Perdere un dente non è necessariamente una conseguenza dell’età. E i numeri italiani lo mostrano con chiarezza.Un adulto italiano su due ha già perso almeno un dente naturale. Il dato emerge da una ricerca condotta da Mentadent su 2.000 persone tra i 18 e i 75 anni.
La ricerca è stata presentata a Roma in occasione del 46° Mese della Prevenzione Dentale che cade in Ottobre, promosso anche da ANDI, Associazione Nazionale Dentisti Italiani.
Il dato che colpisce di più riguarda però i giovani adulti. Il 26% delle persone intorno ai 30 anni ha già perso almeno un dente. La perdita dentale, quindi, non appartiene soltanto alla terza età. Può arrivare molto prima.
La stessa ricerca fotografa una popolazione che conosce l’importanza della prevenzione, ma non sempre sa come applicarla. Solo una persona su dieci considera eccellente la propria salute orale. Sette italiani su dieci temono inoltre di poter perdere un dente in futuro. Eppure solo quattro su dieci si sentono davvero sicuri di sapere come proteggere i propri denti nel tempo. È questo il primo paradosso che emerge dalla ricerca. La consapevolezza esiste, ma non sempre si trasforma in comportamenti concreti. Otto persone su dieci ritengono che la prevenzione valga lo sforzo anche quando non hanno problemi evidenti. Sette su dieci, inoltre, dichiarano che si prenderebbero maggiore cura dei propri denti se la prevenzione fosse più accessibile. La salute della bocca, dunque, non riguarda soltanto le abitudini individuali. Conta anche la possibilità di accedere ai controlli e di mantenere nel tempo un rapporto con il dentista.
Carie e gengive, così si arriva alla perdita del dente
La perdita di un dente raramente nasce dal nulla. Tra le persone che hanno già perso almeno un dente, la ricerca indica soprattutto carie e malattie gengivali tra i principali fattori associati alla perdita. A questi si aggiungono altri elementi. Ci sono l’età, alcune condizioni di salute, l’alimentazione, il fumo e le abitudini di igiene orale. È un quadro coerente con le conoscenze sulla salute orale. L’Organizzazione mondiale della sanità indica carie e malattie parodontali tra le principali patologie del cavo orale. Molte di queste condizioni possono essere prevenute oppure trattate più facilmente se vengono individuate nelle fasi iniziali. La carie è legata alla presenza della placca batterica e all’esposizione agli zuccheri. Gli acidi prodotti dai batteri possono danneggiare progressivamente lo smalto. Se il processo continua senza trattamento, la lesione può diventare sempre più profonda. Alcuni segnali non dovrebbero essere sottovalutati. Gengive che sanguinano, gonfiore, retrazione gengivale, alitosi persistente o denti mobili meritano una valutazione odontoiatrica.
Anche gli stili di vita possono influenzare la salute della bocca. Il fumo rappresenta un importante fattore di rischio per le malattie gengivali e anche l’alimentazione ha un ruolo. Un consumo elevato e frequente di zuccheri può aumentare il rischio di carie. Per questo non esiste una strategia identica per tutti.
Il vero problema è il divario tra sapere e fare
Gli italiani sembrano avere una buona consapevolezza dell’importanza della prevenzione. Ma questa consapevolezza non sempre diventa una pratica quotidiana.
È proprio questo divario tra conoscenza e azione il tema centrale del Mese della Prevenzione Dentale 2026.
«Perdere i denti non è normale a nessuna età e non deve essere considerato una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento», ha spiegato Fabio Scaffidi, coordinatore ANDI Nazionale del Mese della Prevenzione Dentale.
Il concetto è semplice. I denti cambiano con il tempo, ma l’invecchiamento non significa necessariamente perderli.
La prevenzione quotidiana e i controlli regolari possono contribuire a mantenerli sani più a lungo.
In questo percorso anche la comunicazione diventa importante.
La ricerca indica dentisti e igienisti come le fonti considerate più affidabili sulla salute orale.
Allo stesso tempo, le persone chiedono informazioni più semplici. Vogliono indicazioni comprensibili e soprattutto applicabili alla vita quotidiana.
Quando perdere un dente cambia anche il modo di sorridere
La ricerca mostra anche un altro aspetto della perdita dentale. Il problema può avere conseguenze che vanno oltre la bocca. Tra le persone che hanno perso un dente, una su due riferisce ansia e circa tre su dieci imbarazzo.
Quasi una persona su quattro ha inoltre evitato di sorridere nelle fotografie per preoccupazioni legate ai propri denti o al proprio sorriso. Un dente perso può quindi modificare anche il rapporto con la propria immagine. Può influenzare il sorriso, la sicurezza personale e le relazioni sociali. Per questo la salute orale non può essere ridotta alla sola capacità di masticare.
L’attenzione alla prevenzione dovrebbe iniziare molto prima della perdita di un dente.
È questo l’obiettivo del Mese della Prevenzione Dentale 2026, arrivato alla sua 46ª edizione.
Per l’iniziativa è stato realizzato anche un HUB digitale con informazioni validate dagli esperti.
I contenuti sono organizzati attorno a tre concetti: conoscere il proprio sorriso, adottare corrette abitudini quotidiane e prendersi cura del proprio stile di vita.
Il punto di partenza resta però uno. La prevenzione funziona soprattutto quando arriva prima del problema.
Un dente che non fa male non è necessariamente un dente che non ha bisogno di attenzione. E un sorriso che oggi sembra in perfetta salute merita di essere protetto proprio perché possa rimanere tale nel tempo.
La prevenzione cresce, ma l’igiene a casa resta il punto debole
La fotografia più recente della salute orale degli italiani mostra una contraddizione: si va più spesso dal dentista, ma a casa l’igiene degli spazi tra i denti resta insufficiente. Secondo l’indagine Omni Salus 2026 della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), condotta su 3.000 adulti, oltre il 60% degli intervistati effettua controlli odontoiatrici, contro il 37% delle rilevazioni precedenti. Ma il 41,3% dichiara di non usare mai il filo interdentale o altri strumenti per la pulizia interdentale, mentre solo il 28,7% li utilizza con una frequenza adeguata. Un problema tutt’altro che secondario, visto che la parodontite interessa complessivamente circa il 60% della popolazione italiana, con il 10-15% dei casi in forma grave o avanzata. «Il collutorio è comodo e veloce, ma non sostituisce il filo o lo scovolino», sottolinea Leonardo Trombelli, presidente SIdP, ricordando che la rimozione meccanica della placca negli spazi interdentali resta fondamentale. E quando la malattia gengivale viene trascurata, il rischio non riguarda soltanto le gengive: la parodontite può portare alla perdita dei denti ed è associata anche a diabete e malattie cardiovascolari e reumatologiche
