Società

Patricia Urquiola: "E' la magia del colore che dà vita alla materia"

L'architetto spagnolo da anni a Milano racconta le sue ricerche teoriche, sperimentali e tecnologiche sulle cromie degli oggetti

Patricia Urquiola

di Patricia Urquiola

Per me, colore, materia e luce sono tre elementi che interagiscono tra loro. Mi interessa proprio il loro punto di incontro. Tutti i colori al buio sono molti simili, è il rapporto della materia con la luce a determinare la magia del colore. Il colore non è misurabile, a volte scappa, altre mette in discussione e aggredisce la forma, in ogni caso, mi piace osservare la maniera nella quale la luce interagisce con l’architettura, con l’abitacolo, ma anche con gli oggetti.

Il colore ha permeato molto il mio lavoro, a volte, in maniera intuitiva, anche se non sempre la mia ricerca si concentra su questo aspetto. Per esempio, nel lavoro con Mutina sulle superfici in ceramica siamo tra i primi ad aver lavorato su una tecnologia avanzata e sostenibile applicata a una grande lastra chiamata Continua, che utilizza molta meno acqua e rimpasta in continuo le polveri residue. È stato interessante rivedere le radici culturali di una materia così «zelig» come la ceramica e facilmente incline alla finzione, e in questo caso abbiamo avuto quasi un atteggiamento  cromofobico per rispettare la natura candida del materiale. 

A proposito di questo, c’è un piccolo libro dell’artista inglese David Batchelor, dal titolo Chromophobia che parla proprio delle paure del colore: è molto interessante vedere il rapporto personale o delle diverse società in relazione all’aspetto cromatico. Durante questi tre anni di direzione artistica con Cassina, coniugando tradizione e contemporaneità, pensando sempre al futuro, il nostro lavoro si è concentrato proprio sulla rilettura del colore/materia in modo fresco e attuale e ancora oggi continua a sorprenderci.

Per arrivare al Salone, tra i vari progetti, c’è quello realizzato con Glas Italia, azienda che lavora su materiali trasparenti e che quindi non avrebbe come priorità il colore. Abbiamo fatto un piccolo progetto sperimentando con grande libertà e, alla fine, presentiamo una serie di tavolini e consolle in multistrato di vetro. Questi hanno quattro livelli di filtri di colore che si leggono nelle bisellature realizzate nelle superfici.

Pensando al colore, tra i grandi artisti quello che più mi ha ispirato è Gerard Richter, uno dei maestri più influenti della nostra generazione. Le sue Colour Charts sono una riflessione libera ma allo stesso tempo sistemica sulle combinazioni cromatiche a partire dalle mazzette di colore, uno strumento che noi architetti e designer amiamo: mi ha molto aiutato a capire quanto il colore sia un elemento fondante nel progetto per la sua potenzialità di liberare la forma. Nello stesso tempo, l’assenza del colore rappresenta un’altra grammatica espressiva, a volte più intimista. Basta pensare al film Roma di Alfonso Cuarón, che con il suo bianco e nero è riuscito a focalizzarci sull’anima della protagonista. Mi dispiace che non sia così diffuso un reale pensiero teorico sul colore, nonostante sia un argomento che collega arte, letteratura, cinema, design. Per quanto riguarda il mio lavoro, ora la mia ricerca è focalizzata su come la cromia possa dare maggiore appeal ai materiali «recycled» e «upcycled», cioè di scarto riutilizzabili, per renderli meno tristi e più versatili.

In questi anni, molti mi hanno associata al colore facendo l’equazione: donna uguale decorativo. Non è così, naturalmente, e sono molto onorata che il fil rouge che collega tutte le mie nuove collaborazioni sia proprio quello di studiare nuovi processi, tecnologie, materie e perché no, anche le potenzialità dei colori che evolvono. 


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