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Una nonna e il nipote perso. In Tribunale

La commovente lettera di una signora ripropone il tema delle decisioni dei giudici minorili. Leggete. E giudicate voi se questa è giustizia

Quella che segue è la lettera di una nonna lombarda. Disperata. Perché un Tribunale dei minori ha adottato misure che appaiono del tutto incoerenti su un bambino, in questo caso il nipote della signora. Lettere come questa sono purtroppo frequenti per chi abbia descritto casi di malagiustizia minorile sui giornali. Arrivano una mattina, come messaggi in bottiglia trascinati su un'ultima spiagia. Allora il cronista telefona al mittente. Spesso trova lacrime, inquietudine, sensi di colpa. A volte rabbia. E sempre (sempre!) una domanda: che cosa si può fare? La risposta è desolante come le storie che arrivano: nulla. Non si può fare nulla. I Tribunali dei minori sono enclave autonome, dove le ordinanze quasi sempre sono insindacabili e non opponibili perché (è un paradosso) sono provvisorie. Le gerarchie sono imperscrutabili, come le regole cui risponde una giurisdizione tanto complessa come crudele. Lascio la parola alla nonna lombarda, ovviamente anonima per la paura di ritorsioni. Giudicate voi la storia.

Ero convinta che un Tribunale dei minori fosse come tutti gli altri tribunali: accusa, difesa, prove... No. Il gudice dei minori ha tutti i poteri. In teoria dovrebbe tutelare il minore. Sono circa otto anni che, periodicamente, mi trovo davanti a un giudice che si comporta come il Dio in persona. Emette decreti che non vengono rispettati e non controlla.

Sono la nonna di un nipote di 14 anni, da sei orfano di madre: mia figlia, morta di infarto. Con mio marito, siamo dei nonni che hanno curato un nipote da prima della sua nascita. Nostra figlia aveva problemi di salute e il suo allora fidanzato non se ne curava per niente. Il loro rapporto si era concluso in pochi mesi. Lui però è il padre, e per i giudici solo questo è contato e conta.

Mia figlia era tornata a casa con noi. Lavorava, e il bambino viveva con noi. Il padre, però, a un certo punto ha chiesto e ha ottenuto dal giudice minorile che fosse allontanato da casa per i problemi di salute di nostra figlia. Così lei è morta, come noi temevamo. È morta una sera, da sola, davanti a suo figlio piccolo.

Nostro nipote è rimasto con noi fino a quando ha avuto quasi otto anni. Poi il giudice ha deciso di trasferirlo dal padre, in un paese distante da dove abitiamo.

Ci siamo opposti. Il padre, però, piuttosto che lasciarlo a noi ha proposto che fosse messo in comunità. Il giudice allora glielo ha affidato. A otto anni, mio nipote è stato completamente sradicato dai suoi affetti: parenti, amici, scuola, casa.

Da qui è nata la mia protesta al ministro della Giustizia. Si è attivato immediatamente con una richiesta, e consigliandoci di rivolgerci al Consiglio superiore della magistratura. Abbiamo ottenuto soltanto l'odio del giudice. È arrivato un decreto che ci avvertiva che "in caso di inottemperanza saranno rivisti i tempi di permanenza del bambino presso i nonni, i quali devono astenersi dal fare qualsiasi commento sul padre del minore e sulla sua nuova compagna". (...)

In altri decreti, il giudice ha incaricato i Servizi sociali di monitorare la situazione del bambino. Ma questo non è mai avvenuto e il giudice stesso non ha mai controllato.

Il bambino è in balia di un padre che lavora lontano dalla sua residenza, dal mattino presto fino a tarda sera.

Mio nipote oggi ha 14 anni e può telefonarci due volte alla settimana. Si sente diverso dai suoi compagni, che usano regolarmente il cellulare.

Dopo l'affidamento, quando ancora aveva otto anni, il giudice aveva stabilito che il padre di nostro nipote dovesse stare con suo figlio almeno fino all'inizio della scuola, utilizzando ferie e aspettative. Era il 4 luglio e la scuola iniziava a metà settembre. Dopo qualche giorno il bambino è stato sistemato in un centro estivo. Per il resto del tempo è stato "parcheggiato" da una zia, un'altra nonna, dei vicini. Nessun controllo del giudice.

Durante quell'anno scolastico, mio nipote vomitava spesso ed era incontinente. Avevo telefonato alle assistenti sociali. La loro risposta: tutto normale. Evidentemente i giudici minorili amano davvero i bambini.

Nele due o tre ore settimanali che trascorreva con noi, avevo notato che era abulico, non rideva mai e nemmeno piangeva. Gli ho chiesto come mai. Mi ha risposto che piangeva quando nessuno lo vedeva, cioè di notte. Quanto dolore in lui! Un'altra volta mi ha confidato che quando gli capitava qualcosa di bello o di brutto non sapeva a chi dirlo.

Mio nipote ha perso sua madre (e in quale modo!). È stato strappato alla sua famiglia. Ha perso gli amici e tutti i parenti della parte materna. (...) Recentemente è mancata anche la sua nonna paterna: a volte lo custodiva dopo la scuola, fino al rientro del padre. Negli ultimi anni mio nipote ha sempre cenato da solo, sia a pranzo che a cena.

Arrivo al dunque. Dopo tutti questi traumi, senza la presenza rassicurante di un padre, si può pensare che il bambino abbia qualche problema? A scuola risulta che abbia una notevole immaturità affettiva.

Il minimo che potessimo chiedere al giudice era un aiuto psicologico specializzato per il bambino. Ma il padre non ha acconsentito, anche se sarebbe stato gratis. Il giudice quindi ha detto no.

La conclusione: davvero questi giudici lavorano per il bene dei minori?

Ho scrtto a Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica e presidente del Csm. Nessuna risposta.

Ora mi auguro che pubblichiate questa mia e che qualche consigliere o addetto stampa del Presidente legga Panorama.

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia perché non favorisce i rapporti tra nonni e nipoti in queste situazioni. Noi siamo stati più che nonni, ma viviamo in un clima terribile.

Grazie.



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