Rapporto padri-figli. Che razza di padre sei?

Sono spesso infantili, distratti. Resi incapaci di autorità da una società che per decenni ha osteggiato il modello del pater familias e da quelle donne che prendono il loro posto. Così oggi agli uomini spetta un compito più gravoso che mai: educare con equilibrio i figli all’autonomia, senza perdersi

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Diceva James Joice: "Un padre, un male necessario". A 72 anni dalla morte dell’autore dell’Ulisse, sembra che il padre non sia più un male, ma neanche necessario. Nell’era del fallimento di un intero metodo educativo e della rinuncia alla forza dei simboli, i figli del Terzo millennio e i loro padri confusi sono creature smarrite, in bilico su un vuoto.

"Qualche anno fa" dice lo psicanalista Luigi Zoja, autore del Gesto di Ettore, pietra miliare della saggistica sul rapporto padre-figlio "una mia paziente disse una frase che mi colpì molto. Sosteneva che 'nella famiglia tradizionale di una volta il padre era un tiranno, ma era un padre. Nella famiglia di oggi è un idiota seduto davanti alla televisione'". Una frase terribile che purtroppo rispecchia sempre più la nostra realtà. Spesso, in casa, c’è cromosomicamente, ma non realmente. I padri hanno assorbito un complesso di nullità che, di fatto, li porta a rinunciare a qualsiasi tipo di ruolo educativo".

Un mito che non funziona più anche secondo una recente ricerca del Censis: oltre il 39 per cento degli italiani pensa che il padre non rappresenti più l’autorità, il senso del limite, le regole. Solo un residuale 17 per cento ritiene il contrario. "È diventato una figura più protettiva che rappresentativa" spiega Giuseppe Roma, direttore del Censis. "Non ha più nulla di freudiano in questa realtà così cruda dove si trova a fronteggiare spesso figli quarantenni che dipendono ancora da lui. La generazione dei padri che avevano fatto la guerra era distante: miti a volte odiati. Quelli di oggi sono frivoli, ludici, costretti ad adattarsi a mogli sempre più impegnate, oppresse dalla quotidianità, che ormai rivestono il ruolo del pater familias".

Siamo all’evaporazione della figura paterna? Sostiene Massimo Recalcati, psicanalista lacaniano e autore di Cosa resta del padre? (Cortina editore): "Il posto del padre che è in grado di dire l’ultima parola sul senso della vita e della morte, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, è come il balcone di San Pietro nell’ultimo film di Nanni Moretti: irrimediabilmente vuoto. Quel padre, il pater familias, il padre-Papa, il padre-padrone, non esiste più, il suo tempo si è irreversibilmente esaurito. Allora il problema è quello di fare a meno di quella rappresentazione carismatica e onnipotente senza però liquidarne l’importanza". E che cosa resta, allora, nell’epoca in cui il balcone di San Pietro è vuoto? "La mia risposta" dice Recalcati "è che resta un padre antieroe, un padre povero cristo, un padre testimone; un padre che, sebbene non sappia più dire quale è il senso ultimo della vita, sa mostrare con la sua vita che si può vivere in questo mondo dando un senso alla vita. È quello che io intendo nel mio libro come padre testimone: un uomo che con la sua vita mostra ai figli che si può resistere, che si può stare al mondo con soddisfazione".

Nel frattempo divorzi e separazioni sono cresciuti impetuosamente, come dimostrano i dati Istat: rispetto a 10 anni fa l’incremento è del 101,4 per cento per i primi e del 63,3 per le seconde. Con il risulato di 150 mila figli coinvolti nella dissoluzione delle famiglie e la nascita di un nuovo tipo di padre: il single post matrimonio che si trova a tentare di svolgere il suo ruolo con difficoltà ancora maggiore. Terribile? "Non proprio" sorride l’editorialista del Corriere della sera Antonio Polito, che con il suo Contro i papà (Rizzoli) ha da poco fatto esplodere il dibattito "anche se la situazione non può certo dirsi rosea. L’abdicazione dei padri a fare il loro mestiere, cioè a rappresentare per il figlio il passato da superare, il vecchio da cui allontanarsi, ha creato una generazione di ragazzi che non si alzano dal divano, non hanno alcun motivo per porsi in contrasto con il padre e sono inevitabilmente destinati a soccombere davanti alla vita vera".

I cambiamenti dentro le famiglie negli ultimi anni hanno stravolto i ruoli. Oggi c’è chi di padri si trova ad averne addirittura due: sono 100 mila in Italia i figli cresciuti da coppie omosessuali e 14 milioni in America. Tanto che appena pochi giorni fa, l’11 gennaio, la Cassazione con una sentenza storica ha stabilito che crescere in una famiglia gay non è dannoso per i figli. I padri postmoderni non vogliono ripetere gli errori dei genitori, spiega Elisabetta Ruspini, sociologa all’Università Bicocca di Milano, che ha curato lo studio Nuovi padri? (Dalai): "Sono più accudenti, più sensibili, più disponibili alle cure. Si avvicinano i generi, ma non chiamatelo 'mammo', è solo una riappropriazione della paternità".

Oggi Padre padrone, il capolavoro di Gavino Ledda che raccontava un’educazione terribile nella Sardegna pastorale, sembra appartenere al Paleolitico, ma fu pubblicato nel 1975. "Le trasformazioni ci sono, ma dipende dal contesto; più nelle zone urbane che in quelle rurali, omogenee tra Nord e Sud, più nelle classi elevate. E soprattutto bisogna guardare a come si è modificato il ruolo del maschio nella società" conclude la sociologa.

Il neuropsichiatra infantile Stefano Benzoni (L’infanzia non è un gioco, Laterza) da anni collabora con il Tribunale dei minorenni di Milano. Vede famiglie sempre meno forti e maschi sempre più in crisi. "Si è passati dal complesso di Edipo a quello di Narciso" dice. "I padri sono fragili perché desiderano essere amati in modo totale, come si amano le madri, e rincorrono il ruolo delle loro compagne subendo un continuo scacco". Sono piacioni, arrivano a tatuarsi il nome delle figlie sui bicipiti ma, sempre secondo l’Istat, il 50 per cento delle mamme ha dichiarato che, nei 2 anni successivi alla separazione, i figli non avevano mai dormito dal papà. Sono i padri ludici, come li definiscono i sociologi: quasi l’84 per cento (era meno del 78 nel 1989) svolge compiti in famiglia. Il 55 per cento (42 nel 1989) dedica più o meno un’ora e mezza al giorno a leggere, giocare o parlare con i bambini. Di questo tempo il 44 per cento è per il gioco (per la madre il 28). Come dire: lui gioca, lei fatica. Il risultato non è regolarsi è incoraggiante: "I figli sono disorientati» secondo il direttore della Luiss, Pier Luigi Celli. «Hanno avuto quasi tutto garantito, ma non sanno come regolarsi davanti alle difficoltà. Questo perché i genitori, e i padri soprattutto, non li hanno abituati alle responsabilità, a prendersi i rischi delle scelte coraggiose, e nemmeno a fare gruppo».

Il poeta Vittorio Magrelli ci ha messo 10 anni a raccontare il rapporto con il padre Giacinto. Il suo ultimo libro Geologia di un padre (Einaudi) è un canto dolente alla morte e alla mancanza, alla troppa assenza e alla presenza a volte ingombrante di un genitore all’antica, supereroe distante, ritrovato da adulto nella malattia, il Parkinson: "Ricordo le estati infinite sbattuto 3 mesi da solo dai nonni o nei campeggi, dove lui non veniva mai. Io ho accompagnato mio figlio ovunque, persino dentro gli spogliatoi del calcio. Se avesse solo un’unghia rotta correrei  da lui, anche in America. Mio padre mi lasciò solo in ospedale a Orbetello con il bacino rotto. Mi voleva bene, ma non era neanche sfiorato da quella che è l’idea di essere padri oggi. Quelli della mia generazione, i cinquantenni, sono l’anno zero dei padri".

Sono i "pater puer" , i padri fanciulli, come sintetizza un bambino di 11 anni: "Con mio padre ho un rapporto speciale: parlo di calcio e di pisello". Le  cose importanti della vita.

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