Hard & Soft, i due volti dell'Enduro

Ritorno in sella, nel gelo e su percorsi e terreni di tutti i tipi, tra Piemonte e Lombardia

Luciano Lombardi

-

Milano, le ore sette di una giornata di inizio dicembre. Ai bordi delle strade c'è ancora qualche traccia della neve scesa i giorni prima. Il termometro segna -5 gradi, eppure noi siamo già caldi. Puntiamo il navigatore in direzione San Damiano d'Asti, dove ad attenderci c'è una galoppata tra i boschi.

Da quando siamo partiti, la temperatura è scesa di altri 2 gradi e via via che ci avviciniamo al meeting point lo scenario intorno a noi cambia: non ci sono più cumuli di neve ma solo gelo, un ininterrotto velo bianco che ricopre tutta la campagna

Per me, il momento della messa in moto, è uno dei momenti più emozionanti della giornata. Che raggiunge il suo culmine quando i tasselli della ruota posteriore toccano per un'ultima volta l'asfalto prima di immergersi, finalmente, nello sterrato.

 Questa volta si comincia dalla sabbia, fondo sempre un po' insidioso. "Gas costante e peso indietro - mi rammenta Lancini - in modo tale che la ruota anteriore galleggi, al riparo dal rischio, di infossarsi e far chiudere lo sterzo". Un po' come quando si affronta il fango, rifletto nel casco.

L'UPGRADE DEL MEZZO - Durante questo prologo c'è anche modo di verificare gli effetti le modifiche alla nostra moto.

Poiché il percorso che effettueremo è simile a quello della volta scorsa, questo riscontro risulterà di sicuro più probante dell'assaggio che già avevamo avuto un paio di settimane prima tra i boschi lecchesi.

I due interventi più importanti hanno riguardato la trasmissione finale, con l'aggiunta di due denti alla corona , e l'avantreno, mediante la sostituzione del manubrio e dei suoi riser di sostegno , con esemplari after market.

Quanto fosse necessario accorciare il rapporto finale, ce ne siamo in realtà resi conto già nell'uscita hard di cui sopra, quando il maggior spunto in accelerazione e in ripresa della nostra piccola quattro tempi ci ha più volte tolto dagli impicci nelle tante ripidissime mulattiere che ci siamo trovati ad affrontare in quelle poche, ma fisicamente devastanti, ore in sella.

Nel difficile cimento nell'area privata delle valli lombarde non avevamo invece avuto modo di apprezzare a sufficienza la posizione di guida offerta dal nuovo manubrio, impegnati com'eravamo a cercare più che altro di non capitolare a terra nel tentativo di avanzare tra la fanghiglia resa ancora più scivolosa dal manto di foglie bagnate che ricopriva i boschi nei quali ci trovavamo.

Bella cosa la soddisfazione di superare un ostacolo decisivo e trottare nel brutto. Ci si sente come in un videogame, ogniqualvolta si supera un nuovo livello. Ma - e per fortuna non lo abbiamo scoperto sulla nostra pellaccia - l'enduro sa anche essere uno sport molto pericoloso ed è fondamentale commisurare la difficoltà del percorso che si va ad affrontare con le proprie capacità e la propria esperienza, senza dimenticare la consapevolezza su quale sia la propria reale preparazione fisica, fattore ugualmente decisivo per praticare in tranquillità e in piena sicurezza.

TEMPI "DURI" - Sempre nella stessa circostanza abbiamo avuto modo di saggiare l'importanza di quest'ultimo aspetto. E' capitato infatti - ed è un caso tutt'altro che raro quando ci si avventura in un percorso aspro - di trovare sulla nostra strada un grosso tronco spezzato posizionato di traverso su un sentiero stretto abbastanza da rendere pressoché impossibile fare dietro front.

Allo stesso modo, però, l'ostacolo non poteva essere oltrepassato inclinando la moto. Andava quindi necessariamente scavalcato. Prima moto: il sottoscritto a sollevare la ruota anteriore, il nostro compagno di giro giù dalla sella cercando di far aggrappare i tasselli posteriori al tronco. Missione compiuta senza troppi problemi.

Seconda moto: stessa procedura, ma le cose non vanno per il verso giusto: nel momento topico, la ruota posteriore slitta sul tronco, scivola e va a fermarsi un paio di metri più in basso nel dirupo. Da quel momento e per tutte le due ore successive, il tentativo di rimettere la moto in carreggiata diventerà un calvario, potendo contare soltanto sulle nostre forze e sul provvidenziale ausilio di una cinghia.

Veniamo infine a capo della questione, ma a duro prezzo. Siamo stremati entrambi ma, a differenza di chi ci ha fatto da guida in questo giro, che può vantare esperienza e mestiere pluridecennali in off road, il sottoscritto è un neofita poco allenato e a corto di fiato. Alla base di una mulattiera prendiamo tristemente coscienza del fatto: di fronte a radici e pietre rimaniamo pressoché privi del sostegno di braccia e gambe ormai rigonfie di acido lattico e a metà del tratto soccombiamo.

BENVENUTI IN PARADISO - Ma torniamo tra i colli astigiani. Il giro prosegue nei contesti straordinari che già avevamo avuto modo di conoscere nell'uscita inaugurale. Saliamo, circondati da vigneti. Ci avventuriamo nel sottobosco reso più che mai insidioso dalle profonde pozze di fango ghiacciato. Ci ritroviamo ad affrontare ripide discesone scoscese. E anche qualche mulattiera. Ce n'è per tutti i gusti in questo eden dell'enduro. Sia per chi ama girare la manopola del gas che per gli amanti del tecnico.

Tratto dopo tratto, il gruppo si aggrega sulla base delle capacità dei rispettivi membri. In testa, i piloti esperti si cimentano in passaggi ad alto contenuto di spettacolarità. Al centro, i medi, e in coda i meno esperti. Cianci a fare da collante. La sua presenza, negli snodi cruciali del percorso, è stata per me preziosissima, poiché a ogni sosta, i suoi consigli ci hanno permesso di progredire - e non poco - nell'apprendimento delle tecniche di guida. Il mantra più ricorrente? "Guida in piedi!"

UN PASSO AVANTI - Agevolati da un manubrio più adatto alla nostra altezza, questa volta abbiamo cercato di stare il più possibile lontani dalla sella. Il primo segreto, qui, è comprendere e accettare una grande verità dura tutt'altro che intuitiva: guidare in piedi è molto meglio.

Certo, abituati come siamo alle moto fatte per l'asfalto, la condizione è innaturale e richiedere un po' di autoconvincimento.

Fatto questo, quello che si apre è un potenziale nuovo mondo, in cui il controllo del mezzo risulta amplificato all'ennesima potenza, soprattutto perché le gambe possono funzionare da timone del mezzo e perché quest'ultimo - gravato in misura minore dal peso del pilota - riesce a copiare meglio le asperità del terreno e divincolarsi meglio in ogni condizione. Risultato? Superare in scioltezza tratti che da seduti sembravano impossibili diventa molto più agevole.

A questo status ci siamo arrivati anche grazie all'apprendimento di un particolare irrilevante soltanto all'apparenza: la posizione dei piedi sulle pedane. Condizionati dal nostro retroterra velocistico, abbiamo capito che appoggiare la pianta, anziché le punte, cambia letteralmente tutto.

Per tutta la restante parte del giro abbiamo cercato di concentrarci su questo aspetto, scoprendo davvero un gran gusto nell'osare un po' di più con l'accelaratore nelle salite di tutti i tipi. In discesa, invece, abbiamo ancora un bel po' da lavorare: ci risulta ancora non del tutto naturale sistemarci in posizione arretrata con i piedi che spingono in avanti sulle pedane e applicare l'altro precetto che il nostro "istruttore" ci ha ripetuto più e più volte per tutta la giornata: "Via la mano e il piede dal freno e lascia scorrere". Migliorare questo aspetto della guida sarà l'obiettivo della prossima uscita pre-natalizia.

© Riproduzione Riservata

Commenti