Basket

Io, Meo Sacchetti, dalla “Wild” di Novara allo scudetto con Sassari

L’allenatore campione d’Italia con la Dinamo racconta la sua storia personale, i suoi sogni e le sue passioni. Tra cui l'amore per il giardinaggio e per la nazionale..

Zalgiris Kaunas vs Dinamo Banco di Sardegna Sassari

Teobaldo Semoli

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Campioni d’Italia si diventa.. Romeo “Meo” Sacchetti, 61 anni da Altamura, ci è appena riuscito; ha compiuto l’impresa di una vita e di un’intera regione (la Sardegna) con la Dinamo Sassari, da allenatore, dopo una finale al cardiopalma con Reggio Emilia e una carriera sempre controcorrente, per carattere, idee, rapporto con stampa e giocatori.

Non assomiglia a quella di uno qualsiasi nemmeno la sua storia personale, iniziata (solo formalmente) in un paesino della provincia di Bari e proseguita, dopo la perdita del padre, nei pomeriggi in oratorio a Novara, con gli stessi ragazzi poi amici di una vita – Meo li frequenta e li vede tuttora –, fino agli inizi (da giocatore) nella mitica palestra "Wild" con Bob Rattazzi.

Chi è però l’”uomo” Sacchetti dentro ma soprattutto fuori dai 28 metri del parquet di gioco ce lo facciamo raccontare dallo stesso Meo, che abbiamo intervistato a bocce ferme (o quasi) di ritorno da un camp estivo a Cagliari.

Meo, come ci si sente a essere l’allenatore campione d’Italia?

“Sono felice, anche se non credo di aver ancora realizzato completamente quello che siamo stati in grado di fare alla Dinamo (la prima squadra sarda a vincere uno scudetto, ndr). Forse lo capirò meglio tra qualche tempo…”.

E ora, cosa succede?

“Per il momento vado in vacanza, in Cornovaglia”. 

Non proprio un viaggio "rilassante"…

“Vero, ma lo avevo promesso a mia moglie che è fissata con l’Inghilterra. Prenderemo una macchina e gireremo un po’. Per fortuna ho già visto che ci sono degli ottimi pub.. (ride, nda)”.

Ci descrivi la tua serata ideale?

“In un ristorante ad Alghero, con mia moglie, davanti a un buon vino e ad un piatto di spaghetti ai ricci di mare. Da quando li ho scoperti non riesco più a farne a meno..”.

Quali sono le persone più importanti della tua vita?

“Mia moglie e i miei tre figli, ovviamente (di cui uno, Brian, è giocatore di Meo alla Dinamo, ndr). E poi mia sorella Gilda che mi ha cresciuto, a volte anche con qualche "sberlone" che mi è servito a imparare il rispetto e il valore della famiglia”.

Parli del periodo a Novara?

“E’ li che sono cresciuto. A dire il vero sono nato ad Altamura ma dopo la morte di mio padre, che non ho mai conosciuto (Meo aveva solo un anno e mezzo, ndr), ci siamo lentamenti trasferiti a Novara dove il più vecchio dei mie tre fratelli aveva trovato lavoro..”.

Come definiresti la tua infanzia?

“Non avevamo molti soldi, eppure non ricordo di aver mai provato la sensazione che mi mancasse qualcosa. Secondo mia moglie perché in qualche modo ho provato a cancellare alcuni momenti del mio passato, data anche la perdita di mio padre.. In realtà credo di dover ringraziare mia madre e i mie fratelli che non mi hanno fatto sentire eccessivamente la sua mancanza. Essendo il più piccolo ero anche quello più coccolato.. ”.

Quando hai capito che saresti diventato un giocatore di basket?

“In realtà molto tardi. Per me mia madre sognava un futuro con una ragazza di Novara e un lavoro in azienda. Tant’è che mi ha fatto studiare all’Omar, l’istituto tecnico industriale della città. Allora avere un figlio diplomato era il massimo dell'ambizione..”.

 

E poi?

"Un giorno, quando avevo 15 anni, ho visto in tv una partita di basket tra Pesaro e Napoli. A quei tempi facevo il portiere, nella squadra dell’oratorio. Non ero affatto male, tant’è che giocavo anche con i ragazzi più grandi; ma il richiamo della pallacanestro è stato più forte. Così ho tolto i guanti e ho cominciato a tirare a canestro: qualche anno più tardi ero ad allenarmi nella palestra Wild di Novara…”.

Cosa ricordi della tua carriera da giocatore?

“Ricordo tutte le volte che sono stato scartato. Dicevano che avevo solo potenza, che non sarei mai diventato un professionista. Tutte cose che mi sono servite da stimolo per allenarmi sempre più duramente”. 

Chi è stato il giocatore che più ti ha ispirato?

"Carlo Caglieris. Da Novara andavo fino ad Asti per vederlo giocare. Imparavo semplicemente guardando…”.

Qual era il tuo sogno?

“Prima di tutto volevo arrivare in serie A. Poi quando ci sono riuscito (nel 1977 con il Gira Bologna che l'anno prima, anche grazie a Sacchetti, aveva vinto il campionato di serie A2, ndr), sognavo di partecipare alle Olimpiadi. Sportivamente sono state l’esperienza più bella della mia carriera, e mi riferisco sia a quelle di Mosca 1980 (dove l'Italia ha conquistato una storica medaglia d'argento, ndr) che di Los Angeles 1984. L’atmosfera del villaggio, la sfilata in divisa.. Non c’è niente come rappresentare il tuo paese davanti agli occhi del mondo”.

Ti piacerebbe allenare la nazionale?

“Al momento posso solo dire di esserne un grande tifoso. L’ho sempre considerata, e la considero tuttora, il traino principale per l’intero movimento”.

Com’è essere allenatori? 

“E' la cosa migliore che può fare un giocatore una volta appese le scarpe al chiodo”.

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Meo Sacchetti (il sesto, da sinistra) con la nazionale sul podio delle Olimpiadi di Mosca 1980 (credits: Facebook, Romeo Sacchetti)

Che tipo di allenatore sei?

“Mi definirei un riflessivo-sornione, che però ogni tanto si “incazza”. Anche se con gli anni ho imparato a smorzare gli "spigoli" del mio carattere..”.

Cosa ti fa arrabbiare?

“Difficilmente gli errori; molto di più l’atteggiamento negativo, o la pigrizia sul campo. Da amante del gioco pretendo che i miei giocatori diano sempre il massimo, e che di conseguenza offrano sempre uno spettacolo degno ai tifosi..”.

Chi sono stati i tuoi maestri? 

“Valerio Bianchini, Sandro Gamba, da cui ho imparato come rapportarmi con i giocatori, e Riccardo Sales, che mi ha insegnato i fondamentali “tecnici” del mestiere. Ma forse l’allenatore a cui somiglio di più è Dido Guerrieri, che mi ha allenato a Torino e di cui sono stato vice all’inizio della mia carriera da allenatore”.

Qual è, secondo te, il tuo pregio più grande?

“Penso di riuscire ad ottenere il massimo dai miei giocatori e di sapergli trasmettere la fiducia necessaria per giocare senza avere mai paura”. 

Cosa invidi invece agli altri allenatori?

“Non sono un tipo invidioso, e non ho mai avuto la presunzione di scimmiottare nessuno. Anche se in effetti una cosa che vorrei imparare ci sarebbe…”.

E cioè?

“L’inglese. Dovrei parlarlo decisamente meglio dato il numero dei giocatori stranieri nel nostro campionato. Per questo, dopo le vacanze in Gran Bretagna, ho già in programma un corso intensivo”.

Cos’è per te l’amicizia?

“E’ la festa che mi hanno fatto i miei amici di Novara dopo lo scudetto. O quella che mi hanno organizzato il mio procuratore e i miei ex giocatori dopo la vittoria della Coppa Italia. Amo il contatto umano e non sopporto questo uso eccessivo dei messaggini via telefono…”.

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Meo Sacchetti, in basso a destra, negli anni '80 in una delle rimpatriate con gli amici di Novara.

La tua passione più grande? Basket a parte… 

“Adoro il giardinaggio. Da quando ho preso casa ad Alghero dedico molto tempo al mio orto, non sempre con buoni risultati. Anzi, diciamo pure che per il momento è venuto una schifezza. Ma ho intenzione di migliorare..”.

Come si vive in Sardegna?

“Inizialmente la grossa sfida era quella di abituarmi a vivere sul mare. Una "compagnia" che avevo già imparato ad apprezzare quando allenavo a Capo d’Orlando, per merito dei miei collaboratori, e di cui adesso riuscirei difficilmente a fare meno”.  

Dove ti vedi tra un anno?

“Ad Alghero, seduto sul mio portico con un orto “lavorato” in profondità e rimesso a nuovo (ride, ndr)”. 

Intendevo con la Dinamo…

“Avendo tre anni di contratto mi vedo ancora a Sassari, ma d’altronde nel mestiere dell’allenatore non si può guardare troppo in là nel tempo. Spero di essere ancora qui, con una squadra "nuova" – così deve essere, per scelte e necessità –, capace di disputare una buona Eurolega e con qualche giocatore migliorato, magari anche grazie al mio lavoro”.

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