Riportare in vita il proprio animale domestico? Un’idea stravagante, che richiama scenari da horror, ma quanto mai concreta. Basta conservare il materiale genetico di un cane o un gatto (un frammento di pelle, qualche goccia di sangue) e laboratori altamente specializzati ne sforneranno dei cuccioli identici tramite clonazione.
Un tema riportato in primo piano dall’ex giocatore di football americano Tom Brady, che proprio a novembre ha dichiarato che la sua nuova cagnolina Junie era in realtà un clone di Lua, la meticcia di pitbull persa nel 2023. Brady non è un caso isolato: in passato già Barry Diller e Diane von Fürstenberg, lui produttore cinematografico lei stilista, avevano pubblicizzato la clonazione della loro Shannon, un jack russel terrier, così come la cantante Barbra Streisand e la showgirl Paris Hilton, entrambe talmente affezionate ai loro pet da volerli di nuovo con loro addirittura in versione doppia. Ma il vincitore è il presidente argentino Javier Milei, che del suo Conan, amato mastino inglese morto nel 2017, ha voluto cinque cloni.
In Italia la duplicazione è vietata, salvo che per fini scientifici, ma è possibile acquistare copie a quattro zampe all’estero. E non manca chi ci ha fatto un pensierino. «Attualmente abbiamo una decina di clienti italiani», fa sapere a Panorama Ovoclone, azienda del settore con sede a Marbella, in Spagna. Di certo, si tratta di persone che non badano a spese: se comprare un cucciolo da allevamento è ormai un piccolo lusso (alcune razze, come i molto di moda bulldog francesi, possono costare fino a 2 mila euro) la clonazione è un affare da super ricchi. Per un cane o un gatto servono 50-55 mila euro, mentre per duplicare un cavallo non si muove nessuno per meno di 80 mila. Cifre stellari, eppure «negli ultimi anni la domanda è aumentata», spiega la società spagnola. Che specifica: «I cani sono senza dubbio i più richiesti e l’età media dei proprietari è compresa tra i 35 e i 60 anni».
Notizie simili provengono anche dal resto del mondo. In Cina, la recente diffusione della clonazione viene associata alla crescente presenza di animali domestici nelle famiglie, ormai più numerosi dei bambini sotto i 4 anni. E già nel 2023 questa tendenza si rifletteva nei mirabolanti risultati economici dell’allora startup Sinogene Biotechnology, azienda di pet cloning con sede a Pechino. Idem negli Stati Uniti, dove la texana Viagen Pets ha dichiarato alla stampa di duplicare circa 200 animali domestici l’anno, con liste d’attesa di cinque mesi, e di aver raddoppiato il fatturato tra 2017 e 2022.
Stiamo parlando di un mercato moderno fondato su una tecnica scoperta negli anni Sessanta dal biologo inglese John Gurdon, premiato con il Nobel nel 2012 e morto lo scorso ottobre a 92 anni (per i cinici: no, non si è fatto clonare). Fu lui a realizzare il primo sdoppiamento di essere vivente complesso: una rana acquatica africana (anche se il vero capostipite è stato un riccio di mare a fine Ottocento). Il caso più celebre però è quello della pecora Dolly, primo mammifero “ricreato” nel 1996. Dopo, di tutto e di più: nel 2001 un gatto, battezzato CopyCat; nel giro di due anni una cavalla, Prometea; nel 2005 Snuppy, un levriero afgano; mentre nel 2009 è nato Injaz, clone di un cammello. A lui sono seguiti mucche, maiali e altre specie.
«Nel tempo ci sono stati perfezionamenti, ma il procedimento rimane lo stesso», spiega Marco Onorati, professore di Biologia cellulare e dello sviluppo all’Università di Pisa. «Si preleva il Dna dall’animale “originale” attraverso le cellule della pelle o del sangue (conservate mentre il pet è in vita o subito dopo la sua morte), si inserisce in un ovocita donato da un altro esemplare femmina, svuotato del materiale genetico, si stimola elettricamente in vitro per favorire lo sviluppo embrionale, e poi si trasferisce nell’utero di una mamma surrogata della stessa specie, che ospiterà la gravidanza fino al parto». Il risultato? Un gemello identico al 99,9 per cento, che può nascere mesi, o addirittura anni, dopo la scomparsa del proprio animale. «Prima di riuscire a sviluppare un embrione e a procedere con l’impianto, i tentativi possono essere molti, anche decine. Probabilmente è per questo che il prezzo è così alto», commenta l’esperto. «I cloni corrono un rischio maggiore di complicazioni cardiache o respiratorie durante lo sviluppo e subito dopo la nascita. Per fortuna, quelli che sopravvivono non si ammalano più dei non-cloni e anche l’aspettativa di vita è simile». Snuppy, per esempio, è morto a 10 anni, solo due prima del suo donatore, Tai, e per la stessa malattia.
Nonostante le aziende garantiscano la sicurezza della procedura, il fenomeno è considerato poco etico. Gli animalisti sostengono che le madri surrogate vivano sofferenze inutili e che questo mercato contribuisca allo sviluppo di una sottoclasse animale che esiste solo per produrre cloni. «È plausibile che le aziende abbiano delle colonie di cani e gatti utilizzati unicamente per donare ovociti e portare avanti le gravidanze», riflette il biologo. «Per quanto riguarda la sofferenza, l’animale da clonare subisce al massimo una biopsia di pochi millimetri o un prelievo di sangue. Piuttosto sono le femmine donatrici e quelle che sostengono la gravidanza a dover sopportare procedure più invasive e stressanti». Motivo per cui in Italia la clonazione incassa il no della Lega anti vivisezione (Lav). «Nel nostro Paese ci sono oltre 69 mila cani in attesa di adozione nei rifugi. Abbiamo davvero bisogno di duplicarne altri? Ricordiamo che, come ha ammesso lo stesso Tom Brady, i cloni sono uguali nell’aspetto, ma non caratterialmente», commenta Alessandra Ferrari, responsabile dell’associazione per l’area animali familiari. «Non temiamo l’effetto emulazione, perché sono cifre accessibili a pochi, ma proprio perché spesso si tratta di persone note, con l’adozione potrebbero dare un esempio più virtuoso».
Del resto, gli studi di Gurdon non erano finalizzati a riportare in vita cuccioli da salotto. «Grazie al suo lavoro abbiamo scoperto come funziona lo sviluppo embrionale e la biologia delle cellule pluripotenti, che hanno rivoluzionato i trapianti e lo studio di malattie come il Parkinson», ricorda Onorati. «Ma la clonazione, unita all’ingegneria genetica, permette anche di ottenere animali con mutazioni che nell’uomo causano patologie, per analizzarne insorgenza, evoluzione e cura, oppure di duplicare specie per la produzione di molecole rilevanti o di farmaci. Ancora, potrebbe ridimensionare il problema dei trapianti: la generazione di maiali senza i geni che causano il rigetto nell’uomo è una frontiera interessante per aumentare la disponibilità di organi».
Lo è anche quella del salvataggio di specie in via di estinzione: l’anno scorso una femmina di furetto dai piedi neri, clonata nel 2020 a partire da materiale genetico conservato anni prima, ha partorito due cuccioli sani in uno zoo della Virginia, contribuendo alla sopravvivenza dei suoi simili. A San Diego, lo stesso metodo è stato impiegato per salvare il cavallo di Przewalski, una specie equina selvaggia ormai molto rara.
La causa ambientale è nobile per la maggior parte degli scienziati, se non fosse per le intenzioni della società americana Colossal Biosciences, che ha da poco dichiarato di voler utilizzare la clonazione per riportare in vita esemplari estinti da millenni. Lo avrebbe già fatto con il lupo del pleistocene: secondo l’azienda i due cuccioli nati lo scorso aprile, Romolo e Remo, sono i primi esempi di animali riportati in vita dopo un’estinzione avvenuta diecimila anni fa. Per la scienza, invece, sono semplicemente dei lupi grigi con alcuni frammenti genetici identici a quelli del lupo preistorico. I prossimi obiettivi? Dodo, mammut, tigre della Tasmania. Gli ambientalisti scuotono la testa: la loro scomparsa è avvenuta per cambiamenti di habitat che oggi persistono. Il mammut, del resto, viveva durante l’era glaciale… Insomma, più che una soluzione alle sfide ecologiche, sembra una sceneggiatura cinematografica. Ma in realtà qualcuno ci ha già pensato negli anni Novanta: il regista si chiamava Steven Spielberg, il film Jurassic Park.
