Il Plaza Hotel è in fibrillazione da settimane. Cinquecento invitati, lista segreta, dress code rigoroso: maschere e abiti in bianco e nero. Chi c’è e chi non c’è vale più di qualsiasi premio letterario. È il 28 novembre 1966, e l’uomo che ha deciso tutto questo parla con un accento del Sud che non ha mai perso, porta cappelli improbabili, e si chiama Truman Capote.
Era arrivato alla scrittura come si arriva a un rifugio. Nato a New Orleans nel 1924, infanzia nell’Alabama rurale, madre che sparisce, padre che non c’è, parenti che lo parcheggiano come un bagaglio scomodo. Mentre gli altri bambini giocavano fuori, lui restava dentro a leggere e a scrivere. A diciassette anni entra al New Yorker come fattorino. Osserva, annota, aspetta. Ha la pazienza di chi ha imparato presto che il mondo non verrà a cercarlo.
Il primo romanzo, ‘Altre voci, altre stanze’, esce nel 1948. La fotografia in copertina – Truman sdraiato su un divano, sguardo obliquo, aria di chi ha già letto il futuro – fa scandalo quanto il libro. È giovane, è strano, è del Sud, è omosessuale in un’America che non ha ancora trovato il modo di dirlo ad alta voce. Non si scusa di niente. È già una tattica.
Il vero colpo arriva nel 1966 con ‘A sangue freddo’. Sei anni di lavoro, migliaia di pagine di appunti, centinaia di ore passate in Kansas a intervistare i due assassini della famiglia Clutter. Truman li ascolta, li studia, ci va a cena. Forse ci si affeziona, forse finge, forse non sa lui stesso dove finisce l’empatia e comincia la letteratura. Il risultato è un libro che inventa un genere – il romanzo di cronaca – e lo fa con una precisione così fredda da sembrare crudeltà.
Nel frattempo Truman colleziona amiche come altri collezionano francobolli: Babe Paley, Gloria Guinness, Lee Radziwill. Le chiama i suoi Cigni. Le porta a pranzo, le fa ridere, custodisce i loro segreti con la cura di un bibliotecario. Poi, nel 1975, pubblica su Esquire i primi capitoli di ‘Preghiere esaudite’ – un romanzo à clef in cui quei segreti diventano personaggi riconoscibilissimi. I Cigni lo abbandonano uno per uno. Truman non capisce – o fa finta di non capire – che esiste una differenza tra raccontare la vita degli altri e venderla.
Rimane solo con il suo talento – e con tutto il resto. I Cigni non lo chiamano più. Lui che sapeva tutto di tutti, che aveva trasformato ogni confessione in oro letterario, alla fine aveva dimenticato la cosa più semplice: che i segreti restano tali solo finché non diventano letteratura.
