«Finalmente». Fu l’ultima parola rimasta sospesa, nella telefonata del 1º marzo 1938 tra il funzionario di polizia Giovanni Rizzo e Benito Mussolini. A chiamare, dal Vittoriale, era stato Rizzo. Racconta Giordano Bruno Guerri, scrittore e storico, presidente del complesso museale di Gardone Riviera: «Il Duce lo aveva messo già da 15 anni al fianco di d’Annunzio. All’inizio con la scusa di indagare su un furto di gioielli, ma il vero compito era farsi raccontare opinioni e intemperanze di un mostro sacro della cultura, poco allineato alle logiche del regime. Quel giorno infausto, Rizzo avvisava Mussolini, prima che la notizia diventasse pubblica, che il Vate era spirato. Durante la telefonata, uno dei due interlocutori si lasciò scappare un “finalmente”. Il carabiniere che trascrisse la conversazione non precisò chi pronunciasse quella parola: è naturale pensare che fosse stato Mussolini».
La telefonata che comunicava al capo del governo la scomparsa a 74 anni, per emorragia cerebrale, del celebre poeta, scrittore, patriota, eroe di Fiume, aviatore (e altro ancora), concludeva una lunga serie di dispacci cifrati e informative segrete. Rizzo era l’occhio e l’orecchio del Duce. Non che d’Annunzio fosse così ingenuo da non immaginarlo: si farebbe torto a una brillante intelligenza. Fondato il sospetto che il Vate approfittasse proprio di Rizzo per far arrivare a Mussolini ciò che voleva, come quando si propose, nel 1936, corrispondente di guerra dall’Etiopia (non se ne fece nulla). Sia come sia, il rapporto tra lo scrittore e il suo «occhio carceriere» è complesso, sfumato. Finisce per somigliare a un’amicizia, d’Annunzio lo definì «molto più delicato dell’amore», viste le confidenze scambiate. Il corpus di 83 documenti – tra lettere, minute, buste autografe -, scritti dal 1923 al 1937, è stato acquistato dal Vittoriale lo scorso giugno, tramite Finarte, in particolare Fabio Massimo Bertolo. Arricchisce gli archivi documentali e permette di gettare ulteriore luce su un mistero che resterà tale a lungo: la personalità, pubblica e privata, di un gigante come Gabriele d’Annunzio, dal quale non si può prescindere se si vuole capire in ogni risvolto il Novecento. Dice Guerri: «Il carteggio verrà messo a disposizione degli studiosi e, probabilmente, diventerà un volume, come è accaduto per altri fondi. Per esempio, abbiamo acquistato, prima di questo, il carteggio con Giuseppe Giulietti, sindacalista dei lavoratori del mare che partecipò all’impresa di Fiume».
Ma che uomo era Rizzo? Siciliano di Messina, fascista della prima ora, diventò prefetto nel 1934 e pubblicò un’autobiografia nel 1941, rivelando qualcosa, non tutto, del rapporto con d’Annunzio. Morì a Roma nel 1962, a 77 anni. «Non risulta che coltivasse ambizioni letterarie», dice Guerri. «Era un poliziotto acuto. Capiva la persona speciale che aveva davanti, sapeva muoversi con equilibrio. Col tempo, tra lui e il Vate nacque un rapporto di rispetto reciproco. Ed è uno degli aspetti più sorprendenti del carteggio. Ci sono lettere curiose. Per esempio, quando D’Annunzio scrive dei figli e se ne lamenta. È una parte che rivela un lato privato del poeta». Continua Guerri: «Il figlio Gabriellino è una presenza costante nelle lettere. Era la sua vittima prediletta, il più irrequieto dei tre figli maschi avuti da Maria Hardouin. Aveva ambizioni artistiche, faceva il regista teatrale e cinematografico, recitava, cercava di seguire le orme del padre. Senza successo. Quando mise in scena una tragedia di papà, al teatro Costanzi di Roma, il pubblico lo fischiò e bersagliò con grida e insulti. Inoltre, era continuamente pieno di debiti. Arrivò perfino a falsificare gli autografi paterni per venderli. Ancora oggi, tra i dannunzisti, quando ci si trova davanti a un falso grossolano si dice scherzosamente: è un Gabriellino».
Nelle lettere, nonostante la fama meritatissima di dongiovanni che circondava il Vate, non ci sono riferimenti agli amori, alle visite di dame. D’Annunzio sapeva che la corrispondenza poteva essere letta da altri, dunque evitava certi argomenti. Ma, il 24 novembre 1924 scrisse a Rizzo, affinché agevolasse un incontro amoroso: «Salvatore Lauro Le dirà (e gli consento di mostrarLe la mia lettera frettolosa, scritta – certo – con inchiostro arrossato dal mio rossore puerile) come io sia costretto a pregarLa di passare sotto il cielo del Garda anche questa notte domenicale. (Forse due o quattro o sei belli occhi ringrazieranno il su mentovato cielo…). A domani. Brucio». Si affidava a Rizzo con il cuore in mano. Gli scrisse: «Ho veramente bisogno di un buon protettore, sagace e delicato, contro le tante noie e le tante frodi». E quando purgavano i suoi telegrammi, il Vate protestava contro la «stupidissima ingiuria della Censura» aggiungendo, con sostenuta esagerazione, «per non tollerare tanta vergogna, non mi rimane se non farmi uccidere in piazza».
Rizzo, introdotto al Vittoriale nel settembre 1923, svolse sempre il proprio lavoro con discrezione ed efficienza. «Non c’era periodicità nelle informative», puntualizza Guerri. «Scriveva quando riteneva necessario avvisare il Duce. All’inizio le comunicazioni sono piuttosto frequenti, con il passare degli anni diventano più rade. Tornano a intensificarsi durante l’avvicinamento del regime alla Germania nazista. D’Annunzio era furioso: in lui bruciava ancora il fuoco sacro che lo spinse a combattere, a 52 anni, durante il primo sanguinoso conflitto mondiale. Di Hitler parlava con disprezzo: lo definiva ridicolo, lo prendeva in giro perfino per i baffetti, paragonandoli a quelli di Charlot. Il Vate morì prima della Seconda guerra mondiale. Ipotizzo, un po’ lo conosco, che non avrebbe mai sopportato che l’Italia combattesse al fianco della Germania contro la Francia, nazione da lui amatissima. Chissà che problemi avrebbe creato al regime, se non fosse trapassato prima».
Sì, quel «finalmente», quel sospiro di sollievo scappato a Mussolini durante l’ultima telefonata di Rizzo, era giustificato. D’Annunzio costituiva una mina vagante, nonostante il gravame dell’età e la salute malferma. In una lettera a Rizzo del gennaio 1935, il Vate poneva sé stesso «definitivamente nella specie del più alto primate antropomorfo di nome Scimpanzé», e descrisse «simiesca decrepitezza» la propria vecchiaia. Nonostante tutto, pur così ridotto, sarebbe riuscito a far sentire una voce contraria, dal «carcere» del Vittoriale, dove Mussolini era ben contento di tenerlo.
Lì, tra gloriosi cimeli, libri rari, arredi e profumi da esteta, non poteva nuocere. Ma «finalmente» era morto, scongiurando così che quella voce, flebile ma ancora in grado di dire verità scomode e farsi ascoltare, potesse far danni. Rizzo, dalla cornetta del Vittoriale, aveva messo un punto fermo. Il carteggio, in mani private prima della benemerita acquisizione, ci restituisce il Vate nella dimensione più vera, tra vita privata e collocazione politica precaria. Gli storici avranno da lavorare su ogni riga, su ogni incertezza della calligrafia, su ogni aggettivo.
