Scienza

Open space? No, grazie. Favorisce stress e conformismo

Ideato per stimolare la creatività e la socialità, sembra che favorisca solo maggiore stress tra colleghi

Uffici a Milano (Credits: Stefano De Grandis/Lapresse)

L'idea di un unico spazio per tutti i colleghi, con scrivanie vicine l'una all'atra, ma soprattutto senza muri e porte a dividere i singoli spazi sembra destinata a tramontare. Nata negli anni '50 con la convinzione che potesse favorire la creatività dei dipendenti e i buoni rapporti tra colleghi, ha "fatto scuola" fino a dora. Difficile, infatti, trovare grandi uffici nei quali non abbia trovato spazio l'open space. Almeno fino ad ora, perché diversi studi sembrano sfatare questo mito. Insomma, un vero e prorprio contrordine, come riporta il Time, perché lo spazio aperto e comune produrrebbe stress, conformismo e rapporti superficiali.

Chissà cosa ne penserebbero alla Quickborner, la società tedesca che per prima mise a punto un nuovo modello di ufficio, con un ambiente unico, aperto a piccoli spazi individuali (i cosiddetti "cubicoli"), suddivisi solo da grandi piante, il tutto accompagnato da tappeti e pannelli al solo scopo di assorbire i rumori che potevano essere prodotti dal normale lavoro. L'obiettivo degli inventori dell'open space era quello di creare un ambiente comune nel quale i colleghi potessero condividere le idee, aiutarsi a vicenda e dunque anche aumentare i rapporti interpersonali, con giovamento sia per i lavoratori che per il lavoro in sé. L'idea piacque emolto, stando alla rapida diffusione dell'open space in tutto il mondo, dalla Germania alla Gran Bretagna prima, fino agli Stati Uniti e alla stessa Italia poi.

Oggi non c'è ufficio di dimensioni medio-grandi che non sia organizzato proprio con i "cubicoli", nelle più diverse versioni moderne, ma con lo stesso concetto che porto' alla loro creazione. Il destino degli ambienti comuni, però, ora sembra segnato, a causa di numerosi studi che ne avrebbero messo in luce gli aspetti negativi. Le ricerche nel settore, infatti, hanno associato al lavoro in open space un alto livello di stress tra gli impiegati e scarse relazioni interpersonali. Insomma, un effetto esattamente opposto a quello sperato dalla Quickborner.

Nel mirino sono soprattutto la mancanza di privacy e persino quello che secondo i lavoratori è il continuo brusio di fondo: insomma, l'impossibilita' di poter chiudere la porta, isolandosi dai colleghi, magari per una telefonata lontano da orecchie indiscrete, o anche solo per trovare maggiore concentrazione. Secondo una ricerca, pubblicata sul Journal of Applied Psychology, il rumore che si crea negli open space fa diminuire la motivazione dei lavoratori e ne abbassa il rendimento.

Lo studio e' stato condotto su due gruppi di lavoro, formati da donne, uno dei quali in una stanza tranquilla e silenziosa, l'altro invece in un luogo in cui era simulato un rumore di fondo continuo. Il risultato e' stato che le 20 donne nella stanza senza brusio hanno cercato di risolvere il rompicapo che gli era stato sottoposto (senza soluzione), mentre le altre 20 hanno desistito praticamente subito. Un aspetto singolare della ricerca, come riportato nell'articolo di Annie Murphy Paul sul Time, è l'associazione della musica ascoltata in cuffia sul rendimento degli impiegati. Si è infatti notato che le capacità di concentrazione aumentavano se i lavoratori potevano indossare degli auricolari, isolandosi di fatto dal rumore di sottofondo dell'open space. Secondo i ricercatori, pur non essendoci un chiaro e inequivocabile nesso tra la musica e il rendimento, sono convinti che il fatto di poter scegliere autonomamente della musica aiuti i dipendenti, molto più del brusio di sottofondo, che non e' scelto da loro e dunque viene percepito come un fattore di stress.

Un'altra ricerca, condotta il mese scorso da studiosi tedeschi e svizzeri, ha invece messo in evidenza come la possibilità di chiedere e ottenere aiuto giovi solo a chi si trova in difficolta: in pratica, chi cercava di risolvere le difficoltà dei colleghi era svantaggiato, per il fatto di dover interrompere il proprio lavoro per andare in soccorso degli altri e dover poi ritrovare concentrazione per il proprio lavoro. Invece che stimolare la creatività, poi, come auspicato dagli ideatori degli open space, si stimolerebbe solo conformismo, specie nei lavoratori piu' timidi, scoraggiati dal proporre nuove idee per paura di non essere all'altezza dei colleghi o di venire derisi.

Altro capitolo, quello della privacy: il verdetto degli impiegati è pressocché unanime: l'open space è la "morte" della riservatezza. Proprio alla luce di questi studi, sembra che si stia assistendo ad una inversione di rotta, o quantomeno ad un compromesso tra i vecchi "cubicoli" e gli attuali ambienti comuni. Un'idea è quella di Google, nei cui uffici esistono dei piccoli salottini per discutere le strategie aziendali. Alla Pixar, invece, su decisione di Steve Jobs in persona, i bagni sono molto lontani dagli uffici e non per disincentivare i "pellegrinaggi" verso le toilette, ma per dare la possiblità di allontanarsi dalle scrivanie, per incontrare altri colleghi lontani dai propri dipartimenti, favorendo relazioni interpersonali casuali.

Se infatti si prende in considerazione la possibilità di poter dialogare con i colleghi, offerta dall'ambiente unico, sembra che in realta' vengano favorite solo conversazioni superficiali e brevi, perche' tutto cio' che viene detto in ufficio viene anche ascoltato inevitabilmente da tutti i presenti. Molto meglio, dunque, andare al bar a prendere un caffè, se davvero si vuole parlare in tranquillita' e socializzare con un vicino di scrivania!

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