Società

Cattelan, il ficcanaso del Design

Nei giorni del Salone del Mobile a Milano parole e riflessioni del designer: "Provocazione fa rima con maledizione"

Maurizio Cattelan

Terry Marocco

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Bisogna entrare in un labirinto, uno di quelli immensi come Hampton Court, e lì passare tra piante di carpino e tassi per riuscire a capire chi sia Maurizio Cattelan. Ma quando vi sembrerà di esservi avvicinati, lui sarà già oltre quelle siepi. Di lui hanno detto: «Uno dei più grandi artisti che abbiamo», ma anche «Un truffatore esuberante con senso artistico».

Una carriera che si basa su aneddoti, bugie, finzioni, storie immaginarie, qualcuna forse sfiora la verità. Cresce a Padova, famiglia modesta, non finisce la scuola e perde la madre a vent’anni. Lei che era sempre preoccupata per come sarebbe riuscito a mantenersi. Ma per lui che non aveva nulla da perdere, tutto diventa possibile: Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite, Hitler inginocchiato, tre bambini impiccati a un albero nel centro di Milano, lo scoiattolino suicida sul tavolo di formìca della cucina. Le sue opere che scendono dal soffitto del Guggenheim di New York. «Come biancheria sporca appesa», ha detto. Poemi perturbanti.

Cattelan sfugge, si nasconde, sa rendersi invisibile. Rimane a guardare.

E soprattutto detesta parlare: «Il silenzio ti permette di ascoltare suoni e rumori cui normalmente non si presta attenzione. Chi fa immersioni sa che non si finisce mai di stupirsi, nel profondo silenzio dell’oceano, del rumore del proprio respiro. Certo, fa paura, ma al tempo stesso è sublime. Il silenzio è il mio hobby preferito». Per anni ha fatto il sub in ogni parte del mondo. Poi ha capovolto la situazione, come sempre. Ora va per funghi in montagna.

Lei è stato infermiere, giardiniere, commesso in lavanderia e forse ha lavorato anche in una parrocchia. Quando ha capito che l’arte sarebbe stata la svolta?

Ho imparato molte cose in quegli anni che mi hanno permesso di capire meglio anche l’arte. Primo: sia i fiori che le opere hanno bisogno del giusto contesto per crescere bene.  Secondo: quello che è apparentemente vulnerabile è molto più interessante di ciò che sembra forte.
E poi tutto ha una fine e non c’è niente che possiamo fare al riguardo.

Il passato aiuta?

Ricordare è una condanna, una dolce trappola. Dimentico moltissimo e per precisa volontà. Le uniche volte che guardo al passato è solo per imparare dagli errori. Il mio motto è: “Mai voltarsi indietro, a meno che non si voglia andare in quella direzione”.

Eppure ci sarà qualcosa che non ha dimenticato.

Il giorno in cui ho avuto il coraggio di fare quello che sapevo più giusto per me: licenziarmi dall’ospedale e decidere di avventurarmi nell’arte.

Il suo gallerista Massimo De Carlo ha detto di lei: “Ha dedicato la sua vita non all’arte, ma al successo nell’arte”. È stato davvero così?

Se hai chiaro un obiettivo vuoi che impatti sul maggior numero di persone possibile. Ho sempre aspirato a un’arte che fosse significativa per tutti, evocativa e vibrante al tempo stesso. Il successo di per sé non ti offre niente di più di una sedia in un buon ristorante.

Come si descriverebbe?

Un teenager di mezza età con seri problemi di acne.

Tutti i giorni posta su Instagram, ma il suo post è “autoestinguente”. Non le provoca ansia da prestazione?

Anzi mi fa sentire a mio agio. Sono libero di scegliere che tutto quello che ho postato prima non esista. Così non ho a che fare con la radiografia di me stesso in bella mostra.

Cosa la disturba nella sua radiografia?

Non mi disturba il mostrarmi, ma non posso accettare di sottostare a certe regole e aspettative. Essere sui social mi sta bene fino a che si può fare a modo mio.

I social la disgustano o l’affascinano?

È una bellissima bugia. Puoi finalmente essere quello che non sei nella vita reale. E così rimediare al tuo fallimento. Non mi affascinano né mi disgustano, ma di certo non possono lasciare indifferenti. I likes sono ormai i dittatori nelle nostre vite, dentro e fuori da qualsiasi piattaforma social. Può diventare una forma di controllo sociale con sviluppi inquietanti. Porta a un’omologazione, dove chiunque si allontani dalla regola è sacrificato per aumentare la solidarietà del gruppo maggioritario.

Non le sembra che siamo già abbastanza omologati e controllati?

È come se fossimo nel Far West, quello raccontato nei film. Dove le leggi non erano uguali ovunque e si faticava a farle rispettare. Quello che stiamo vivendo è la versione digitale di quel periodo. A un certo punto, speriamo non troppo tardi, arriveranno leggi e diritti da rispettare anche su internet.

Passando al mondo reale, che rapporto ha con Milano?

È l’unica città in Italia che può definirsi di ampio respiro, alla pari di altre capitali europee. Ha subito una vera trasformazione: come se fosse passata dall’adolescenza alla maggiore età. Ha una consapevolezza nuova, ma la stessa energia di una città giovane. Ultimamente c’è una bellissima energia nell’aria.

Cosa le piace?

Il complesso di Porta Nuova e City Life, che ha cambiato i connotati alla città, come un lifting o forse un incontro di pugilato. Le attività culturali da Prada all’HangarBicocca fino alla nuova direzione della Triennale. Però è anche bello sapere che aeroporto e stazione sono a portata di mano per poter fuggire quando tutto diventa troppo stretto.

Ama le vie di fuga?

Cambiare punto di vista lo trovo necessario quanto respirare. Il mondo è fatto di milioni di possibilità: calcificarsi su una posizione ed escludere tutte le altre riduce la capacità di produrre e creare in modo inaspettato.

Che rapporto ha col design?

Mi ci siedo spesso e volentieri sopra.

Quindi si tratta soprattutto di sedie?


Il design è l’attitudine a trasformare ciò che è utile, nel tentativo di renderlo diverso da tutti gli altri. Come la moda, la maggior parte dei prodotti ha una stagionalità. È una grande sfida passare alla Storia ridisegnando qualcosa che già esiste.

Quali sono le sue icone?

Apprezzo ogni cosa che Giò Ponti ha disegnato, vorrei mettere tutte le lampade di Achille Castiglioni dentro una stanza e se Ettore Sottsass fosse vivo gli commissionerei una cappella funeraria in stile Memphis.

E tra le giovani promesse?

Secondo la Bibbia, che a casa mia si chiama Maria Cristina Didero, (curatrice, ndr), sono da seguire Chiara Andreatti, Zaven e Ilaria Bianchi, Carlo Massoud e Erez Nevi Pana.

Il design è l’antitesi dell’opera d’arte?

Non mi capita mai di leggere la realtà per categorie come antitesi e sintesi. Il design difficilmente può essere simbolico come l’arte, quindi non mi pare ci sia il rischio che le due cose si sovrappongano.

Qual è stato il primo oggetto che ha progettato?

Un uovo. Da sempre il mio sogno era disegnarne uno.

Perché proprio un uovo?


È il simbolo dell’origine, la sintesi di tutto. Non riesco a pensare a una forma organica più bella e misteriosa.

“Toiletpaper”, la rivista che ha fondato nel 2010 con il fotografo Pierpaolo Ferrari, è un progetto che sta al confine tra arte e design?

Direi piuttosto che sta tra il buon gusto e l’indecenza, tra la perversione e l’ossessione.

Cos’è la perversione?

Ciò che si fa ma non si dice.

Ettore Sottsass scrisse: «Quando disegno non cerco di salvare il mondo, cerco di salvare me stesso. Non sono un rivoluzionario, né un missionario». Lei invece?

Non ho mai avuto l’ambizione di essere rivoluzionario, ma ho sempre considerato un dovere verso me stesso rivoluzionare in senso copernicano la mia vita.

La sua arte l’ha salvata, se mai ce ne fosse stato bisogno?

Sono d’accordo con chi dice che ognuno si salva da solo e, aggiungo, con i mezzi che preferisce, perché sono gli unici che potranno funzionare. Il mio è stato l’arte. E se non fosse stato quello giusto non saremmo qui a parlarne.

Con “Museums League” ha immaginato il tifo da museo come diffusione collettiva della cultura.

Da quando avevo sette anni ho seguito tutti i campionati. E finalmente adesso posso anche andare al museo con la sciarpa da stadio.

Per che squadra tifava?

Sono stato un appassionato frequentatore di campi da basket e rugby. La squadra di rugby di Padova si chiamava Petrarca, un nome impossibile da dimenticare. Credo che esista ancora.

Spesso ha raccontato come le sue case contengano pochi oggetti. Cosa l’attrae  del vuoto?

La sua purezza e le infinite possibilità che può ispirare. Come la prima e l’ultima pagina di un libro dove tutti i testi possono essere scritti.

Da cosa non si separa?

Non potrei fare a meno della mela che mangio tutti i giorni, la piscina, la bicicletta. Tutte cose che stanno fuori dal portone o che al massimo hanno una permanenza in casa di dieci minuti.

Citando il titolo di una sua opera, lavorare è un brutto mestiere?

Trova qualcosa che ti piace fare e non lavorerai un giorno della tua vita. 

Cosa ha provato davanti alle quotazioni stratosferiche dei suoi lavori?

La prima volta che pronunci un numero così lungo ti dà le vertigini. Poi diventi consapevole che i numeri delle aste sono tanto astratti quanto i lavori che vendono.

Come si stabilisce cosa è arte e cosa non lo è?

L’arte è ciò che ti lascia libertà d’interpretazione e al tempo stesso ti pone delle domande. Un cattivo pubblico pretende di trovarci delle risposte.

In questi anni è cambiato il mercato?

In nessun modo. Si è solo espanso in nazioni diverse da quelle in cui è nato, seguendo il percorso dell’accumulo di ricchezza. Quello che trovo interessante è che da qualche tempo si sia trasferito dalle pagine di cultura a quelle dei rotocalchi e poi alle colonne dei maggiori quotidiani di economia.

Il sistema dell’arte è simile a un castello di carte, come nella sua opera Strategie?

Sono sistemi molto più solidi di un castello di carte. Se non è ancora caduta l‘Italia come sistema-Paese, di sicuro non vedremo cadere il sistema dell’arte a breve.

Non pensa che sia finito quel mondo di collezionisti, mecenati, veri amanti dell’arte e della cultura?

Non finirà mai. I veri amanti dell’arte esisteranno sempre, come sono sempre esistiti i mercanti.

Arte e politica come si intrecciano?

Mi sembrerebbe già un risultato se la politica si interessasse all’arte e la considerasse nella propria agenda, cosa che, per lo meno in Italia, mi pare molto lontana dall’accadere.

Direbbe ancora come fece a Bologna anni fa: “Il voto è prezioso, tienitelo”?

Quell’annuncio era un mezzo di protesta, di ribellione nei confronti di un potere corrotto. Oggi nell’era di Cambridge Analitica e delle recensioni fasulle andrebbe aggiornato con: “Il tuo like è prezioso, tienitelo”. Essere contro ha ancora il potere di far capire agli altri come e perché prendere posizione.

Contro cosa?

La stupidità e la povertà di spirito.

Parlando di alcune sue opere le ha definite “momenti di passaggio necessari” per arrivare a quelle che invece salverebbe. Quale sceglierebbe?

Salverei il principio che le ha generate: un’aspirazione all’universale, alla storia, all’equilibrio tra iconicità e iconoclastia. Qualsiasi opera che un giorno potrà essere giudicata con queste categorie meriterà di essere salvata. Solo il tempo potrà dire se c’è e quale sia.

Stadium, lavoro del 1991, aveva come tema calcio e razzismo. Aveva già previsto questo nostro tempo di rabbia?

Il razzismo è sempre esistito, diciamo che è diventato un problema nazionale più di recente rispetto a Francia o Inghilterra. Perché per anni siamo stati noi quelli che emigravano e subivano il razzismo negli altri paesi. Gli anni Novanta sono stati l’inizio di un movimento migratorio importante, era già allora un tema all’ordine del giorno. Credo che se avessimo più memoria ci sarebbero meno problemi di intolleranza.

Siamo un Paese senza memoria?

Abbiamo sicuramente una memoria selettiva, nonostante tutta la storia e l’archeologia che ci circonda. Ma quello che mi spaventa di più è che siamo troppo facilmente influenzabili, e non parlo dell’Italia, ma di tutto il mondo che legge la realtà attraverso i social.

Quali sono le sue paure?

La paura è un’arma elegante, perché le mani non si macchiano mai di sangue quando qualcuno la usa contro gli altri.  È terribilmente efficace, tocca qualcosa di viscerale, proviene dal nostro essere animali. Faccio uno sforzo quotidiano per liberarmi dalle mie paure. Al tempo stesso è importante avere paura, insieme al desiderio è il grande motore delle nostre vite. Serve a ricordarci che siamo qui in prestito e quello che ci è stato dato dovrà essere restituito.

C’è ancora qualcosa oggi che può fare una grande differenza?

Le proprietà private con una data di scadenza, la scomparsa della parola no e sissignore, l’invenzione di una plastica buona da mangiare, quella di una cura che sconfigga per sempre la burocrazia, l’elezione di una donna presidente, spegnere il riscaldamento globale.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?

L’amore è una doccia fredda. Può darti energia ma può anche prenderti a schiaffi.

E lei quante docce fredde ha fatto?

In forme diverse, dal gelido al congelante, mi sono innamorato sempre.

Una follia fatta per amore?

Amare è già abbastanza folle senza bisogno di altro.

Le piace Brahms?

Mi piace molto Brahms, ma anche Buccini, Bozart, Bagner, Bibaldi.

Quante ore dorme per notte?

Quaranta circa alla settimana.

Primo pensiero della giornata?

Come riuscire a fare meglio della giornata precedente.

Cosa la fa stare bene?

Godermi le piccole cose. Momenti gratuiti di piacere, non necessariamente personale. Oggi può essere una buona parmigiana di melanzane, domani vedere persone felici intorno a te. Constatare che il mondo ha un senso, non è solo carriera, fake e bad news, oggetti da accumulare.

Sembra un pensiero buddista. È credente?

Credo in un mondo dove le carte di credito siano inutili, in una vita dove l’ambizione non sia al servizio dell’ego o di falsi ideali. Credo nella religione. Gli esseri umani sono animali religiosi, non è possibile prescindere da questa considerazione. E credo nella telecinetica. Se ci credete anche voi alzate la mia mano.

C’è qualcosa che riesce ancora a sorprenderla?

È l’altra faccia della medaglia: la stupidità mondiale, l’incapacità dell’uomo di darsi un limite prima dell’abisso.

Lo Yuz Museum di Shanghai ha ospitato «The Artist is Present», una mostra curata da lei in collaborazione con il direttore creativo della maison Gucci, Alessandro Michele. Che rapporto ha con la moda?

La moda mi affascina per la sua velocità, le stagioni rispondono a tempistiche che non hanno niente a che vedere con gli altri processi creativi con cui ho avuto a che fare. È una creatura sempre affamata e con un metabolismo velocissimo. Quando riesce a imporsi per più di questo breve ciclo vitale, allora lì trova la propria posizione nella Storia.

Cos’è l’eleganza?

Ciò che fa rima con permanenza.

E provocazione fa rima con?

Maledizione.

Dove si trova il lusso oggi?

Mi piace pensare che la tecnologia ci abbia reso tutti più ricchi. Con un semplice abbonamento possiamo leggere tutti i libri, ascoltare tutta la musica, guardare tutti i film che sono stati fatti. Ma il vero lusso è non dover rispondere al telefono e non dover apparire.

Nella sua vita tra finzione e verità,  si dice che abbia anche lavorato in un obitorio.

Prima di quello ho lavorato per un periodo in terapia intensiva. Durante la notte è pieno di strumenti che fanno migliaia di rumori elettronici, è come vivere nel regno delle macchine. Poi, dal mondo dei vivi che stanno morendo, sono stato trasferito al piano di sotto, ai morti. Dal confronto ho imparato che se lavori con i vivi non puoi indulgere in malumori, devi portare molta più attenzione e cura alle persone di quando lavori in obitorio.

La morte esiste? Credo che la vita vada presa molto più seriamente della morte.

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