Alto Adige, 1940: quando l'alleato ci spiava (storia e foto)
Immagine scattata dall'interno di un veicolo alle opere del Vallo Alpino del Littorio nei pressi di Frangarto, frazione di Appiano/Eppan in Alto Adige. (Bundesarchiv, BArch RH 11-III/437-447)
Alto Adige, 1940: quando l'alleato ci spiava (storia e foto)
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Alto Adige, 1940: quando l'alleato ci spiava (storia e foto)

Alla vigilia dell'ingresso in guerra nel giugno 1940 i servizi segreti tedeschi fotografarono il Vallo Alpino costruito dall'alleato italiano in Alto Adige. Prova della diffidenza tra Hitler e Mussolini

Ottant'anni fa, il 10 giugno del 1940, l'Italia interrompeva il periodo di non-belligeranza ed entrava in guerra a fianco della Germania. La storia delle fortificazioni alpine del Vallo del Littorio, raccontata e illustrata dal libro di Alessandro Bernasconi ed Heimo Prünster "L'Occhio Indiscreto-Das Indiskrete Auge" (Curcu & Genovese editori), raccoglie le prove documentarie e fotografiche di una reciproca diffidenza tra Hitler e Mussolini che si protrasse per tutto il periodo delle ostilità lungo la dorsale difensiva costruita in quegli anni lungo la linea di confine dell'Alto Adige e si tradusse in un'intensa attività di spionaggio delle autorità germaniche spesso supportate dalla popolazione locale di lingua tedesca in lotta per la riannessione al territorio austriaco dal quale era stata strappata dopo la Grande Guerra.



Nel 1939 la guerra era alle porte, ed il "patto d'acciaio" tra Hitler e Mussolini ormai siglato nel maggio dello stesso anno. Nonostante i roboanti proclami della propaganda però, le braci di una reciproca e profonda diffidenza ardevano sotto l'alleanza strategica dei due dittatori.
Già nemici durante la Grande Guerra combattuta proprio sul fronte delle Alpi orientali, il Duce ed il Fuhrer si erano trovati alla seconda metà degli anni trenta a condividere le proprie mire espansionistiche contro le democrazie occidentali, ma anche a dover salvaguardare e difendere i rispettivi confini.
Le Alpi costituirono sicuramente una delle zone di maggior tensione tra i due alleati e sin dagli anni venti. Dopo la sconfitta austro-tedesca, l'Italia di Mussolini continuò a vedere con preoccupazione il confine settentrionale alpino nel caso di un futuro riarmo germanico che, come in quegli anni fu letto, avrebbe potuto sconfinare violando la neutralità della Svizzera. La costruzione di una linea fortificata che proteggesse tutto l'arco alpino cominciò nel 1931 nel settore occidentale al confine con la Francia (con la quale in quel periodo le tensioni diplomatiche erano cresciute esponenzialmente) ed avrebbe dovuto estendersi da Ventimiglia a Fiume. Alla metà degli anni trenta l'attenzione di Mussolini si concentrò quindi sulla zona di confine con l'Austria a causa del rapido mutamento della situazione politica del Paese confinante con il Sudtirolo, annesso all'Italia dopo la Grande Guerra.

La scintilla che innescò definitivamente l'accelerazione dei lavori di fortificazione alla frontiera Nord fu data dalla cancellazione de facto dell'Austria come nazione indipendente dopo l'Anschluss (annessione) al Terzo Reich nel 1938, che portò la Germania nazista a confinare direttamente con l'Italia fascista pur formalmente alleata del Reich.
La zona del confine nel territorio altoatesino si trovava inoltre in una situazione ancora più tesa, fatto dovuto alle circostanze storiche seguite all'annessione all'Italia, ulteriormente aggravate dall'italianizzazione forzata delle popolazioni di lingua tedesca e dalla messa al bando di ogni forma di bilinguismo a favore dell'italiano. Dall'altra parte del confine del Brennero, ormai parte integrante del Terzo Reich, la questione della minoranza etnica sudtirolese in territorio italiano era vista da una prospettiva totalmente opposta, poiché l'Alto Adige rientrava nei disegni pangermanisti del Fuhrer come un'estensione naturale della grande Germania. La popolazione altoatesina rimase in quel periodo delusa dalla politica estera di Hitler, che scelse di dare priorità all'alleanza con Mussolini vanificando ogni speranza di un'imminente riunificazione della regione con la Germania come avvenuto per l'Austria nel 1938. Tra gli accordi stipulati vi fu nel 1939 quella delle cosiddette "opzioni", che prevedevano la facoltà di scelta per i cittadini altoatesini di rimanere nelle proprie case oppure di trasferirsi in territorio tedesco, operazione che si rivelerà tutt'altro che facile tanto da risultare incompiuta alla vigilia della guerra. Quando Hitler invase la Polonia nel settembre del 1939, l'Italia dichiarò la propria non-belligeranza, guadagnando tempo vista la debolezza militare del regime depauperato dalle ingenti risorse impiegate in Africa Orientale e nella Guerra Civile spagnola. Fu proprio in questi mesi che l'alleato Mussolini ordinò la costruzione del Vallo Alpino del Littorio, ribattezzato dagli italiani "Linea Non- Mi- Fido" con ironico riferimento alle imponenti fortificazioni germaniche della famosa linea Sigfrido.
Con la circolare numero 15.000 del 1939 furono stabiliti i criteri costruttivi e i piani della nuova linea fortificata in Alto Adige, affidati al Genio Militare e diretti dal Generale Edoardo Monti, mentre i primi cantieri videro la luce nel tardo autunno. L'insieme delle "opere" (così sono chiamate le singole strutture fortificate di diversa dimensione e tipologia) da realizzare in tempi stretti era davvero imponente. Il piano originario prevedeva la realizzazione di 700 bunker (tra opere in caverna e bunker monoblocco con mura spesse dai 2 ai 4 metri) oltre a fossati anticarro lungo una cintura divisa in tre principali settori: 13 "Adige", 14 "Isarco" e 15 "Rienza-Drava-Pusteria". Il sistema era stato concepito su tre livelli difensivi, allo scopo di ritardare il più possibile la penetrazione nemica e permettere la mobilitazione in pianura.
I cantieri videro la partecipazione di personale esclusivamente civile, dipendente di ditte appaltatrici altrettanto esclusivamente italiane. Questa scelta, già in linea con la politica di colonizzazione italiana dell'Alto Adige, rifletteva anche una scelta da parte delle autorità militari italiane atta ad evitare la partecipazione della popolazione locale di lingua tedesca che naturalmente manteneva stretti rapporti con i tirolesi oltre il Brennero. In tempi rapidissimi furono montate teleferiche e decauvilles, condotte idrauliche e cave per la produzione del cemento. Nei cantieri, organizzati su turni che prevedevano anche il lavoro notturno, lavorarono circa ventimila operai. Da un punto di vista strutturale, il sistema difensivo era stato organizzato secondo un criterio che prevedeva l'interconnessione tra gruppi di bunker solitamente coordinati da un bunker-comando che impartiva le coordinate di tiro in quanto le strette feritoie delle strutture da esso dipendenti non permettevano una visione adeguata del campo di tiro. Se da una parte il complesso sistema di difesa nasceva inadeguato da un punto di vista degli armamenti (molte mitragliatrici e pochi pezzi controcarro, punto di debolezza considerando la forza dei famigerati panzer tedeschi), dall'altra parte il progetto fu ammirevole dal punto di vista della mimetizzazione delle opere realizzate, studiata dagli architetti progettisti nelle forme che meglio si sarebbero adattate alla natura del terreno circostante, con l'aiuto della copertura per mezzo della vegetazione locale. Non mancarono i cosiddetti simulacri (bunker posticci allo scopo di ingannare il nemico) e strutture "travestite" da masi o fienili.
La notizia della febbrile attività costruttiva in Alto Adige giunse a Berlino e irritò non poco Hitler, che nel periodo della non-belligeranza italiana sospettava che Roma stesse progettando un ribaltamento improvviso delle alleanze proprio come avvenne alla vigilia della Grande Guerra. Da tali presupposti ebbe origine l'attività di spionaggio tedesca, anche perché tutte le richieste ufficiali di ispezione alle fortificazioni italiane da parte delle autorità germaniche nel periodo immediatamente precedente all'entrata in guerra dell'Italia furono dirottate sul settore occidentale al confine con la Francia.
Il compito di spiare i lavori al Vallo Alpino del Littorio fu affidato al servizio di intelligence militare tedesco operante all'estero, la Abwehr. Le prime fotografie dei lavori al vallo altoatesino pubblicate nel volume "L'occhio indiscreto-Das Indiskrete Auge" sono datate autunno 1940, quando i cantieri erano momentaneamente chiusi per la stagione invernale ormai alla porte. L'accesso alle strutture fu sicuramente facilitato da elementi della popolazione civile locale, dove erano attivi i membri dell'organizzazione clandestina VKS (Voelkischer Kampfring Suedtirols - Circolo Popolare Combattente del Sudtirolo) vicina al nazismo e a favore dell'annessione al Reich. La documentazione fotografica risulta infatti completa e dettagliata sui tutti e tre i livelli difensivi, a differenza della documentazione disponibile per il settore friulano della Carnia e del Tarvisiano dove le spie germaniche non godettero dell'appoggio della popolazione locale. L'attività di rilievo fotografico proseguirà anche durante l'anno 1941 nonostante l'attività di controspionaggio operata dal Servizio Informativo Militare e dai Carabinieri, periodo in cui i lavori del vallo giunsero all'apice.
Da quel periodo in avanti, le sorti del conflitto iniziarono ad essere sfavorevoli ai due alleati del "Patto d'Acciaio" e i gravi insuccessi italiani sul fronte greco e nordafricano fecero aumentare ancora di più i timori italiani riguardo alle mire del Terzo Reich sull'Alto Adige. I lavori al vallo si interromperanno definitivamente nel 1942, rimanendo incompleti. Sino a quella data strano stati realizzati infatti soltanto 306 bunker, meno della metà di quelli previsti. Anche la situazione degli armamenti era irrisolta, a causa della sempre maggiore richiesta di pezzi d'artiglieria per i soldati italiani impegnati al fronte. Alla vigilia della caduta del fascismo le strutture del vallo furono finalmente ispezionate da un personaggio di primo piano del governo di Berlino, il ministro degli armamenti Albert Speer, il quale poté riscontrare la sostanziale debolezza nell'armamento del sistema difensivo italiano presidiato dai militari della Guardia alla Frontiera. Il governo Mussolini cadde il 25 luglio 1943 e già il giorno seguente truppe tedesche, che nel frattempo si erano ammassate in Tirolo, passarono la frontiera del Brennero portandosi in territorio altoatesino semplicemente alzando la sbarra, iniziando così con due mesi di anticipo quello che accadrà in Italia all'indomani dell'armistizio, quando il Sudtirolo verrà direttamente annesso al Reich e governato da un fedelissimo del Fuhrer, il Gauleiter Franz Hofer. Tutti i militi della Guardia alla Frontiera in servizio lungo la linea difensiva del Vallo Alpino furono fatti prigionieri e deportati in Germania. I tedeschi presero possesso allora di tutte le planimetrie e le fotografie riguardanti il Vallo Alpino del Littorio, che inizialmente intendevano riutilizzare con l'idea di creare un ridotto difensivo alpino. In realtà in quei mesi la più grave minaccia veniva da Sud con la rapida avanzata delle forze alleate lungo la penisola, mentre il sistema difensivo era stato concepito per arrestare un'invasione proveniente da Nord.

Alla fine della guerra, il destino delle opere difensive sembrò segnato in quanto con i trattati del 1947 fu imposto all'Italia lo smantellamento delle fortificazioni belliche, attività che nel caso del Vallo Alpino del Littorio fu parzialmente svolta. Furono l'inizio della Guerra Fredda e l'ingresso dell'Italia nel Patto Atlantico a fermare la demolizione e a garantire un prolungamento dell'esistenza del Vallo dell'Alto Adige, nel frattempo rimasto incluso nel territorio italiano. Il riarmo di parte delle opere vide anche l'utilizzo di residuati bellici alleati, come le torrette dei carri armati Sherman e Pershing enucleate e posizionate presso i bunker del Vallo. La realtà della minaccia nucleare durante gli anni della Guerra Fredda fece perdere progressivamente l'importanza strategica del Vallo Alpino, fino alla sua dismissione definitiva avvenuta nel 1992 con la dissoluzione del blocco sovietico. Dal 1999 le opere superstiti sono state riconsegnate dalle autorità militari alla Provincia Autonoma di Bolzano.
Per costruire il Vallo Alpino in Alto Adige (nella sua pur incompleta realizzazione) furono gettati 1.680.750 metri cubi di calcestruzzo per opere che avrebbero dovuto ospitare più di 2.000 mitragliatrici e quasi 250 pezzi di artiglieria presidiati da oltre 28.000 soldati. Il costo complessivo delle strutture realizzate, rapportato all'attuale valuta in euro, arrivò a toccare i 430 milioni.

Lo sbarramento di Bolzano Sud: a sinistra il fosso anticarro e le strutture difensive segnate con i numeri in nero. A destra la zona industriale. La linea si estendeva per 2,5 km. (Bundesarchiv, BArch RH 11-III/437-447)

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