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Isabella d’Este, la committente che correggeva i capolavori

Isabella d’Este, la committente che correggeva i capolavori
Isabella d’Este (Getty Images)

La Rubrica – Stili umani

In una corte tra i fiumi, dove la nebbia smussa i contorni e le voci, vive una marchesa che tratta il bello come una faccenda di Stato. Si chiama Isabella d’Este, e coltiva un’idea che ai suoi tempi suona stramba: che una donna possa decidere, fino all’ultimo dettaglio, come apparire al mondo.

Si fa costruire una stanza tutta sua – è ricordata come la prima donna ad averne una simile – prima nel Castello di San Giorgio, poi in Corte Vecchia, e la riempie di tesori minuti: cammei, antichità, liuti e flauti, medaglie antiche, codici dalle pagine dipinte d’oro. Poi convoca i pittori più famosi d’Italia perché le decorino le pareti. Mantegna, Perugino, Lorenzo Costa, il Correggio: arrivano tutti a Mantova. Con Ariosto, Bembo, Castiglione intrattiene corrispondenze fitte: la cultura del suo tempo le scrive, e lei risponde tenendo il filo.

Isabella non vuole semplicemente dei bei quadri: vuole quei quadri, esattamente come se li è immaginati. Al Perugino, nel 1503, per la Lotta tra Amore e Castità spedisce insieme al contratto una lettera che somiglia a un copione: chi combatte chi, dove posare le mani, come piegare le teste, perfino il disegno da ricalcare. Il pittore esegue, consegna due anni più tardi, e nel frattempo lei cambia idea, ritocca gli ordini, una volta sbaglia da che parte arrivi la luce e fa rifare tutto.

Giovanni Bellini, lasciato perfino libero di scegliere il soggetto, ringrazia e si defila: non è abituato a dipingere imbrigliato in richieste così minuziose. Dire di no a Isabella, e cavarsela, non è cosa da tutti.

Il tema che affida ai suoi artisti è sempre lo stesso, virtuoso e un filo severo: la vittoria della virtù sul vizio. E c’è chi giura che nel Parnaso di Mantegna, tra le dee, si nasconda lei stessa nei panni di Venere – non lo sapremo mai con certezza, ma sarebbe perfettamente da lei.

Lo stesso incantesimo lo lancia su di sé. Inventa un copricapo di nastri, reticelle e gemme, la capigliara, e in pochi anni tutte le dame del Nord lo portano; la moda valica le Alpi e arriva fino in Francia. Distilla profumi che nessuno aveva mai respirato e li regala come piccoli segreti. E – così almeno raccontano le carte di corte – fa cucire bambole vestite con i suoi modelli, da spedire alle altre signore perché abbiano qualcosa di bello da copiare.

Di tutto questo oggi restano i quadri, quasi tutti emigrati al Louvre. Cinque secoli prima che il mondo trovasse la parola – influencer – Isabella l’aveva già messa in scena, e con grande stile.

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