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Salute

Si torna a parlare di Tbc: le cose da sapere

Sette le infezioni all'Ospedale Fatebenefratelli di Roma in 4 mesi. Ma l'esperta rassicura: "In Italia incidenza bassissima, la sconfiggeremo nel 2050"

A Roma sono arrivati a 7 i casi di infezione da tubercolosi negli ultimi 4 mesi tra il personale dell'ospedale Fatebenefratelli, l'ultimo dei quali riguarda un dipendente del bar interno alla struttura. In un comunicato l'Ospedale rassicura: «La situazione è sotto controllo. Stiamo monitorando e gestendo il focolaio dei casi di infezione fin qui registrati e stiamo mettendo in atto le misure preventive contro il rischio di trasmissione a pazienti e a operatori. Abbiamo già fatto uno screening massiccio su circa un quarto degli operatori partendo dalle aree più a rischio. Non è escluso che possano essere identificati altri sporadici casi sospetti, individuati precocemente nella fase ancora non contagiosa e che addirittura potrebbero non evolversi mai in malattia».

Come ogni volta che si parla di malattie infettive, parte l'allarme e si torna a parlare di pericolo contagio. Panorama.it ha intervistato Delia Goletti, infettivologa, responsabile dell'Unità Operativa di Ricerca Traslazionale dell'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, che nel suo laboratorio lavora per migliorare la diagnostica immunologica della tubercolosi e che una volta a settimana segue pazienti nel day service di Malattie Respiratorie.


La diffusione nel mondo e in Italia


L'ultimo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), che è riferito al 2015, stima che vi siano stati 10 milioni e mezzo di nuovi casi di tubercolosi nel mondo, di cui quasi il 10% pediatrici, e poco meno di un milione e mezzo di decessi, quindi il 10% del totale. "I casi si concentrano in 6 paesi, due africani (Nigeria e Sudafrica), e quattro asiatici (Indonesia, Pakistan, Cina e India)", precisa Delia Goletti. "Nel 2015 in Italia", prosegue, "sono stati notificati circa 3.500 casi di TBC, pari a un’incidenza di 5,8 casi per 100.000 abitanti. Circa il 60% dei casi riguarda pazienti che non sono nati in Italia. Nel nostro paese nell’ultimo decennio, i casi di TBC notificati si sono mantenuti costantemente sotto i 10 casi per 100.000 abitanti, valore che identifica il paese come a bassa incidenza di tubercolosi. Di conseguenza, l’Oms ci ha individuato come un paese che può arrivare all'eliminazione della tubercolosi entro il 2050".

dati TBC nel mondo

I numeri della TBC

Come si contrae e come si trasmette

"La tubercolosi può colpire diversi organi del corpo. Quella polmonare la trasmette il malato che tossendo emette batteri e può infettare chi gli sta intorno ed entra in contatto con lui. La persona malata presenta lesioni polmonari indicative dell’azione distruttiva del batterio".

"Non tutti coloro che vengono in contatto con un malato si infettano", spiega Goletti, "solo il 20-25%. L'infezione si documenta con test basati sulla risposta immunitaria, ma nelle radiografie del torace non vi sono lesioni e nel catarro non sono presenti bacilli, come invece succede nel malato. L'infezione può restare latente ossia silente per tutta la vita e solo il 5-10% delle persone infette arriva poi a sviluppare la malattia".

In pratica su una stima di persone infette nel mondo pari ad un quarto della popolazione globale (circa un miliardo e 700 milioni), 85-170 milioni (ossia il 5-10%) svilupperanno poi la tubercolosi nel corso della loro vita.

Chi si ammala

Le più vulnerabili sono le persone che presentano una fragilità nel sistema immunitario, come i bambini, persone con infezione da HIV, pazienti sottoposti a terapia con farmaci biologici, pazienti diabetici. "Il passaggio da infezione a malattia avviene quando il sistema immunitario, che normalmente controlla la replicazione di questo batterio, non funziona più in modo adeguato. Il batterio allora si replica distruggendo l’organo in cui si trova, ad esempio nel polmone, generando delle cavità”.

"Sono stati documentati casi di tubercolosi in persone con deficit genetici del sistema immunitario, a livello ad esempio di produzione di citochine come l’interferone g o l’interleuchina 12, fattori immunologici importanti per il controllo della replicazione del batterio. Altre predisposizioni genetiche sono forse presenti, ma ancora ignote. Non sappiamo predire con certezza chi è più a rischio di infettarsi né chi poi progredirà alla malattia. Molta della ricerca è volta proprio a capire come identificare i cosiddetti progressori per curarli con prontezza, evitando che si ammalino ed interrompendo così il continuo propagarsi della malattia nella comunità".

Il vaccino

"Esiste il vaccino BCG (Bacillo di Calmette-Guérin), che è il vaccino più diffuso al mondo, anche nella savana africana i bambini sono vaccinati entro una settimana dalla nascita. In realtà questo vaccino protegge neonati e bimbi piccoli, ed è efficace soprattutto contro le forme di tubercolosi cerebrale. Ma la protezione si perde nel tempo".

Perciò la comunità scientifica mondiale si sta preoccupando di metterne a punto uno nuovo. "Io faccio parte" spiega l'infettivologa, "del consorzio europeo TBVAC, il cui obiettivo è di disegnare nuovi vaccini contro la TBC".

I sintomi

La forma più semplice è la forma polmonare, ma esistono anche forme extrapolmonari, a livello cerebrale, linfonodale, intestinale, osseo. "Comune a tutte le forme è un sintomo molto poco specifico, cioè l'astenia, una forte stanchezza immotivata, cui si accompagnano febbricola, inappetenza e dimagrimento (non a caso la malattia un tempo veniva denominata “consunzione”). Nel caso della localizzazione polmonare, si aggiunge a questi sintomi una tosse persistente per più di due settimane, accompagnata talvolta a un catarro macchiato di sangue". 

La diagnosi


"Il medico valuta i sintomi, visita il paziente e, se ha il sospetto che si tratti di TBC, fa fare una radiografia al torace che evidenzia lesioni molto caratteristiche. Da lì inizia una procedura che porta all'isolamento del paziente. Si svolge un esame microbiologico del catarro, che ci dirà se c'è il batterio della tubercolosi".

Il trattamento

In base all'analisi del catarro si definisce se il paziente ha la tubercolosi, e se il batterio è sensibile ai farmaci cosiddetti di prima linea. "Si tratta di quattro farmaci al giorno da assumere per due mesi, due dei quali vanno continuati fino al sesto mese. E' una terapia molto lunga e complessa, con farmaci dati contemporaneamente, per garantire l'eradicazione del batterio: un percorso molto impegnativo per il paziente, che arriva a prendere fino a 10 compresse al giorno.

Tutto peggiora nel caso in cui il batterio sia resistente ai farmaci di prima linea. Il paziente dovrà fare una terapia più lunga, della durata di due anni, con un numero maggiore di farmaci, con possibili effetti collaterali, potenzialmente più seri rispetto a quelli dati dai farmaci di prima linea. Possono essere tossici per i reni, per il fegato, per l'udito, o comportare disturbi gastrointestinali. Per fortuna i casi di tubercolosi multiresistenti sono solo un centinaio all'anno".

Di solito il paziente esce dall'ospedale dopo circa un mese di terapia antitubercolare, quando si è certi che non è più contagioso e che la terapia sia ben tollerata. Quanto alla mortalità, è molto rara e di solito associata all'età anziana e alla comorbidità, ovvero alla presenza di altre malattie.

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