Super Mario non è mai stato solo un videogioco, e continuare a raccontarlo come tale significa non aver capito nulla di come funziona davvero la cultura pop quando smette di essere intrattenimento e diventa linguaggio.
Quando Super Mario Bros. arriva nel 1985, non introduce semplicemente un personaggio o una meccanica di gioco, ma stabilisce un codice che attraversa generazioni, piattaforme e media, trasformando un idraulico in pixel in uno degli alfabeti visivi più riconoscibili al mondo.
Dall’arcade all’immaginario globale: la costruzione di un’icona
Per capire davvero cosa rappresenti oggi Mario, bisogna tornare a un momento in cui il videogioco era ancora un territorio in costruzione, un linguaggio acerbo, spesso confinato a una dimensione tecnica più che narrativa, e osservare come un personaggio nato quasi per necessità grafica — un cappello per evitare di animare i capelli, dei baffi per rendere leggibile il volto — sia riuscito a trasformarsi in una delle icone più riconoscibili della cultura contemporanea.
La prima apparizione risale a Donkey Kong, dove Mario — ancora carpentiere — si muove all’interno di una struttura semplice ma già perfettamente leggibile, che anticipa quella che diventerà la grammatica del platform, mentre con Mario Bros. prende forma un primo universo condiviso, grazie anche all’introduzione di Luigi, elemento fondamentale per trasformare un’esperienza individuale in un sistema relazionale.
Ma è con Super Mario Bros. che avviene la vera rivoluzione, quella che non riguarda soltanto il successo commerciale ma la capacità di definire uno standard, di stabilire una sintassi del movimento, del ritmo, della progressione, che diventerà la base su cui si costruirà gran parte del linguaggio videoludico degli anni successivi, in un momento storico in cui l’industria aveva bisogno non solo di prodotti, ma di direzione.
Dietro questa trasformazione c’è la visione di Shigeru Miyamoto, che più che creare un personaggio costruisce un mondo coerente, espandibile, immediatamente riconoscibile, capace di essere al tempo stesso accessibile e profondamente stratificato, e proprio in questa tensione tra semplicità apparente e complessità nascosta si gioca il successo duraturo della saga.
L’evoluzione continua: dal 2D al 3D senza perdere identità
Se c’è un elemento che distingue Mario da qualsiasi altra icona pop, è la sua capacità di evolversi senza mai tradire se stesso, attraversando decenni di innovazione tecnologica mantenendo intatta una riconoscibilità quasi assoluta, che diventa ancora più evidente nel passaggio alla tridimensionalità con Super Mario 64, un titolo che non si limita a sfruttare il 3D, ma ne definisce le regole, ridefinendo completamente il concetto di spazio nel videogioco.
Da lì in avanti, ogni iterazione — da Super Mario Sunshine a Super Mario Odyssey — diventa un laboratorio di sperimentazione, in cui le meccaniche si espandono, si contaminano, si reinventano, senza mai perdere quel senso di immediatezza che ha reso Mario accessibile a chiunque, indipendentemente dall’età o dall’esperienza.
Parallelamente, l’universo si amplia, si stratifica, si popola: non più solo l’eroe che salva la principessa, ma un ecosistema narrativo che include personaggi diventati a loro volta protagonisti, come la Principessa Peach o Yoshi, contribuendo a trasformare il franchise in un vero e proprio universo espanso, capace di generare spin-off, variazioni, ibridazioni che spaziano dai giochi sportivi ai racing game, come Super Mario Kart, fino alle più recenti evoluzioni su nuove piattaforme.
Mario come linguaggio: perché continua a funzionare
Il punto, però, non è solo l’evoluzione tecnica o commerciale, ma il fatto che Mario sia diventato un linguaggio, un sistema di segni immediatamente comprensibili, che attraversa media diversi senza perdere efficacia, influenzando non solo il videogioco, ma anche il cinema, la musica, la moda e, più in generale, il modo in cui costruiamo e consumiamo narrazioni visive.
In un’epoca in cui molti protagonisti del videogioco erano iper-mascolinizzati, costruiti su modelli eroici rigidi e spesso distanti, Mario si impone come figura opposta: un uomo comune, un idraulico, un corpo accessibile, quasi quotidiano, e proprio questa normalità diventa la sua forza più radicale, perché permette a chiunque di identificarsi, di entrare nel gioco senza barriere simboliche.
Non è un caso che, a distanza di quarant’anni, continui a essere percepito come contemporaneo, capace di parlare a generazioni che non hanno alcun legame diretto con il contesto storico in cui è nato, ma che riconoscono immediatamente la sua grammatica, il suo ritmo, il suo tono.
Super Mario entra all’università: il caso IULM Game Lab
È esattamente in questa prospettiva che si inserisce l’iniziativa dell’Università IULM, che ha scelto di celebrare i quarant’anni di Super Mario Bros. non con un’operazione nostalgica, ma con un gesto molto più significativo: portare il videogioco dentro l’accademia, riconoscendolo come oggetto di studio critico e creativo attraverso il lancio di IULM Game Lab.
L’evento inaugurale, che ha coinvolto professionisti dell’industria, giornalisti e studiosi, ha messo al centro proprio questa dimensione, analizzando Mario non come semplice icona pop, ma come linguaggio capace di influenzare e ridefinire media diversi, in un dialogo costante tra memoria individuale e costruzione collettiva dell’immaginario.
Le parole della rettrice Valentina Garavaglia chiariscono perfettamente la posta in gioco: il videogioco non è più un prodotto marginale, ma una forma culturale centrale, capace di modellare modalità di comunicazione e sistemi simbolici, e inserirlo in un contesto universitario significa riconoscere questa centralità, strutturarla, analizzarla.
Allo stesso modo, il panel dedicato all’evoluzione di Mario, con voci come quelle di Mattia Ravanelli, Alessandro Zampini e Francesco Toniolo, ha evidenziato come il personaggio si sia affermato in un momento storico dominato da figure iper-costruite, scegliendo invece una strada opposta, fatta di accessibilità e ironia, senza mai prendersi davvero sul serio, e proprio per questo riuscendo a durare più di chiunque altro.
Da icona pop a patrimonio culturale
Quello che emerge, a quarant’anni dalla nascita di Super Mario Bros., è un passaggio ormai definitivo: Mario non appartiene più soltanto all’industria del videogioco, ma a un sistema culturale più ampio, in cui le barriere tra intrattenimento, arte e studio accademico si fanno sempre più porose.
E se oggi un’università decide di dedicargli un laboratorio strutturato, non è per legittimare il videogioco, ma per riconoscere qualcosa che il pubblico aveva già capito da tempo: che certi linguaggi, quando funzionano davvero, smettono di essere medium e diventano cultura.
