Home » Una fiera per due: il Made in Italy prova a ripartire

Una fiera per due: il Made in Italy prova a ripartire

Una fiera per due: il Made in Italy prova a ripartire

Le rassegne di Vinitaly e poi Tuttofood e Host (in abbinata): tornano in mostra le produzioni vinicole e gastronomiche così come il settore dell’ospitalità. Un valore da centinaia di miliardi di euro per il Pil.


Tutti oggi chiedono l’oracolo alla scienza e allora diciamolo: «Eppur si muove!». D’accordo, Galileo Galilei non ha mai pronunciato questa frase, ma nell’universo dell’economia nazionale chi sta davvero compiendo la rivoluzione è il settore dell’agroalimentare allargato. Prova a ripartire dopo la pandemia nonostante gli attacchi violentissimi che stanno arrivando da tutte le parti. A cominciare dai cosiddetti mega-gruppi, quelle entità strutturate e sovranazionali che secondo il sociologo Andrea Fontana sono i veri poteri forti: l’Onu, l’Europa, la lobby vegana e ambientalista, gli aggregati commerciali. Il tema cruciale per il nostro agroalimentare è l’internazionalizzazione. Per farlo servono strumenti potenti: le fiere sono tra questi. In una settimana va in vetrina circa un quarto del Pil tra Verona (Vinitaly) e Milano dove Tuttofood e Host per la prima vota si uniscono, rappresentando una sola filiera che parte dai campi e arriva ai tavoli dei ristoranti, negli alberghi, nei forni dei panifici come nelle scuole professionali o nelle officine dove si fanno i macchinari per il food.

A fare due conti c’è di che stupirsi: l’agricoltura vale 60 miliardi di euro, l’agroalimentare 150, la ristorazione 90, il turismo altri 110 se ci mettiamo anche la meccanica e i settori di servizio arriviamo a 500 miliardi di fatturato, di cui un buon 25 per cento si traduce in export per quasi 4 milioni di posti di lavoro. Bisogna però rispondere colpo su colpo a chi nel mondo cerca di sottrarci quote di mercato, potenza dei brand, valore culturale e identitario dei prodotti. È un allarme che è stato lanciato a più riprese quando l’Organizzazione mondiale della Sanità ha cercato di mettere sotto accusa la dieta mediterranea; quando in sede Onu si è predicato che per far mangiare tutti bisogna che l’Occidente abbandoni la zootecnia e opti per la carne sintetica che ci produrrà, bontà sua, Bill Gates, coprendo un business da potenziali 25 miliardi di dollari; quando ci è stato spiegato – e potentemente riecheggerà in sede di Cop 26, la prossima conferenza sul clima di Glasgow, a fine mese – che l’agricoltura di specialità non va bene perché inquina troppo.

Un’allerta sulla demonizzazione ecologista dei campi la dà chiaro e forte il sottosegretario alle politiche agricole Gian Marco Centinaio (Lega): «L’Europa vive una sorta di ossessione verde» dice a Panorama. «Si è convinta che l’agricoltura non abbia una vocazione all’ecologia e con programmi sull’alimentazione come il Farm to fork deprime le nostre produzioni a tutto vantaggio delle multinazionali del settore». Basti dire che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione non ha mai citato la parola agricoltura, che i campi le interessano semmai come giacimenti di bioenergie e che sul Nutri-Score (la famosa etichetta a semaforo) l’Ue non molla: la vuole a tutti i costi. Per contrastare queste spinte è indispensabile per l’Italia mettere in vetrina i suoi prodotti, difendere le quote di mercato, costruire alleanze. La ripartenza è segnata dalla ripresa delle Fiere che il Covid aveva ammutolito. La prima a riaprire (già c’è stato Cibus a Parma in settembre) è Verona che dà luogo al Vinitaly.

È un’edizione forzatamente ridotta della maxi-rassegna del vino che è e resta il nostro primo asset agricolo, con la Special edition in programma dal 17 al 19 di questo mese ovviamente a Verona. Come sottolinea Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere: «È un evento fortemente condiviso con la produzione e le associazioni per riprendere una continuità di rapporto. Puntiamo a 35 mila metri quadrati preallestiti di esposizione per dare un segnale forte di ripartenza». Il vino ha sofferto, ma rappresenta comunque 14 miliardi di fatturato di cui oltre 6 all’estero. Il vero Vinitaly si farà nella prossima primavera, dal 10 al 13 aprile, quando si spera di aver definitivamente vinto anche la battaglia del Prosecco – lo spumante più venduto al mondo – che i croati vorrebbero imitare almeno nel nome.

Puntare all’internazionalizzazione significa prima di tutto creare sinergia tra tutte le declinazioni del made in Italy agroalimentare. Quest’anno dovremmo chiudere per la prima volta con un surplus della bilancia commerciale alimentare. Sembra un paradosso, ma noi che facciamo probabilmente i migliori prodotti del mondo non riusciamo a compensare con l’export il conto di ciò che importiamo.

La dimostrazione? La dipendenza, per fare un esempio, dal grano estero (con le tensioni sui prezzi di cui si è ampiamente parlato), mancano all’appello due terzi del pesce, un quarto del pomodoro, oltre la metà dell’olio di oliva, quasi metà della carne. Ebbene, da sempre la nostra bilancia commerciale è stata in deficit. Quest’anno per la prima volta abbiamo un guadagno netto grazie al record di oltre 50 miliardi di fatturato estero.

Ed eravamo in pandemia, dunque le prospettive sono ottime. Ma vanno sapute cogliere. Ed ecco la rivoluzione che si realizza in Fiera, a Milano, con l’unione di due settori trainanti in una sola rassegna che declina l’offerta un tempo separata di Tuttofood e di Host: il primo è il salone di tutto quanto è enogastronomia, il secondo di tutto quanto è ospitalità, professioni e produzioni legate al turismo e all’enogastronomia. Si tengono a Rho dal 22 al 26 ottobre.

Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia e uno degli artefici di questo progetto, sottolinea: «Esiste oggi un nuovo modo di comunicare l’eccellenza del made in Italy alimentare nel mondo. Accanto al brand, valore prezioso sui mercati mondiali, diventa sempre più imprescindibile la comunicazione sulle filiere integrate e sostenibili, sul valore insostituibile della produzione agricola, insomma sul modello unico dell’agroalimentare italiano». Di cui l’agricoltura, è convinto Scordamaglia, è il primo motore ed è per questo che Filiera Italia e Coldiretti sono protagonisti della fiera che riunisce anche tutti gli altri attori.

Lo evidenzia Luca Palermo, a.d. e direttore generale di Fiera Milano: «Grazie alla sinergia tra Tuttofood e HostMilano mettiamo a sistema due comparti strategici, l’agroalimentare e l’ospitalità professionale, che rappresentano un’eccellenza del made in Italy». E che l’obiettivo sia l’internazionalizzazione lo dichiara apertamente il presidente dell’Ice Carlo Ferro, mentre il presidente di PwC Italia Andrea Toselli sostiene che «l’export italiano, che nel 2021 ha già superato i livelli pre-pandemia, entro il 2023 toccherà i 532 miliardi di euro con una crescita del 24 per cento». Quota della quale cui l’agroalimentare nelle sue declinazioni allargate detiene quasi un quinto; le filiere sono tutte rappresentate in questi appuntamenti di ripartenza cui rispondono oltre mille buyer in arrivo da 75 Paesi per dire che la previsione di crescita è reale.

Secondo il più recente studio dell’osservatorio Food industry monitor, l’alimentare e settori complementari cresceranno insieme di circa il 6 per cento sia nel 2021 sia nel 2022. Perché l’appetito vien mangiando, ma all’italiana.

© Riproduzione Riservata