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Perché Fabregas continua ad essere antipatico (anche se ha cambiato modo di comunicare)

Perché Fabregas continua ad essere antipatico (anche se ha cambiato modo di comunicare)

Ogni (rara) sconfitta del Como è accompagnata da un dibattito sulla filosofia di calcio e comunicazione del suo allenatore. Che sconta un po’ di arroganza iniziale e deve evitare di diventare il feticcio dei giochisti da salotto.

Ci sono due Fabregas, anzi molti di più. E uno, o alcuni, di questi Fabregas si sono fatti una cattiva fama nei salotti e nei bar dello sport in cui si chiacchiera di calcio dalla mattina alla sera. Il primo Fabregas, quello che sta antipatico a molti (ma ha anche un esercito di fedeli pronti a tutti pur di difenderlo) è quello un po’ arrogante e presuntuoso. Il Fabregas che in campo manda i suoi all’attacco a San Siro contro l’Inter, gara uno di questa lunga stagione di confronti tra le due squadre, viene infilzato senza pietà e poi spavaldo prova a spiegare agli astanti che non ha visto tutta questa differenza. Come se averne beccate quattro e aver straperso non conti nulla e lo sport sia solo filosofia e poca pratica.

Quel Fabregas si è reso antipatico ben oltre i propri meriti sportivi e di comunicazione. Ogni tanto torna fuori, tra un’impresa e un rovescio in un campionato che ha proiettato il suo Como in una dimensione nuova. Sbuca nel conto dei passaggi dopo aver perso di rimonta dal Milan (“Abbiamo fatto 700 passaggi contro 220, non so cosa dire. Posso solo dire che Maignan ha fatto tante parate e Rabiot ha vinto la partita con due giocate di qualità”), o quando cerca di convincere tutti che Chivu, che lo ha di nuovo ribaltato con l’Inter, tanto per cambiare di rimonta, lo ha fatto perché ha “una squadra di veterani che vincono uno scudetto non dico facile – perché Chivu non lo dirà mai – ma con questi giocatori sei sempre più vicino a vincere”. Frase che contiene un’ovvietà (i giocatori più forti e più probabile che vincano) e una traccia del vecchio Fabregas.

Perché Chivu che lo ha ribaltato per la seconda volta in due settimane lo ha fatto rischiando il tutto per tutto, seguendo le sue idee e affidandosi a quelli che Cesc ha chiamato “ragazzini che fanno la differenza” e che, invece, sono stati un azzardo dentro un teatro che non gli avrebbe perdonato quelle scelte in caso di sconfitta. E, dunque, sono stati un merito e non un regalo della sorte.

Il nuovo Fabregas ha cambiato da qualche mese percorso comunicativo per raccontare sé stesso e il suo Como. Si è fatto più umile, attento, consapevole di aver ancora una strada da percorrere e che anche le sconfitte hanno un peso, non possono essere liquidate sempre e solo come tappa di crescita. O, peggio, rivendicando il proprio modo di interpretare il calcio come se il risultato non contasse. Sta lavorando su se stesso e sul momento del confronto, quello in cui deve parlare e spiegare che abbia vinto o perso. C’è chi continua a percepirlo antipatico, o arrogante o presuntuoso, però, e questo accade perché il nuovo Fabregas, molto diverso da quello vecchio, paga almeno un paio di pegni di cui è in parte responsabile e in parte no.

Il primo è che lavora in un contesto che vive da anni, forse anche di più, la costante polarizzazione tra due partiti che non si riconoscono a vicenda. Ci sono i giochisti secondo i quali sono l’estetica conta e i risultatisti che lottano almanacco alla mano. Entrambi sordi al pensiero altrui, entrambi con la necessità di identificarsi in un feticcio che è Allegri per chi pensa che il fine giustifica i mezzi e, ora, Fabregas per chi si assegna una non ben giustificata superiorità etica. E di questa contrapposizione Cesc rischia di rimanere vittima come prima di lui Zeman, De Zerbi e altri, sacrificati sull’altare dell’integralismo. Meglio fuggire a gambe levate da questo abbraccio mortale e se lo si è alimentato (il primo Fabregas) disconoscerlo in fretta e pubblicamente.

La seconda questione, invece, lo vede incolpevole ed è l’atavica resistenza degli italiani a farsi spiegare la vita dagli altri. Oggi vale per il calcio, dove ci siamo scoperti fragili e perdenti. Cosa vuole questo Fabregas che viene a indicarci una nuova via? E che lo fa dall’alto di un progetto tenuto in piedi a botte di centinaia di milioni di euro e venduto (dagli altri) come se fosse una storia della provincia operosa che emerge? Ecco, su questo Cesc non ha colpe. Non ci sta insegnando la vita (e il calcio), ma nemmeno merita che il bello che il suo Como sta mostrando da un anno a questa parte finisca sepolto sotto l’invidia altrui.

Il filosofo Schopenhauer è l’autore del celebre aforisma secondo cui “Ogni verità passa per tre fasi: primo, viene ridicolizzata; secondo, viene violentemente opposta; terzo, viene accettata come autoevidente”. Non è detto sia applicabile a Fabregas e al suo Como, ma certamente contiene un fondo di verità.

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