Short(s) stories
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Un articolo, tante polemiche. Il suo autore racconta. E poi spiega che...

"Il Signor Marco Cubeddu (sembra sardo) ha scritto un articolo che dovrebbe essere letto da tutti, offeso da tutti, come lui offende e denigra le donne" ha twittato Ornella Vanoni a proposito di un mio articolo sugli shorts apparso su Il Secolo XIX nella rubrica intransigenze.

Le hanno fatto eco messaggi pubblici a privati che invocavano al linciaggio, allo "stupro con un bastone" e mi davano (spesso nello stesso paragrafo) del: frocio, omofobo, maniaco, sfigato, represso, sex addicted, bigotto, reazionario, fascista, comunista, cattolico, stupratore.

Hanno cavalcato l’onda gruppi di femministe urlanti (non vere femministe, ma sciocche autodiscriminatrici delle donne), blogger furbacchioni e giornali specializzati in campagne d’odio.

Il signor Marco Cubeddu (genovese) è stato accusato di aver inneggiato allo stupro di chi indossa gli shorts. E, in qualche commento, di "ricettazione", "contrabbando d’organi", "lombrosianesimo di ritorno" oltre che di "sarditudine".

Voci ragionevoli, come quella di Luca Mastrantonio su Corriere.it, hanno ripreso la vicenda sottolineando l’assoluta pretestuosità di commenti, minacce e invettive (soprattutto il bastone), ricordando come l’autore degli articoli, in fondo, sia uno scrittore emergente della storica rivista Nuovi Argomenti e abbia appena pubblicato un romanzo per Mondadori, e non sia un pazzo talebano assetato di sangue. Per quanto, a volte, se le due cose coincidessero, ci divertiremmo molto di più.

Rileggendo i miei articoli che hanno scatenato questa piccola bufera mi sono reso conto che, in effetti, bastava leggerli per non essere d’accordo o essere d’accordo senza che le mie parole venissero distorte e interpretate secondo i più ignobili pruriti ("pare passi e vacanze bastonando cuccioli di foca").

Qualcuno ha detto che giustificavo la violenza. Mi sembrava di aver scritto chiaramente che: "Ovviamente, non esiste e non deve esistere nessuna giustificazione o attenuante per azioni tanto barbare. La violenza sulle donne è disgustosa".

Ma il web e i furbacchioni non hanno bisogno di leggere (e infatti non l’hanno fatto). Gli bastano la gogna, la forca e la giustizia sommaria. Ecco come su Twitter hanno deciso di replicare ai miei articoli sull’argomento, in cui non c’era traccia di violenza ma solo una riflessione sul corpo delle donne e l’auspicio che la libertà di vestirsi o svestirsi passasse per una scelta consapevole da compiere: #cubeddusuca.

Di fronte a tanta capacità dialettica, come non inchinarsi?

Che dire di fronte alla legge dell’hashtag più alla moda?

Il mio più grande rammarico è non essere riuscito a lanciare il mio controhashtag: #cubeddugoloso #cubedducurioso, in onore alla memorabile pubblicità della Big Fruit.

Perché purtroppo queste "discussioni" sui social difficilmente riescono a tradursi in consessi civili.

Amiche e madri di amiche (e parenti e conoscenti) dopo aver letto di iniziative in cui volevano "andarlo a prendere a casa" mi hanno telefonato preoccupate: "Marco, questa gente è pazza, guarda che prendono i forconi!"

L’unica cosa seria di tutta questa farsa è che a furia di leggere insulti folli rischia di passare l’ironia. E rischia di prendere il sopravvento quello stesso senso di autopersecuzione che muove alcuni di questi esasperati a urla sguaiate in stile "al lupo al lupo".

Io non mi sono sentito perseguitato, mi sono sentito perplesso. E poi, lo confesso, divertito. C’è una certa soddisfazione nell’essere diventato il nemico pubblico numero uno di una piccola folla urlante che ti mette in bocca parole che non solo non hai mai scritto. Ma neanche pensato.

Ogni riflessione riscia di diventare spettacolo. Ma "Non è con il sensazionalismo che cambieranno le cose. La fine delle discriminazioni passa per l’esito di battaglie di lungo periodo, fragili processi storici e fasi di transizione, che muovono da basi profonde".

Quelle basi profonde nascono da cambiamenti economici in corso da decenni e si stanno traducendo in idee e pratiche sociali. Ci vorrà tempo. Ma la mia idea, perfino banale, è che fra uomini e donne non abbiano ragione di esistere reali distinzioni culturali. E che, nell'arco di qualche decennio, questa presunta contrapposizione scomparirà. Non sarà per mano del diritto ma per l'inevitabile (e benefica) evoluzione che stiamo già vivendo.

La violenza non riguarda i generi ma le persone violente, uomini e donne che siano. Come uomo rifiuto di essere categorizzato come "uomo che odia le donne". Le tanto sbandierate statistiche sono le stesse che ci rivelano violenze di ogni genere, partorite da menti o situazioni devianti che non riguardano solo il rapporto tra uomini e donne, ma tra uomini, donne e società.

Si sarebbe potuto affrontare la questione con meno aggressività e trasformarla in un dibattito proficuo.

Qualcuno lo ha fatto. Altri hanno trovato più conveniente fraintendere.

A loro voglio comunque dire che dovrete digerirmi ancora per un po’. Insultatemi quanto vi pare (nella vita privata sono un grande consumatore di focaburger). Altrimenti ignoratemi. "E lasciatemi divertire".

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