Quando ci si trova di fronte a Hwang Chansung, non si è semplicemente davanti a un artista o a un attore, ma a uno dei membri dei 2PM. Chansung è la prova vivente che il K-pop, quando funziona davvero, non produce solo idol: produce traiettorie. E le traiettorie, a differenza dei successi, non sono mai lineari.
Perché se i 2PM hanno scritto una parte fondamentale della prima espansione globale del K-pop, quando l’idea stessa di portare questo sistema fuori dalla Corea era ancora un rischio più che una strategia, Chansung ha sempre scelto un percorso forse inizialmente meno evidente, ma proprio per questo più interessante da osservare: quello che non ha mai avuto bisogno di urlare per esistere, e che oggi, a distanza di quasi vent’anni, si ritrova in una posizione rarissima nell’industria coreana, quella di chi non deve più dimostrare nulla ma può permettersi di cambiare tutto.
E forse è proprio qui che sta il punto.
Perché mentre molti idol passano anni a cercare di uscire da un’immagine costruita per loro, Chansung ha fatto l’opposto: ha aspettato che quell’immagine si esaurisse da sola, trasformandola in qualcos’altro, qualcosa che oggi assomiglia molto più a un attore che usa il K-pop come origine, non come limite.
Per capire davvero il suo percorso bisogna tornare all’inizio, a quando nel 2008 la JYP Entertainment lancia i 2PM, un gruppo che fin dal debutto rompe con gli standard estetici del tempo, introducendo un’immagine fisica, atletica, quasi brutale rispetto alla delicatezza di altri idol della stessa generazione.
Accanto a membri come Jun. K, Nichkhun, Taecyeon, Wooyoung e Junho, Chansung è il più giovane, il maknae, ma anche quello che meno si adagia sull’etichetta di idol classico.
I 2PM diventano rapidamente un caso: hit come “Again & Again”, “Heartbeat” o “My House” costruiscono un’identità precisa, fatta di coreografie acrobatiche, performance fisiche e una presenza scenica che ridefinisce il concetto stesso di boy group nella seconda generazione del K-pop. Non è solo musica: è costruzione di immaginario, è corpo politico dentro l’intrattenimento, è la prima vera declinazione di una mascolinità alternativa che oggi molti gruppi hanno normalizzato ma che all’epoca era tutt’altro che scontata.
Ma dentro quel sistema, Chansung segue una traiettoria parallela.
Prima ancora di essere un idol, è un attore. E non nel senso accessorio che spesso accompagna il K-pop, ma come origine vera, come primo linguaggio. Una linea che negli anni non si è mai interrotta, nemmeno nei momenti in cui il sistema idol era totalizzante, e che oggi riemerge con una chiarezza diversa, più consapevole, più radicale.
Nel tempo costruisce una carriera che lo porta a muoversi tra drama e cinema, passando per titoli come So I Married an Anti‑fan e Show Window: The Queen’s House, fino ad arrivare a progetti più maturi come Bloodhounds 2, dove interpreta un personaggio distante anni luce dall’immagine brillante e performativa degli esordi. Non è una rottura, ma una continuità evoluta.
E poi c’è il ritorno.
Nel maggio 2026 i 2PM tornano sul palco del Tokyo Dome per celebrare il loro anniversario. Un evento che, per chi conosce davvero la storia del K-pop, ha un peso enorme.
Quando il gruppo inizia le attività in Giappone, la scena globale non è quella di oggi. Portare il K-pop fuori dalla Corea significa affrontare un mercato complesso, con barriere linguistiche, culturali e industriali. Il Tokyo Dome diventa così un simbolo: non solo un palco, ma una dichiarazione di esistenza.
Raggiungerlo nel 2014 è una conquista. Tornarci oggi, dopo anni di carriere individuali, servizio militare e trasformazioni personali, è qualcosa di diverso: è un ritorno che chiude un cerchio, ma allo stesso tempo lo riapre.
Panorama ha parlato in esclusiva con lui.
Stai tornando sullo schermo con un ruolo molto più oscuro e complesso in Bloodhounds 2. Cosa ha reso questo progetto il momento giusto per interpretare un personaggio del genere?
Ho preso parte a diversi progetti nel corso degli anni, ma non avevo mai incontrato un personaggio come Tae-geom. Fino ad ora molti dei miei ruoli erano inseriti in storie con un tono relativamente più leggero o luminoso, ma questo progetto è arrivato esattamente nel momento giusto. Stavo raggiungendo un punto in cui sentivo il bisogno di una vera svolta nella mia carriera come attore.
In Bloodhounds 2 interpreti un uomo che non è completamente malvagio, ma plasmato dalle circostanze. Pensi che oggi il pubblico sia più interessato a comprendere i villain piuttosto che giudicarli?
Credo che, più che scegliere se comprendere o giudicare un villain, il pubblico reagisca all’autenticità della narrazione del personaggio. Se il passato di un antagonista è costruito in modo convincente e dettagliato, gli spettatori sono naturalmente più portati a entrare in empatia con lui, o quantomeno a capire le sue scelte. Quando una storia appare reale, anche un villain diventa qualcuno con cui ci si può connettere.
La tua interpretazione è costruita sulla sottrazione più che sull’esplosione emotiva. Come hai lavorato per trattenere le emozioni invece che esprimerle?
Ho interpretato Tae-geom come un uomo che osserva e risolve le situazioni, più che reagire emotivamente. Considerata la natura del suo lavoro, lasciare che i sentimenti personali interferissero avrebbe reso la sua vita insostenibile. Penso che abbia fatto una scelta consapevole: eliminare le proprie emozioni come meccanismo di sopravvivenza. Una volta compreso questo, è diventato chiaro cosa dovessi fare e come dovessi sentire.
Questo ruolo ha richiesto sia una trasformazione fisica sia un training d’azione. Ma oltre al corpo, qual è stato il cambiamento interiore più difficile da affrontare?
Credo sia collegato a quanto detto prima. Nella storia di Tae-geom, perde la moglie a causa di un cancro e finisce a lavorare per Baek-jeong a causa dei debiti, arrivando a vedere la propria famiglia presa in ostaggio. Le cose che fa — uccidere, eliminare i corpi — sono azioni che una persona comune non riuscirebbe a compiere. In questo senso, ho sentito che la sua moralità e la sua coscienza si fossero progressivamente anestetizzate.
Questa “assenza di sensibilità” è stata la parte più difficile da incarnare. Ho immaginato che, anche mentre uccide, cerchi di restare il più distaccato possibile, fino a diventare qualcuno che raramente mostra emozioni nella vita quotidiana. Ho dovuto lavorare sulle sfumature più sottili, perché senza sentire quel peso interiore non avrei potuto restituire la gravità del personaggio.
Hai iniziato come attore prima di diventare idol. Senti che, in un certo senso, stai tornando al tuo percorso originario, ma con una consapevolezza diversa?
Non necessariamente. Ho fatto musica e recitazione per tutta la mia carriera e, a questo punto, entrambe mi sembrano il mio percorso originario (ride).
Nel corso degli anni ti sei mosso tra ruoli romantici, comici e più oscuri. Pensi che l’industria abbia finalmente raggiunto il tipo di attore che volevi essere?
Direi di no. Credo semplicemente di essere stato fortunato con il tempismo e le opportunità.
Arrivando dai 2PM, la tua immagine era molto definita. C’è stato un momento in cui hai sentito il bisogno di romperla volontariamente?
Sento il bisogno di mostrare nuovi lati di me sia come attore che come musicista. Rompere un’immagine esistente, in fondo, significa dare inizio a qualcosa di nuovo. Amo quello che faccio e, per continuare a fare sia musica che recitazione, è naturale superare i confini precedenti. Più che voler rompere intenzionalmente quell’immagine, direi che aspettavo il momento in cui sarebbe successo in modo naturale.
Quest’anno segna un traguardo importante per i 2PM con un grande concerto al Tokyo Dome. Cosa significa salire su quel palco oggi, dopo tutto quello che hai vissuto come artista individuale?
Il Tokyo Dome ha un significato simbolico molto forte per noi. Quando abbiamo iniziato, molto prima che il K-pop diventasse quello che è oggi, promuoversi all’estero era una sfida. Quando abbiamo iniziato le attività in Giappone, l’obiettivo finale era proprio arrivare su quel palco. Lo abbiamo raggiunto nel 2014 e, dopo la mia ultima esibizione nel 2016 prima del servizio militare, tornarci per la prima volta dopo dieci anni mi emoziona profondamente. È come chiudere un cerchio.
Quando passi da una performance in uno stadio in Giappone a un set cinematografico, cosa cambia per primo: il mindset, l’energia o il senso di identità?
Non c’è un vero cambiamento tra essere musicista o attore — né nel mindset, né nell’energia, né nell’identità. In entrambi i casi do tutto me stesso. La differenza sta nella preparazione e nella concentrazione, che sono diverse tra palco e set. Anche il tipo di soddisfazione cambia: il palco mi dà un’esplosione immediata di adrenalina e dopamina, mentre portare a termine un ruolo genera un’attesa più graduale.
Dopo quasi vent’anni nell’industria, cosa continua a metterti più alla prova come artista?
Anche dopo vent’anni, la sfida più grande resta quella di continuare a essere qualcuno che le persone cercano.
In Bloodhounds 2 il tuo personaggio è definito da responsabilità e sopravvivenza. Sono temi che senti vicini anche alla tua vita oggi?
Sì, e penso valga per tutti. Ognuno porta con sé un senso di responsabilità e un istinto di sopravvivenza, e sono valori fondamentali anche nella mia vita, quelli che mi spingono ad andare avanti e a crescere.
L’industria dell’intrattenimento coreana è diventata un sistema globale nell’ultimo decennio. Dal tuo punto di vista, qual è stato il cambiamento più significativo?
La qualità dei contenuti è cresciuta molto e i sistemi di produzione in Corea sono diventati più solidi. Con l’aumento degli standard, è cresciuto anche il livello di dettaglio e rifinitura dei progetti. Ma soprattutto sono cambiate le aspettative del pubblico, che oggi sono molto più alte. Credo che sia questo il cambiamento più importante.
Molti idol passano alla recitazione, ma pochi riescono a ridefinirsi davvero. Qual è la parte più difficile di questa transizione?
Si tratta di uscire da uno schema già definito. La difficoltà più grande è avere sia l’opportunità di farlo sia le capacità per sostenerla.
Guardando al futuro, senti di essere ancora in evoluzione o di stare finalmente diventando l’artista che eri destinato a essere?
Onestamente, entrambe le cose. Diventare l’artista che voglio essere ed evolvermi continuamente sono la stessa cosa. Non possono esistere separatamente, ma fanno parte di un unico percorso.
Se dovessi descriverti oggi con una sola parola, quale sarebbe?
Crescita.
