di banane. Tutto è artificio. Tutto è deliberatamente falso. Anche il bianco e nero, il trucco pesante, la parrucca, gli abiti studiati per mascherare il dimagrimento. La malattia è presente in ogni fotogramma ma non viene mai nominata.

Durante la lavorazione dell’ultimo album, Innuendo, il chitarrista Brian May ricorda che non si discuteva molto della malattia. Quando Freddie trovava le forze per tornare in sala d’incisione, si lavorava. In quei giorni, May stava preparando The Show Must Go On, un brano massacrante anche per un cantante sano. Quando la fece ascoltare a Freddie, gli disse di non sapere se sarebbe riuscito ad affrontare quelle note senza sforzarsi troppo. Mercury liquidò il problema: “I’ll fucking do it, darling” (“Cazzo, lo farò, tesoro”). Mandò giù della vodka, entrò in sala e cantò. Il risultato fu uno dei pezzi più potenti e maestosi della storia dei Queen.

Il corpo disponeva ormai di pochissimo tempo, lo studio gli consentiva di convertirlo in materiale sonoro. Brian May racconta che Freddie gli chiedeva di continuare a portargli musica, parole, frammenti da cantare. Non era più nemmeno indispensabile terminare una canzone. Bisognava accumulare frammenti di futuro.
Il 30 maggio 1991 Mercury tornò per l’ultima volta davanti a una cinepresa per le riprese del video di These Are the Days of Our Lives. Questa volta non c’erano più abbastanza trucchi per fingere davvero. Il bianco e nero attenuava i segni della malattia, ma non poteva cancellarli. Mercury è magrissimo. Indossa un gilet decorato con i suoi amatissimi gatti. Non prova più a sembrare l’uomo che percorreva di corsa le passerelle degli stadi. Ed è proprio allora che torna, per qualche secondo, Freddie Mercury. Alla fine del video guarda direttamente nell’obiettivo, dentro la macchina da presa, e pronuncia «I still love you», fa un piccolo gesto con le dita e si allontana dall’inquadratura.

Così, l’uomo che per tutta la vita aveva studiato entrate spettacolari organizza la propria uscita da un rettangolo di luce.
Fuori da quello spazio controllato, intanto, l’assedio cresceva. I tabloid britannici inseguivano da tempo ogni mutamento del suo aspetto. Il 23 novembre 1991 il suo addetto stampa diffonde finalmente una dichiarazione. Mercury confermava di essere HIV positivo e di avere l’Aids. Il giorno dopo morì, a 45 anni. Freddie Mercury compie oggi ottant’anni senza essere mai diventato vecchio: perché, alla fine, è riuscito nel capolavoro di lasciare alla morte il corpo e al tempo la voce.

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