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Venezia, 5 film in gara e zero premi: la disfatta totale del cinema italiano

Venezia, 5 film in gara e zero premi: la disfatta totale del cinema italiano
May el-Toukhy e Mathilde Arcel posano con il Leone d’Oro per il miglior film e la Coppa Volpi per la migliore attrice assegnati a “Woman Unknown” durante il photocall dei vincitori nell’ambito dell’83ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Venezia. Getty Images

Dietro il trionfo di May el-Toukhy ed elogi internazionali, Venezia certifica il distacco dei film italiani dai temi del mondo reale.

La risposta è no. Un no su tutta la linea. Un no bello tondo. Senza appello. Il cinema italiano lascia il Lido di Venezia a mani vuote. Stiamo parlando del concorso per il Leone d’oro, dove la bocciatura è totale e non bastano certo alcuni premi nelle sezioni secondarie (Riccardo Scamarcio, miglior attore di Orizzonti in I figli della scimmia) a compensare un verdetto inequivocabile.

Dopo che i festival di Berlino e Cannes avevano bellamente ignorato i nostri registi ci si chiedeva se l’iscrizione al concorso di cinque film italiani, sui 20 totali, fosse il segno di una rinascita o, quanto meno, di un risveglio. I giornalisti di settore più competenti si domandavano, speranzosi, se questa Mostra di Venezia avrebbe decretato il riscatto dell’Italcinema. La risposta è no. Zero tituli. È la prima notizia scaturita dal verdetto della giuria presieduta dalla regista e attrice americana Maggie Gyllenhaal (e composta da Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To).

La scelta di May el-Toukhy e i riconoscimenti d’autore

Il Leone d’oro per il miglior film va a Kvinde Ukendt (Woman unknow) di May el-Toukhy, un’opera che narra il tentativo di riscatto di Marie, una domestica che sta per sposare il ricco vedovo per cui lavora quando, dal suo passato, affiora un segreto inconfessabile: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Mathilde Arcel che la interpreta si aggiudica anche la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile. Il doppio premio allo stesso film indica la precisa volontà della giuria di dare risonanza a questa storia drammatica che mette al centro il corpo delle donne, ispirata al libro-inchiesta La guerra non ha un volto di donna (Bompiani) della scrittrice premio Nobel bielorussa Svetlana Aleksievič.

Il Leone d’argento – Gran premio della giuria va a Possible love di Lee Chang-dong, un film sulla storia di due coppie, una composta da un lavoratore disoccupato e da sua moglie, e l’altra da una documentarista e suo marito, che si conoscono attraverso la lavorazione di un film che affronta le difficoltà del mondo del lavoro nella società coreana contemporanea. Il Leone d’argento per la miglior regia lo conquista Dau, il kolossal esistenziale del regista dissidente russo Ilya Khrzhanovsky, ingiustificatamente osteggiato dal governo ucraino, che attraversa l’Unione sovietica dal 1928 al 1968. Come annunciato, John Malkovich si prende la Coppa Volpi come miglior attore per il ruolo dell’agente della Cia nel bellissimo Wild horse nine di Martin McDonagh e ringrazia, commosso, in video collegamento da Montreal dove sta girando un nuovo film. Il premio per la miglior sceneggiatura se lo aggiudicano Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per il film Un bon petit soldat, la storia di una responsabile delle risorse umane, ben interpretata da Alba Rohrwacher, di una grande società di assicurazioni che deve rilanciarsi con una nuova campagna promozionale, in realtà contraddetta nei comportamenti quotidiani.

Il caso Naza e il verdetto della Sala Grande

Il Premio speciale della giuria va a Naza, il documentario girato dai due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor che, garantendo loro l’anonimato, hanno intervistato 24 membri dell’intelligence di Benjamin Netanyahu, per conoscere le tecniche di uccisione dei militanti di Hamas anche a costo di colpire vittime civili. È un riconoscimento inferiore alle attese di buona parte della stampa e del pubblico che, alla proiezione in Sala Grande, gli aveva tributato 25 minuti di applausi. Anche il direttore artistico Alberto Barbera l’aveva fortemente voluto in gara: «Innanzitutto, perché è cinema vero, non solo un’infilata di interviste mascherate a una serie di persone», aveva detto in giornata, parlando a un gruppo di giornalisti. «E poi perché viviamo in una situazione mondiale che definire catastrofica è dire poco. Una situazione tragica. E di fronte a certi eventi è difficile rimanere neutrali». Tuttavia, pur riconoscendone il valore, il documentario prodotto dal Guardian è un lavoro politico, smentito dai portavoce delle Forze di difesa israeliane: «L’Idf colpisce obiettivi militari compiendo sforzi senza precedenti per ridurre al minimo i danni ai civili». Infine, Malou Khebizi conquista il premio Marcello Mastroianni per l’attore/attrice emergente per la sua interpretazione in 15/18 A place to heal di Cédric Kahn.

I premi sono stati consegnati nel corso della serata di chiusura, condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas sul filo delle citazioni cinematografiche, nella quale si è esibita Francesca Michielin. E nella quale l’immaginifico presidente della Fondazione Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco ha ringraziato il direttore artistico Barbera, il ministero della Cultura, la città di Venezia, la Regione Veneto, il pubblico e gli artisti.

Il confronto impietoso con le cinematografie internazionali

Complessivamente, con i premi alla storia femminile di Woman unknow, a Possible love che illumina le storture del mercato del lavoro in Oriente, al film sulle contraddizioni tra l’immagine e la realtà di una grande azienda europea contemporanea, si tratta di un verdetto di forte intonazione sociale.

Tornando a guardare alla débâcle italiana, la bocciatura inappellabile colpisce tutti. Bocciati i venerati maestri e le giovani promesse. Bocciata RaiCinema che ha prodotto e coprodotto tutte le opere in gara, e forse bisognerà tirare le somme anche su questo, considerato che si tratta di un’azienda pubblica. E poi bocciato l’intero circoletto. Che dire? Niente, è giusto così. Considerato il livello delle opere, c’è davvero poco da stupirsi. Nel corso della Mostra, è stato sconfortante confrontarsi con le altre cinematografie. Chiusi fisicamente dentro casa e ripiegati psicologicamente in discussioni estenuanti o in enigmatici silenzi, i nostri film sono parsi sideralmente distanti sia dalle produzioni asiatiche che da quelle europee, francesi in particolare. Ma soprattutto, quel che è peggio, le opere dell’Italcinema sono risultate lontane dalle reali problematiche contemporanee. C’è parecchio su cui riflettere.

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