Ogni inizio d’anno ha il suo gesto preliminare: guardare indietro, e non per nostalgia, ma per capire quali voci meritino di essere riportate nel presente. Le cifre tonde aiutano, semplificano, mettono in calendario, obbligano a scegliere. E il 2026 offre una manciata di ricorrenze che non chiedono celebrazioni retoriche, ma attenzione vera.
Ottocento anni da San Francesco
Ottocento anni fa, nel 1226, muore San Francesco d’Assisi. Tornare a Francesco oggi non significa evocare un santino, ma misurarsi con una delle radici più alte dell’Europa. Nella sua morte – come spesso accade ai grandi – si chiarisce il senso di una vita: un’idea di fraternità concreta, un rapporto non predatorio con il creato, una lingua che si fa canto e che entra nella storia. In un tempo che fatica a riconoscere ciò che la tiene insieme, Francesco ricorda che l’Europa non nasce solo da istituzioni e confini, ma da visioni radicali e insieme semplici dell’uomo, e precede il capitalismo, e ancora può affondare nell’ascesi e nella ricerca di quel che conta e che vale. Ricordiamolo anche solo leggendo un fioretto – si tratta di scritti sempre accusati di riduzionismo! – anche il più famoso, quello del Lupo di Gubbio: ritroveremo un uomo che con coraggio affronta un lupo, un nemico forte e rabbioso, e che l’unico modo per risolvere una situazione incresciosa è lavorare attivamente per la pace, dialogando coraggiosamente, richiedendo con una mano e garantendo qualcosa con l’altra. Un racconto banale, per una lettura superficiale. Un racconto di cui abbiamo bisogno, rileggendolo con il desiderio di crescere con il testo e di trovarci un senso qui e ora.
Cent’anni dalla morte di Piero Gobetti
Cent’anni fa, nel 1926, si interrompe bruscamente la vita di Piero Gobetti. Qui la memoria non è mai pacificata, e non deve esserlo. Gobetti è uno di quegli autori che rischiano di essere citati più che letti o approfonditi. Proprio per questo è prezioso il lavoro di Paolo Di Paolo, che in Un mondo nuovo tutti i giorni riesce in un’operazione rara: ricordare come si dovrebbe, senza chiudere Gobetti in un mausoleo civile – “per dimenticarlo un po’ più in fretta” – ma restituendone l’urgenza, la scomodità e la vitalità della sua “lieta furia dei vent’anni”. Una furia che non ha nulla della forza bruta o dell’istintività, ma che nasce, al contrario, dal desiderio di fare con la propria vita qualcosa di grande. Il libro invoglia a tornare alle opere, agli articoli, alle prese di posizione, ma anche alle fotografie, in un’operazione che coinvolge anche l’emotività e che finisce con il farci volere bene a Piero, Ada e al piccolo Paolo. Non solo, però, Di Paolo insieme alla ricerca spiega perché serva trattare Gobetti oggi e fa un’operazione che dovrebbe essere alla base di ogni presentazione di opera o autore: storia e letteratura non vanno intesi come semplice erudizione. Non basta “seguir virtute e canoscenza” per salvarsi – Ulisse, lo sappiamo, è dannato – ma è necessario studiare, amare, e fare in modo che il sapere entri nel flusso vitale e politico dell’esistenza di ognuno. Gobetti, in questo senso, non è un ricordo: è una domanda aperta e uno sprone soprattutto per i giovani, per chi coi giovani tratta, per chi ai giovani tiene.
Il bicentenario di Carlo Collodi
Cento anni prima, nel 1826, nasce Carlo Collodi, e oggi il rischio è credere di conoscerlo già. Pinocchio appartiene a quella schiera di testi che incontriamo troppo presto, e non in formato originale, o integrale, o letterario, e che dovremmo avere il coraggio di rincontrare da capo. Rileggerlo da adulti significa scoprire una riflessione profonda su educazione, libertà, errore, crescita. Il bicentenario è un buon pretesto per tornare alle pagine, ma anche per affidarsi a percorsi e visite tematiche, ai luoghi, a una geografia letteraria che rende evidente quanto quella storia sia tutt’altro che innocua o addomesticata. Valga una visita a Collodi, ma anche ritrovarsi a leggere – chissà, per la prima volta? – i capitoli iniziali di Pinocchio, con Mastro Ciliegia e Mastro Geppetto presi a litigare furiosamente mentre danno forma a una lingua che riprende Manzoni ma presto ripiega verso la vitalità della parlata toscana. È un testo mirabile, ancora vivo, che è stato alla base delle prime lezioni di italiano per tutti i piccoli italiani sui banchi delle scuole elementari tra XIX e XX secolo e che va riscoperto, in un modo o nell’altro.
Cinquant’anni senza Agatha Christie
Nel 1976 muore Agatha Christie. Cinquant’anni dopo, il dibattito sulla dignità letteraria del giallo continua a riapparire con una certa ostinazione nelle aule scolastiche, anche se probabilmente il successo commerciale – e non solo in ambito libresco – del genere ha placato il dibattito e importa ormai poco capire se sia un genere di consumo o, in alcuni casi, qualcosa di più. Forse la via d’uscita è la più semplice: rileggere. Prendere un romanzo della Christie – uno che si trova in casa, perché probabilmente così sarà per molti – e leggerlo tutto d’un fiato. La precisione dell’intreccio, il controllo del ritmo, la costruzione dei personaggi parlano da soli. E se servisse un’ulteriore conferma, le numerose trasposizioni televisive – in particolare quelle firmate BBC – mostrano quanto quelle storie funzionino ancora, senza bisogno di giustificazioni teoriche.
Dieci anni senza Bowie, Cohen e George Michael
Infine, il 2016, e con questa data, la musica internazionale. Dieci anni fa se ne vanno David Bowie, Leonard Cohen e George Michael. Tre traiettorie diversissime, che però raccontano molto di ciò che la musica d’autore è stata negli ultimi decenni. Bowie, capace di fare dell’estetica una forma di conoscenza; Cohen, toccato da una grazia poetica che teneva insieme Bibbia e canzone, detto con enorme riduttività; George Michael, autore pop di grande successo e di qualità. Ricordarli oggi non è indulgere nella nostalgia, ma riconoscere che anche la musica può essere un modo serio di abitare il mondo.
Alla fine, queste cifre tonde servono a questo: non a chiudere i conti con il passato, ma a riaprirli. Perché alcune voci, se tornano a circolare davvero, continuano a dirci qualcosa di essenziale sul nostro presente.
