Per oltre quarant’anni Red Hot Chili Peppers hanno costruito uno dei suoni più riconoscibili del rock moderno, mescolando funk, punk ed energia da classifica. Eppure nella mente del loro bassista Flea è sempre rimasto un altro suono, più lontano e più intimo: quello della tromba.
È lo strumento che Flea suonava da adolescente, prima che il basso elettrico lo trasformasse in una delle icone del rock alternativo. Il ricordo risale alle sessioni jazz che il patrigno organizzava nel salotto di casa: musicisti che improvvisavano bebop a velocità vertiginose mentre il giovane Flea ascoltava incantato. “Mi lasciava senza parole”, racconta oggi. “Ricordo che rotolavo sul pavimento dalla gioia. Non riuscivo a credere che si potesse suonare così: era un miracolo”.
Quel fascino non è mai scomparso davvero, anche se la vita con i Chili Peppers — tra tour, registrazioni e successi planetari — ha sempre lasciato poco spazio ad altre strade musicali. “Ho sempre voluto tornare alla tromba”, ammette. “Ma eravamo impegnati a fare dischi, tour, a vivere quella vita frenetica. Sembrava impossibile trovare il tempo”.
Tre anni fa qualcosa è cambiato. Flea ha iniziato a sentire che quella storia musicale lasciata in sospeso chiedeva di essere ripresa. Così ha ricominciato a studiare la tromba ogni giorno, ovunque si trovasse: a casa, in tour o perfino sui set cinematografici. La sua filmografia include titoli come My Own Private Idaho, The Big Lebowski e Suburbia.
Da questo percorso nasce Honora, il suo primo album solista per Nonesuch Records. Non è un semplice side project, ma un lavoro sorprendentemente libero, sospeso tra jazz contemporaneo, improvvisazione e groove minimali.
Per realizzarlo Flea si è circondato di alcuni tra i musicisti più interessanti della scena di Los Angeles: il batterista Deantoni Parks, la bassista Anna Butterss, il chitarrista Jeff Parker e il sassofonista e produttore Josh Johnson. Accanto a loro compaiono ospiti illustri come Thom Yorke, Nick Cave e il sassofonista Rickey Washington, figura chiave nel percorso jazzistico del bassista.
L’atmosfera delle sessioni è stata immediatamente speciale. “Dal primo secondo è stato bellissimo”, ricorda Flea. “Avevo un po’ di paura: pensavo che potessero pensare ‘questo non sa suonare jazz’. Invece è successo l’opposto. Ogni volta che ci sedevamo a suonare mi sembrava di fluttuare”.
Il disco si apre con A Plea, una sorta di manifesto registrato quasi in presa diretta. È un intervento parlato che riflette sulla polarizzazione politica e sociale contemporanea. Flea non prende una posizione ideologica, ma rifiuta la logica delle tifoserie contrapposte: “Non voglio far parte di quel botta e risposta sterile in cui ognuno parla solo ai già convertiti”.
Subito dopo arriva Traffic Lights, uno dei brani più dinamici del disco. Nato durante una jam con Deantoni Parks, il pezzo ha subito ricordato a Flea l’atmosfera degli Atoms for Peace, il progetto che aveva condiviso con Thom Yorke. Non sorprende quindi che il frontman dei Radiohead abbia accettato di partecipare al brano. “Molti pensano che Thom sia freddo e cerebrale”, racconta Flea. “In realtà è uno dei musicisti più caldi e spontanei con cui abbia mai suonato”.
Tra i momenti più ipnotici dell’album c’è Frailed, costruita su un groove minimale che richiama lo spirito ritmico di James Brown. La versione definitiva nasce da una lunga sessione improvvisata: oltre un’ora di musica da cui è stato estratto un segmento di undici minuti.
In “Morning Cry” il disco si avvicina invece al jazz più libero. La composizione nasce quasi per caso, quando Flea si è ritrovato a canticchiare una melodia appena sveglio. L’ispirazione viene dal free jazz degli anni Sessanta, in particolare da Ornette Coleman, con strutture armoniche ridotte al minimo e grande spazio all’interazione tra gli strumenti.
Il disco include anche alcune riletture sorprendenti. Maggot Brain, classico dei Funkadelic guidati da George Clinton, diventa un tributo alla tradizione P-Funk e alla chitarra visionaria di Eddie Hazel, trasformato in una sorta di processione psichedelica di fiati e vibrafono.
Un altro momento emotivo è Wichita Lineman, celebre composizione di Jimmy Webb. Dopo aver registrato una versione strumentale, Flea ha pensato di coinvolgere Nick Cave, grande estimatore del brano. Il cantante ha accettato immediatamente. “Quando ho ascoltato la sua voce ho iniziato a piangere”, racconta il bassista.
Tra le sorprese dell’album c’è anche Thinkin Bout You, reinterpretazione del brano di Frank Ocean tratto da Channel Orange, che Flea trasforma in una meditazione melodica tra tromba, basso e archi.
Il disco si chiude con Free As I Want to Be, nato durante una passeggiata a Big Sur in un momento difficile della sua vita. “Mi sono detto: ‘Sono libero, libero quanto voglio essere’. È diventato un mantra che ripeto quando mi sento sopraffatto”.
Con Honora, Flea mostra un lato inedito della propria identità musicale. Non è il funk esplosivo dei Chili Peppers né il rock da stadio che lo ha reso celebre, ma qualcosa di più fragile e aperto: un disco che mette al centro l’ascolto, l’improvvisazione e la curiosità.
Più che un debutto solista tradizionale, è il racconto di un musicista che, dopo decenni di carriera, ha deciso di tornare alle proprie radici per scoprire una nuova libertà creativa. E, soprattutto, per seguire finalmente il suono che lo aveva incantato da ragazzo.
