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Yara, perché la nuova testimone è molto importante

Una donna ha raccontato ai carabinieri di aver visto Bossetti in macchina con una ragazzina nello spiazzo davanti alla palestra. Yara conosceva il suo assassino, aveva un appuntamento con lui? Possibile


Spunta una nuova testimone nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio. La notizia arriva dalla trasmissione televisiva Quarto Grado: una donna, ritenuta attendibile dagli inquirenti, ha raccontato di aver visto Massimo Bossetti seduto in macchina in compagnia di una ragazzina nell’estate del 2010, qualche mese prima della scomparsa della tredicenne di Brembate di Sopra.

La donna si è presentata di sua spontanea volontà ai carabinieri, ai quali ha raccontato di aver riconosciuto Bossetti, l’uomo in carcere con l’accusa di omicidio, durante una trasmissione televisiva. A quel punto le è tornato in mente un ricordo: quattro anni prima aveva accompagnato la figlia a Brembate e camminando a piedi nello spiazzo vicino alla palestra di via Locatelli, si era imbattuta in una macchina grigia familiare, che corrisponde alla Volvo del muratore presunto assassino, dentro la quale c’era proprio lui in compagnia di una ragazzina molto più giovane che poteva «essere Yara, ma non ne sono sicura». Di certo l’uomo non era lì perché stava accompagnando la ragazza in palestra: tra i due era in corso un dialogo fitto e prolungato.

Questa testimonianza è a verbale e verrà sicuramente portata a dibattimento quando si arriverà a processo. Ci si chiede: che valore avrà nel quadro indiziario preparato dalla procura? Di certo non è la cosiddetta prova che chiude il cerchio. Più che carattere risolutivo, questa testimonianza avrà importanza per i dettagli che sarà in grado di offrire, per quei piccoli tasselli che potrebbero incastrarsi con altri punti probatori raccolti dagli investigatori e rafforzare il castello dell’accusa.

Per il resto, questa testimonianza ci offre finalmente la possibilità di mettere la parola fine all’abuso di retorica che in tutti questi anni ha accompagnato ogni narrazione giornalistica e televisiva sul caso Yara Gambirasio. La bambina che esce di casa per andare in palestra e viene rapita dall’uomo nero.

Ci siamo adagiati sopra questa dinamica e ne abbiamo abusato, timorosi di sconfinare su un terreno più insidioso dove avremmo rischiato di mancare di rispetto alla memoria di Yara e della sua famiglia. Molto più facile tenere la storia dentro il mondo ovattato del mulino bianco. Invece la verità può anche essere un’altra. A tredici anni non sei più una bambina, ma una adolescente, con tutto ciò che questo comporta. Ovvero che Yara potrebbe anche aver vissuto una fase di scoperta e affermazione della propria identità, femminilità, sessualità. Yara potrebbe aver avuto una curiosità, un interesse, una cotta, una qualsiasi forma di coinvolgimento emotivo anche nei confronti di un uomo molto più grande di lei. Attenzione, con questo non si sta dicendo che le cose siano andate in questo modo, e che lei aveva una relazione nascosta con quello che poi è diventato il suo assassino.

Ma è una possibilità, e se la escludiamo a priori allora non facciamo bene il nostro lavoro. Soprattutto facciamo un errore madornale, perché finiamo per spostare l’omicidio di Yara su una linea diversa da quella che fin dall’inizio è emersa dalle relazioni dell’ottima anatomopatologa Cristina Cattaneo, dell’Istituto di medicina legale di Milano, che ha effettuato i rilievi sul corpo e sulla scena del delitto. Da sempre, ben prima che si arrivasse a un profilo genetico di uno sconosciuto, Ignoto uno, la dinamica che emerge dai dati scientifici è quella di un uomo che prende con se la ragazza, con la forza e con l’inganno, forse anche con complicità, la porta nel campo di Chignolo, dove qualcosa va storto, la ragazzina si rifiuta, probabilmente minaccia di raccontare tutto, lui perde la testa, teme che la sua reputazione venga compromessa, la colpisce e la lascia in fin di vita. Yara morirà nella notte di freddo e stenti. Lui non è il pedofilo predatore con precedenti penali ma un tranquillo padre di famiglia.

Lui era Ignoto uno, oggi è Massimo Bossetti, almeno per gli inquirenti, che non hanno più alcun dubbio. Lo vedremo a processo, intanto questa ultima testimonianza, finalmente alza una diga contro il fiume di retorica.

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