La dichiarazione d’intenti è già nel titolo della 54esima edizione della Biennale Teatro di Venezia: Alter Native con i suoi oltre 200 artisti, 52 appuntamenti, un programma (fino al 21 giugno) che attraversa Grecia, Indonesia, India, Ruanda, Nuova Zelanda e naturalmente l’Europa, ha il compito di cercare forme teatrali che sfuggano ai linguaggi dominanti dell’Occidente, attraversare culture, ritualità e tradizioni capaci di produrre nuove visioni del presente.
Il progetto voluto e studiato da Willem Dafoe, direttore, per il secondo anno, della Biennale è ambizioso, ma se da una parte è sacrosanto il bisogno di recuperare una dimensione antropologica del teatro che ultimamente era stata sacrificata sull’altare dell’autorialità, dell’ibridazione dei linguaggi e della tecnologia, dall’altra, invece, c’è il rischio che pratiche provenienti da contesti geografici e culturali “altri” finiscano per essere osservate attraverso una lente esotizzante.
Sull’argomento però, Dafoe così risponde a Panorama: «Il teatro è teatro. Sebbene nelle diverse culture possa rivolgersi a pubblici differenti e nascere da tradizioni diverse, tutte queste forme aspirano a suscitare meraviglia e riflessione sull’esperienza umana. Il teatro non esiste davvero senza l’elemento umano: persino uno spettacolo di marionette ha bisogno di un interprete umano e di un’esperienza collettiva. Le tradizioni teatrali occidentali possono imparare molto da altre forme». E poi ricorda: «Quando da giovane andai per la prima volta in Gemmiappone, vidi il teatro Noh e, sebbene fosse qualcosa di estraneo alla mia esperienza e nato da una cultura diversa, ne fui profondamente ispirato. Mi rivelò il vero potere del gesto, del tempo e della presenza dell’attore in teatro».
Certo c’è da imparare molto da artisti come Satoshi Miyagi, Sharmila Biswas, Lemi Ponifasio o Dorcy Rugamba il cui lavoro indica una precisa volontà di guardare verso pratiche sceniche in cui il rito, la memoria e la comunità continuano a essere elementi fondanti dell’atto performativo. Resta il dubbio però che l’alterità diventi una categoria estetica, quasi un marchio di autenticità, se non addirittura un forma di opportunismo ideologico: in un momento in cui il linguaggio della diversità e dell’inclusione è diventato parte integrante delle strategie culturali anche delle grandi istituzioni, la celebrazione delle culture periferiche potrebbe facilmente trasformarsi in un gesto autoreferenziale, utile soprattutto a confermare l’apertura mentale di chi organizza.
Forse giustamente incurante di tutte queste supposizioni critiche, Dafoe spiega: «Il titolo Alternative, o più precisamente, Alter Native non ha un significato preciso, poiché l’etimologia può essere vaga o evocativa. L’idea è quella di pensare ad Alter come a un cambiamento e a Native come alla propria natura. Oppure Alter come altro e Native come la cultura di provenienza». E poi conclude: «Non lo considero un programma radicale. Spero piuttosto che sia un programma nuovo, fresco. Io cerco di portare un teatro che parli direttamente agli esseri umani attraverso un rituale collettivo. Siamo creature dei sensi e, per me, il teatro non riguarda tanto le idee quanto l’esperienza: una provocazione alla meraviglia».
Intanto, il Leone d’Oro alla carriera va quest’anno a Emma Dante, la regista siciliana il cui teatro nasce da una lingua, da una geografia e da una tensione sociale precise. E che non offre al pubblico il fascino della distanza, ma piuttosto il disagio della prossimità. Ed è forse proprio questa la lezione più interessante della Biennale 2026.
