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Vattimo: "La sinistra preferisce il potere alla rivoluzione"

Il filosofo analizza la situazione politica attuale, e non solo. Si parla anche di famiglia, religione, omosessualità

Se una mattina ti svegli senza alcun dolore e stai bene vuol dire che sei morto. Però non è bello diventare vecchio. Non mi fa paura essere morto, ma la transizione. Credo nella Provvidenza, e non penso che Dio se la goda vedendomi dilaniato all’inferno per l’eternità». Cristiano convinto, Gianni Vattimo sogna ancora il comunismo. Nonostante gli acciacchi fisici che lo costringono per la maggior parte del tempo in casa - «preferisco una società pacificata perché mi piace starmene sulla poltrona» - continua a combattere
la propria battaglia per la libertà contro il Sistema, un Grande fratello in cui siamo dentro tutti. «Ai tempi di Marx non c’era la televisione. Ormai sono i talk show ad annunciare: “Domani rivoluzione dalle dieci alle dodici!”. Ma che rivoluzione è?».

Professor Vattimo, la sinistra esiste ancora?

Credo che esista come sensibilità di una certa parte della popolazione, però è difficile dire se esista come struttura e ideologia. Io continuo a dichiararmi comunista. Sono innamorato dell’ideale di una società senza classi e senza proprietà privata. Lenin definiva il comunismo come elettrificazione più soviet, cioè sviluppo tecnologico e controllo della base, della popolazione. Non vedo quale altro sogno si possa coltivare, anche se ora mi pare poco verosimile.

Recentemente, una risoluzione europea ha equiparato comunismo e nazismo. Lei si sente un nazista rosso?

Certo che no. Secondo me hanno equiparato stalinismo e nazismo. Stalin non ha però solo delle colpe. Se il nazismo è stato sconfitto è perché lui ha fatto un bel po’ di roba, anche scannando diverse persone. La politica è presa, conservazione e sviluppo del potere, e questo implica che il detto «piove governo ladro» non sia poi tanto falso. È come il peccato originale: non possiamo credere che sia eliminato del tutto.

Che cosa è andato storto per la sinistra nel Novecento?

Credo si sia lasciata troppo convincere dall’idea di poter esercitare il potere. Sarà anche una stupidaggine da intellettuali, ma è meglio non essere al potere che esserci. L’Unione sovietica è stata il risultato di un movimento rivoluzionario, portato avanti anche con apparati militari, ma purtroppo quando si prende il Palazzo d’Inverno si pone subito il problema di chi stia al pian terreno e chi al primo.

Non le fa strano che si sia delegata la lotta di classe alle sardine?

Le sardine sono un tentativo di risveglio della coscienza sociale. Quando la società è anestetizzata, la democrazia non funziona più. Io purtroppo sono vecchio, non mi posso muovere e non vado in piazza. Ma, come ha detto Papa Francesco, i giovani devono fare un po’ di casino, perché il potere continua a essere nelle mani dei più anziani e non c’è ricambio.

Non crede che sia stato invece il sovranismo, e Matteo Salvini in particolare, ad aver riattivato una passione politica in questo Paese?

A me Salvini non piace. Lo trovo un pericolo perché non ho capito quale ideale di società coltivi. Vuole una società comunista? Bene, la voglio anche io. O una società della concorrenza e della competizione? Ecco, a questa non ci sto. Da quel che intendo lui vuole ordine sociale, assistenza, ma entro certi limiti, e diffonde un po’ di razzismo con il suo «prima gli italiani». Chiaro, gli italiani pagano le tasse, gli altri no e si trovano gli ospedali gratis. Non è giusto, d’accordo, ma è la concezione dell’umano in pericolo. Nonostante i suoi rosari non mi pare molto cristiano.

La gestione dell’immigrazione, cavallo di battaglia del leader leghista, è tuttavia un problema serio…

Questo tema è molto sentito dalla gente. C’è un problema umanitario perché se qualcuno bussa alla mia porta teoricamente devo aiutarlo, però è altrettanto vero che i grandi movimenti delle masse sono destabilizzanti e nella storia hanno portato alle guerre. Non sono molto ottimista. D’altronde il mondo l’ha creato il diavolo e Dio fa quello che può per limitare i danni.

Le destre europee dicono che esiste un pericolo islamizzazione. Lei lo vede?

Non tanto. È vero però che una delle ultime volte che ho visto il mio amico Umberto Eco, a cui davo molto retta, mi disse che questo pericolo lo sentiva molto forte. Non so se era perché mi rimproverava di essere troppo amico dei palestinesi. «Guarda che l’Islam ci fregherà» mi diceva. Certo il cristianesimo è sulla difensiva, ma confido molto in Papa Francesco.

Vi siete anche visti…

Ho parlato con lui due o tre volte. Trovo molto bello che creda così tanto nella pietà popolare. E poi, modestamente, secondo me ha bisogno della mia filosofia: non può continuare a pensare che il cristianesimo sia vero perché ci sono verità oggettive che lo dimostrano. Non mi interessa avere prove oggettive per credere.

Lei è cristiano praticante?

Sarà perché sto invecchiando, ma sono diventato molto bigotto. Vado a messa e prego. Ora il Vangelo non lo leggo più tanto da solo perché non ho voglia, ma non importa, in quei testi ci si è sempre dentro. Perché li si conosce fin da piccoli o perché sono la Verità? Ma che cosa me ne frega? È quello che sento come vero e di cui non posso fare a meno.

È stato un problema per lei essere cristiano e omosessuale?

Finché ho creduto al «non commettere atti impuri» ho sofferto molto. Mi è venuta l’ulcera, sono stato all’ospedale. È un gran casotto, ma adesso anche il Papa parla con più rispetto verso i gay. L’omosessualità non è contro natura, ma contro una tradizione che ha sempre considerato i maschi come superiori rispetto alle donne. Anche se i greci li stimavano così migliori che li preferivano alle femmine... Di certo anche i musulmani non sono tanto favorevoli alla «gaiaggine». Se l’Europa dovesse davvero diventare islamica spero di essere morto.

Quindi spera nella sua società comunista ideale?

In quella non sarebbero tutti gay, d’altronde la vecchia abitudine di scopare eterosessualmente ha i suoi vantaggi, non cambiano tutti improvvisamente posizione. E poi bisogna riprodursi. Solo non castrerei gli omosessuali in piazza.

Lei ne parla con ironia, quando ormai domina il politically correct.

Bisognerebbe essere un po’ elastici. Angelo Pezzana, se sentiva una battuta contro i froci, se la prendeva a morte, e discutevamo perché per me non era un gran problema. L’omofobia è una malattia sociale non così diffusa, però sul razzismo bisogna stare attenti. E poi c’è il politicamente corretto sul tema pedofilia dei preti…

Che cosa intende dire?

Che ormai è diventato un affare accusare i preti di pedofilia. Io ho sempre fatto il chierichetto e frequentato le sacrestie, e devo avere conosciuto i pochi preti non pedofili disponibili sul mercato perché nessuno mi ha mai toccato il sedere. E poi è umano che preti costretti a star soli nelle loro parrocchie abbiano qualche tentazione se l’unica carne giovane che vedono è quella dei nanetti che vanno lì a giocare. Nella Chiesa c’è questa esaltazione del celibato e della verginità che non capisco. È sessuofobia.

Una delle icone del cristianesimo è la famiglia. È sotto attacco oggi?

La famiglia tradizionale era strutturata per un certo tipo di mondo: casa ufficio, ufficio casa...
I tempi sono cambiati. Io non ho famiglia perché sono fatto in un modo leggermente diverso, ma non la trovo un’istituzione tanto da buttare, anzi mi piacerebbe averne una molto bella.

A Natale ne sente la mancanza?

Certo, ci si sente soli durante le feste. Il periodo natalizio lo vivo non bene e con un velo di tristezza. 

Che cosa pensa dell’utero in affitto?

È un casino, perché tutti hanno diritto di avere una mamma e un papà. A me non piace perché è contro la natura e la tradizione. E mi spaventa come tutto quello che riguarda la tecnicizzazione dell’umano. La tecnologia evolve e sta a noi controllarla con le leggi.

Lei è il teorico del «pensiero debole». Ma non crede che oggi si abbia bisogno di un pensiero forte?

Io non sono convinto che il «pensiero debole» sia debole. La carità verso il prossimo è debole o forte? È difficilissima da professare. E poi non c’è una visione oggettiva della realtà che si possa imporre a tutti. Ci si può accordare. Questa è libertà, non relativismo: se qualcuno crede a qualcos’altro rispetto a me non è necessariamente dannato.

La Commissione Segre non rischia di dannare le opinioni diverse?

La tentazione di identificare la propria prospettiva con quella vera è forte dappertutto. È l’eredità dell’oggettivismo antico da sempre legato con il potere. 

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