guerra ucraina
(Ansa)
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Un mese di guerra, tra morti, polemiche e sanzioni sempre più strette (che forse non bastano)

il 24 febbraio i primi missili russi sull'Ucraina davano il via all'invasione ed alla nascita di un mondo diverso. L'occidente unito ma debole punta tutto sulle sanzioni

Un mese fa ci siamo svegliati con la guerra in Ucraina, con i primi missili su Kiev, con la paura che potesse in una maniera o nell’altra arrivare anche a casa nostra. È passato un mese e molte cose sono successe, sul campo di battaglia e dal punto di vista diplomatico-economico.

Dal punto di vista militare le cose per la Russia si sono messe male; chi pensava ad una facile guerra lampo, data la sproporzione evidente di forze tra i due contendenti, si è dovuto ricredere. Chi pensava ad un golpe interno ucraino per spodestare Zelensky ed aprire le porte ad un governo fantoccio del Cremlino si è dovuto ricredere. La resistenza del popolo, non del solo esercito, ma del popolo ucraino ha fatto tutta la differenza del mondo e rallentato l’avanzata russa. I nostri analisti militari hanno spiegato bene in questi 30 giorni errori e mancanze dell’esercito di Mosca (sistemi di comunicazione, mezzi vetusti, troppi soldati di leva inviati al fronte) e le perdite ormai da più parti vengono conteggiate nell’ordine dei 15 mila soldati oltre a centinaia di carri, decine di aerei ed elicotteri. A tutto questo va poi aggiunto il fattore «meteo». La primavera (lo scrisse qui a gennaio il nostro Sergio Barlocchetti) trasformerà i campi gelati dell’Ucraina in distese di fango dove i mezzi russi si impantaneranno. E così è stato. Certo, Putin è sempre il più forte ma per la conquista dell’Ucraina (intera) ci vorranno mesi, decine di migliaia di morti, milioni di profughi e città rase al suolo.

Dal punto di vista politico poi è innegabile che questa guerra abbia evidenziato pregi e difetti. Ad esempio l’Onu ha confermato la sua totale inutilità su questioni davvero importanti. Ma anche l’Europa non è stata da meno. I tentativi diplomatici infatti sono più frutto di iniziative personali di vari capi di stato e di governo, ognuno poi con le sue ragioni personali. Macron è stato il più attivo, guarda caso a poche settimane dalle elezioni presidenziali francesi. Il cancelliere tedesco Scholz è stato il più cauto, ben sapendo che la Germania non può fare a meno del gas russo altrimenti la recessione sarebbe automatica. Boris Johnson il più duro, come conferma la decisione di ieri di inviare altri 6mila missili a Kiev, ma, sappiamo bene che il Regno Unito sia uscito dall’Unione Europea. E l’Italia?

Mesi fa avevamo la certezza che Mario Draghi fosse una delle figure più influenti anche a livello internazionale, di tutto il mondo. In questa vicenda però è innegabile che abbiamo avuto un ruolo marginale: mai il nostro premier ha parlato con Putin in prima persona, e ogni decisione presa è stata frutto di intese chiuse prima con Bruxelles o con Washington.

C’è poi la partita economica. L’Europa e l’occidente, uniti, hanno giocato la carta delle sanzioni contro Mosca. Grandi annunci, aggettivi roboanti sulla loro forza ed efficacia, ma i risultati saranno visibili solo tra mesi, se ci saranno. Anche perché Mosca ha dalla sua l’appoggio di Pechino (come mostrato anche dalla votazione di ieri all’Onu). E, diciamo la verità, saremmo degli illusi a pensare che basta colpire i conti degli oligarchi, e sequestrare qualche yacht o casa di lusso per spodestare dal suo trono Putin.In più ci siamo scoperti molto vulnerabili sul gas e su altre materie prime (grano, mais etc etc). L’Italia come molti altri paesi hanno deciso di rendersi indipendenti dal gas russo, ma non avverrà prima di un paio d’anni. Certo, meglio tardi che mai (magari puntando sul nucleare di ultima generazione mettendo da parte preconcetti ormai superati e dannosi), ma soprattutto per l’inverno prossimo se Mosca dovesse chiudere il rubinetto sarebbero dolori. Su tutto il fatto che questa guerra ci costerà almeno due punti di pil in quello che doveva essere l’hanno della vera ripresa economica dopo la pandemia.

Poi, non possiamo negarlo, c’è la questione politica interna. Siamo di sicuro il paese più diviso, tra filo-putiniani presunti o reali e contrari. Siamo divisi in maniera pesante sull’aumento delle spese militari con il Movimento 5 Stelle che si dice pronto a votare No (aprendo ad una possibile crisi di governo) e la Lega molto combattuta, come lo è stata anche sulla fornitura di armi a Kiev. Paradossalmente i più «guerrafondai» sono quelli del Pd, con tutte le contraddizioni e le conseguenze interne del caso.

Tutto questo in un mese. Complesso, difficile. Come saranno i prossimi.

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