Ucraina: la colpevole ambiguità delle cancellerie occidentali
Ucraina: la colpevole ambiguità delle cancellerie occidentali
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Ucraina: la colpevole ambiguità delle cancellerie occidentali

Con l’operazione delle forze speciali di Kiev per riprendere il controllo dell’Est, si è aperta una ferita che difficilmente la riunione delle superpotenze a Ginevra riuscirà a sanare. L’Ucraina non è già più un unico Paese

per Lookout news

L’ambiguità delle cancellerie occidentali e l’atteggiamento intransigente dei governi americano e russo nel caso ucraino, fermi sulle proprie posizioni nonostante le telefonate rituali tra Obama e Putin, hanno dunque portato alla situazione di guerra civile nella quale sta scivolando velocemente l’Ucraina e di fronte alla quale siamo ormai spettatori.

Il governo di Kiev aveva lanciato un ultimatum di 48 ore agli anti-governativi filorussi, scaduto due giorni fa. Dopo l’iniziale titubanza, il comando militare ha iniziato le operazioni speciali anti-terrorismo, con l’ausilio dei mezzi dell’esercito e dell’aviazione.

Le cronache che provengono dalle regioni dell’est ucraino - Donetsk, Luhansk, Sloviansk, Kramatorsk, Druzhkivka sono le principali località interessate dalle ostilità - riportano già diversi morti, ostaggi, occupazioni di sedi governative, operazioni per liberarle e nuove occupazioni degli anti-governativi. Con il giallo della presenza dall’una e dall’altra parte di uomini in divisa, senza segni distintivi che ne chiariscano l’appartenenza. Ma su questo torneremo più avanti.

- L’ultimatum

Lanciare un ultimatum è sempre un fatto molto grave e pericoloso. Il solo pronunciare questa parola da parte di un governo conduce inevitabilmente alla fine di ogni trattativa in corso e segna un’inevitabile linea rossa, oltrepassata la quale è impossibile fare retromarcia. La classica extrema ratio che solitamente prelude al peggio, e che certifica l’impotenza o l’incapacità della componente diplomatica durante una crisi.

Così è avvenuto in Egitto lo scorso luglio con il colpo di Stato militare che ha deposto il presidente Mohammed Morsi, così in precedenza era avvenuto con gli ultimatum tra Assad e il Free Syrian Army che hanno poi scatenato la guerra civile che abbiamo visto. Così, oggi è toccato all’Ucraina.

Il punto è però che l’Ucraina è il cuore dell’Europa orientale e una guerra civile in Europa appare oggi come un fallimento epocale delle politiche comunitarie (anche se l’Ucraina non è parte integrante dell’Unione Europea), che prefigura un percorso a ostacoli per l’esito della crisi politica ed economica che morde il Vecchio Continente, schiavo di un’impalcatura istituzionale, la UE, che ha molti organi orizzontali e trasversali agli Stati membri, ma non ha una testa e dunque alcun potere decisionale.

- Le trattative

Resta confermato per domani il vertice a Ginevra tra Usa, Russia, Ue e Ucraina, ma i presupposti dai quali prenderà il via il vertice non sono già più quelli che ciascuna parte sperava. Ed è facile che Ginevra sia nuovamente teatro di un sostanziale stallo, come abbiamo visto accadere per la Conferenza sulla Siria.

 

Né è andata meglio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU - massimo organo sovranazionale dove siedono Usa, Russia, Regno Unito, Francia e Cina - luogo di reciproche accuse e di futuri veti incrociati, che promette sia di essere nuovamente interpellato sia di certificare l’impasse. Questo perché qualcuno non vuole una soluzione rapida.

- A chi conviene il caos?

L’Ucraina, che ha rovesciato il proprio presidente in seguito alle proteste di piazza Maidan a Kiev, pretende infatti di governare il Paese con un parlamento rissoso e con un terzo del Paese che si è ribellato al presidente ad interim Oleksandr Turcinov. La recente perdita della Crimea, fagocitata dalla Russia, avrebbe dovuto indurre quantomeno il governo a riflettere sull’opportunità di concedersi tempo per codificare una exit strategy che non prevedesse l’uso della forza, ma ormai è tardi. I casi precedenti della Cecenia e della Georgia non devono aver fatto scuola al ministero della Difesa di Kiev.

Gli Stati Uniti, che difendono il nuovo governo, sono pesantemente coinvolti in Ucraina. Dopo le ingerenze della CIA in Ucraina negli anni precedenti (vedi la Rivoluzione Arancione del 2004), nel weekend scorso il direttore dell’Agenzia, John Brennan, è stato scoperto a colloquio con alti ufficiali di Kiev, come confermato dallo stesso portavoce della Casa Bianca, Jay Carney.

E non si placano le accuse, soprattutto da parte di Mosca, della presenza di mercenari della Greystone Limited, società di contractors americana, che già avrebbero preso parte agli scontri in piazza Maidan nei mesi scorsi e che avrebbero incrementato la propria presenza nel Paese da due mesi a questa parte.

La Russia è ovviamente in prima linea nella crisi: dopo aver “fatto la sua parte” annettendo la penisola di Crimea che aveva votato l’annessione alla Federazione Russa attraverso un referendum, oggi gioca un ruolo aggressivo e forse spregiudicato. Il suo interesse in Ucraina è noto: la storia recente racconta di un Paese satellite di Mosca, a cui il Cremlino non rinuncerà mai. E la dimostrazione è palese sia nel sostegno operativo ai filorussi (in questo caso non si tratta di mercenari ma di uomini delle forze speciali che guidano o coadiuvano le operazioni di degli anti-governativi) sia nell’imponente schieramento di truppe al confine, pronte anche all’invasione.

- Le vittime della politica

In tutto ciò, la prima vittima della guerra civile imminente è l’Ucraina stessa, il cui futuro sembra al momento destinato a una spartizione in due del Paese. Se i colloqui di Ginevra non riusciranno non tanto a imporre un cessate il fuoco ma piuttosto a produrre una soluzione - sia essa federativa, referendaria o quant’altro - il rischio concreto non è più la divisione sul modello slovacco del Paese ma piuttosto quello di ritrovarsi con un’altra Berlino e un altro muro eretto sull’intransigenza di due potenze con visioni antitetiche del mondo, quella russa e quella occidentale-americana, che per fare una guerra economica sono disposte anche a fare una guerra (in)civile. 

 

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