Durant ed i 300 mln dalla Nike
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Durant ed i 300 mln dalla Nike
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Durant ed i 300 mln dalla Nike

Il giocatore di Oklahoma guadagnerà da Nike 30 milioni all'anno, per 10 anni. I fenomeni del calcio "solo" 20..

Trenta milioni di dollari all’anno per indossare, su scarpe e jersey, la virgola (gli americani la chiamano "swoosh") più famosa al mondo. Sembra uno scherzo, e invece è il contratto firmato da Kevin Durant con Nike – l'azienda americana leader nell'abbigliamento sportivo – che nei prossimi 10 anni elargirà al giocatore degli Oklahoma City Thunder 300 milioni di dollari.

Una cifra monstre, che il marchio emergente Under Armour aveva quasi pareggiato arrivando a offrire 265 milioni per accaparrarsi il giocatore. Alla fine però l’Mvp della passata stagione Nba ha scelto di rimanere con Nike – anche grazie al benestare del suo agente Jay-Z – che come non bastasse avrebbe previsto, secondo Espn, un bonus di 50 milioni da versare al ritiro del giocatore.

La sostanza è che dalla prossima stagione l’azienda di Beaverton staccherà a Durant un assegno da 30 milioni che fa impallidire persino i numeri uno e due (anche in fatto di guadagni) del calcio mondiale. Cristiano Ronaldo infatti percepisce da Nike non più di 21,6 milioni di dollari all’anno (16,5 milioni di euro), mentre Messi ne incassa da Adidas "solo" 21. 

Per superare le cifre del fenomeno di Oklahoma bisogna tirare fuori dal cassetto i contratti di sponsorizzazione tecnica dei grandi club europei di Premier e Liga. Ad esempio quello firmato con Nike dall’Arsenal, che percepisce 50 milioni di dollari (38 milioni di euro) annui. La stessa cifra incassata da Real Madrid e Chelsea da Adidas. Nel calcio è infatti il colosso di abbigliamento tedesco a farla da padrone, a maggior ragione dopo l’accordo raggiunto con il Manchester United alla cifra inarrivabile di un miliardo di euro in 10 anni. 

Durant potrà comunque “consolarsi” pensando che nella stagione 2014-2015 l'intera squadra del Barcellona guadagnerà da Nike solo 10 milioni di dollari in più di lui. E pensare che c’è ancora chi si chiede come mai queste star – o meglio, macchine da soldi – rinuncino senza troppe remore agli impegni patriottici (e per nulla remunerati) della nazionale americana…

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