La Casa Bianca sta esaminando la possibilità di un’azione militare circoscritta contro l’Iran per spingere Teheran ad accettare un’intesa sul nucleare alle condizioni di Washington. L’ipotesi allo studio secondo il Wall Street Journal, non prevede, almeno in una prima fase, un’offensiva su vasta scala, ma un intervento calibrato, concepito come strumento di pressione per ottenere concessioni senza innescare una reazione regionale incontrollabile. Secondo fonti informate, qualora arrivasse il via libera presidenziale, l’operazione potrebbe scattare entro pochi giorni e concentrarsi su obiettivi militari o sedi istituzionali selezionate. Il segnale sarebbe inequivocabile: se l’Iran non interromperà le attività di arricchimento dell’uranio, gli Stati Uniti potrebbero ampliare significativamente il raggio d’azione, colpendo infrastrutture strategiche del sistema di potere iraniano, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per la leadership di Teheran. L’opzione di un attacco limitato, finora rimasta sullo sfondo, indica che Donald Trump non esclude l’impiego della forza non solo come risposta al mancato accordo, ma anche come leva negoziale per imporre un compromesso più favorevole agli interessi americani. Una fonte riferisce che il presidente starebbe valutando un’escalation progressiva: partire con operazioni puntuali e, se necessario, intensificare la pressione fino allo smantellamento del programma nucleare o a un indebolimento sostanziale del regime.
Un’azione armata, seppur contenuta, rischierebbe però di bloccare il dialogo. Un funzionario dell’area mediorientale sottolinea che Teheran potrebbe sospendere le trattative per un periodo prolungato, proprio mentre sta definendo la propria replica formale alle richieste statunitensi. Non è ancora chiaro quanto l’opzione militare sia concreta dopo settimane di consultazioni interne. I collaboratori più stretti del presidente l’hanno riproposta più volte, ma nelle discussioni più recenti – secondo fonti governative – l’attenzione si sarebbe concentrata anche su scenari di intervento più ampi. Trump ha annunciato che prenderà una decisione entro dieci giorni, precisando successivamente che il termine massimo potrebbe estendersi a due settimane. «Un accordo sarà raggiunto, oppure lo otterremo in un altro modo», ha dichiarato ai cronisti. La portavoce Anna Kelly ha evitato di fornire dettagli operativi, ribadendo che «solo il presidente conosce le opzioni sul tavolo e le sue intenzioni». Tra le alternative allo studio figurano una campagna di bombardamenti della durata di alcuni giorni per forzare un cambio di atteggiamento del regime, oppure una serie di strike mirati contro strutture governative e militari. Diversi analisti e funzionari americani avvertono tuttavia che qualsiasi intervento potrebbe provocare una risposta iraniana, con il rischio di trascinare Washington in un conflitto più esteso in Medio Oriente e di esporre gli alleati regionali Israele su tutti, a ritorsioni.
Il confronto richiama alla memoria quanto accadde nel 2018, durante il primo mandato di Trump, quando la Casa Bianca valutò un attacco preventivo limitato contro la Corea del Nord nel pieno della crisi con Pyongyang. L’obiettivo era dimostrare la determinazione americana nel fermare il programma atomico nordcoreano. Alla fine prevalse la via diplomatica, con tre vertici tra Trump e Kim Jong Un che però non portarono allo smantellamento dell’arsenale.Anche oggi il negoziato con Teheran appare fragile. In settimana emissari statunitensi hanno incontrato rappresentanti iraniani per sondare possibili margini di intesa. Washington pretende la cessazione delle attività nucleari più sensibili, restrizioni al programma missilistico balistico e lo stop al sostegno iraniano alle milizie regionali. L’Iran ha respinto richieste considerate eccessive, offrendo finora aperture limitate e ribadendo di non avere ambizioni nucleari militari.
L’impasse diplomatica, unita al rafforzamento del dispositivo militare americano nell’area, alimenta l’ipotesi di un intervento. Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno trasferito in Medio Oriente caccia F-35 e F-22; una seconda portaerei con velivoli da attacco e guerra elettronica è in rotta verso la regione. Sono stati inoltre posizionati aerei per il comando e controllo e ulteriori sistemi di difesa aerea, elementi chiave per sostenere operazioni di ampia portata. Teheran ha reagito con dichiarazioni minacciose. La Guida Suprema Ali Khamenei ha affermato che le forze iraniane sarebbero in grado di colpire duramente le unità americane, arrivando a evocare l’affondamento di una portaerei statunitense. A rendere il clima ancora più teso contribuiscono i precedenti recenti. Lo scorso anno Washington aveva indicato un termine di due settimane per raggiungere un’intesa; pochi giorni dopo, bombardieri B-2 e altre piattaforme avevano colpito tre siti nucleari iraniani, rallentandone le attività. La nuova scadenza fissata dal presidente riporta al centro la stessa domanda: la minaccia militare è un’arma negoziale o il preludio a un’escalation? La decisione finale, come ricordano dalla Casa Bianca, spetta al comandante in capo.
