Walter Zenga
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Walter Zenga
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Il viandante Walter Zenga e la panchina dell'Iraq

L'ex Uomo Ragno è il principale candidato per allenare la nazionale irachena. "Un'opportunità fantastica, il calcio non ha barriere, magari avessimo in Italia una struttura come quella di Bastra" dice Zenga

La notizia l'ha data lui stesso, sul suo profilo Instagram, rilanciando l'indiscrezione di Soccer Iraq "Walter Zenga becomes favourite for Iraq job": "La vita, quella calcistica, è una ruota che gira, a volte, sei fortunato altre volte lo sei un po' meno, ma quello che c'è di bello in questo mestiere, è che il mondo è grande e pieno di opportunità. Ora, non so come finirà, ma, allenare una Nazionale è una fantastica occasione sia professionale che di esperienza personale".

Ormai da vent'anni Zenga è un uomo con la valigia. Nel '97 accettò il trasferimento negli Stati Uniti, giocando con i colori del New England Revolution, nel Massachusetts, a trenta chilometri da Boston.

Squadra di cui poi divenne allenatore, l'anno seguente, iniziando così la sua carriera errante di tecnico. "Negli ultimi vent'anni, in Italia ne ho trascorsi non più di 5, tra corso a Coverciano e le esperienze con Catania, Palermo e Sampdoria". In mezzo esperienze in Romania (ha allenato tre squadre di Bucarest: National, Steaua e Dinamo), in Serbia (la mitica Stella Rossa), in Turchia (Gaziantepspor), in Arabia Saudita (Al-Nassr Athletic) e soprattutto negli Emirati Arabi (Al-Ain, Al-Asr, Al-Jazira e Al-Shaab), dove da tempo ha stabilito la sua base, vivendo a Dubai.


"Nel mio risiko calcistico - prosegue Zenga, raggiunto mentre si reca in macchina ad assistere alla finale di President Cup - ho vissuto esperienze di frontiera, in aree complesse, spesso lontano dalle metropoli, in Turchia vivevo a Gaziantep, nell'Anatolia sudorientale, in prossimità del confine con la Siria. Sempre con il massimo rispetto per la cultura locale e le loro tradizioni, in Arabia Saudita mia moglie portava il velo, ma senza alcun problema, lei parla arabo e ha studiato la filosofia araba".

Da diversi anni Zenga ha scelto gli Emirati come sua base, qui è nato anche il suo ultimo figlio Walter jr. "Vivo a Dubai, una realtà molto internazionale, non sopporto chi viene qui una settimana e pensa di aver capito tutto, sentenziando che qui non c'è storia, è tutto finto. Tra una settimana inizia il Ramadam, e come sempre rispetterò i loro precetti. Non puoi pensare di andare a vivere a centinaia di chilometri di distanza con le stesse abitudini che avevi prima".

Walter conosce molto bene il calcio del Golfo, compresa la realtà irachena. "Seguo il calcio di tutto il mondo grazie alla piattaforma Wyscout, poi la Nazionale irachena è nello stesso girone di quella degli Emirati, quindi l'ho osservata con attenzione". Sulle critiche espresse verso un calcio cosiddetto minore Zenga risponde con la sua nota schiettezza: "A volte si parla con un po' di superficialità, andate su YouTube e guardatevi i video dello stadio e dell'infrastruttura in generale di Bastra. Ad avercelo in Italia, un impianto così. Non mi piace rispondere alle domande tipo, qual è il livello del calcio iracheno? Il loro livello è il loro livello, quello che devono avere ora, non si possono fare paragoni con realtà diverse, distanti per cultura e tradizione".

Era terminato da poco il mondiale di Italia '90, dove Zenga aveva difeso la porta di una Nazionale giunta al terzo posto dopo la sconfitta ai rigori in semifinale con l'Argentina ("nessun rimpianto, il passato è il passato. Io guardo sempre avanti"), quando il 2 agosto 1990 scoppiò la prima guerra del Golfo. Il conflitto che opponeva la coalizione internazionale guidata da George Bush sr, con il suo generale Norman Schwarzkopf, e le forze armate di Saddam Hussein. "Non ho ricordi particolari, come tutti seguivo gli avvenimenti le notizie dal telegiornale. Certo, ora sono contento che sia passato il bando della Fifa e che le prossime partite l'Iraq potrà giocarle in casa. La prima dovrebbe essere contro il Giappone". 

Sul caos interista l'ex Uomo Ragno, eletto da IFFHS per tre anni di seguito numero uno al mondo e per sette consecutivi nel top dieci mondiale, ha le idee piuttosto chiare: "Quando si cambia allenatore quattro volte, si cambia proprietà, con conseguente confusione di ruoli, è normale accadano queste cose". Zenga non è d'accordo sulla necessità di trovare un nuovo condottiero autoritario, un padre-padrone sulle orme di un Mourinho, o tornando più indietro di un Trapattoni o di un Bersellini, che possa supplire alle assenze della società. Walter si dice d'accordo con Carlo Ancelotti che, rifiutando la necessità dell'uomo forte per l'Inter, a questo blog disse "Io la penso diversamente, del resto la mia storia è un'altra. Credo si possano raggiungere risultati importanti con la collaborazione di tutti, con disponibilità al sacrificio, disciplina e senso di squadra". Afferma l'ex portiere: "condivido il pensiero di Carlo, servono giocatori bravi, capaci e disponibili a giocare bene insieme".

Guardandola in televisione ultimamente, l'Inter, mi sono accorto come non mi emozioni più". Ed è tutto dire per chi da ragazzo andava a tifare i colori nerazzurri in Curva Nord ("quando ancora come ultrà si stava all'altezza della bandierina") e che a 23 anni si trovò sulle spalle la pesante eredità lasciatagli da Ivano Bordon.

"All'epoca non si esordiva in grandi squadre così giovani, mi sembrava quasi irreale, il sostegno però di giocatori importanti, esperti, come Altobelli o Beccalossi aiutò molto me e anche Bergomi e Ferri. C'è un grande spogliatoio quando si difende il più debole". Abissale la differenza con l'Inter attuale. "Oggi non c'è passione, entusiasmo, manca poi il senso di appartenenza. Questo poi non riguarda solo l'Inter!". 

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