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La Crimea si autoproclama russa e scoppia il caos

Tensione alle stelle in Ucraina dopo il voto del parlamento di Simferopoli che sceglie l'annessione alla Russia. Vertice straordinario a Bruxelles, mentre un cacciatorpediniere Usa arriva nel Mar Nero. La verità sulla strage di Maidan

La Crimea sceglie la Russia e si scatena il caos. Nel giorno in cui il segretario di Stato americano, John Kerry, incontra il suo omologo russo Sergey Lavrov a Roma, in occasione di un vertice sulla situazione in Libia, e mentre a Bruxelles i capi di Stato e di governo dell'Unione tengono un vertice straordinario sulle prossime azioni da mettere in campo per risolvere la crisi ucraina, dal Parlamento di Simferopoli arriva una doccia fredda per le diplomazie di tutto il mondo: la leadership filo-russa della Crimea ha accelerato i tempi, votando una mozione parlamentare che chiede l'annessione alla Federazione russa. Il tutto a dieci giorni dal referendum sull'indipendenza già anticipato al 16 marzo.

Il premier ucraino, Arseny Yatseniuk, ha denunciato l'illegittimità del voto in Crimea, definendolo un passo "incostituzionale". Angela Merkel ha definito anch'essa illegale il referendum  Ricordiamo che la Crimea non è uno stato indipendente, ma una sorta di regione a statuto speciale all'interno dell'Ucraina e che, pur avendo un "parlamentino", un premier e un presidente, appartiene al territorio dell'Ucraina e dipende quindi in tutto e per tutto dalle decisioni della Rada di Kiev.

E proprio dalla capitale dell'Ucraina i giudici hanno spiccato un mandato d'arresto sia per il premier che per il presidente del Parlamento di Simferopoli, Sergey Aksionov e Vladimir Kostantivov, perché stanno portando la Penisola nelle braccia del Cremlino in modo totalmente "illegittimo". Lo stesso referendum che si terrà tra una decina di giorni è stato bollato da Kiev come un atto fuorilegge. Il premier ucraino ha poi annunciato di essere pronto a firmare l'accordo di associazione con l'Europa.

Le notizie dalla Crimea hanno alimentato una nuova escalation, che, a dirla tutta, non fa comodo nemmeno a Mosca. La posizione di Vladimir Putin era chiara, almeno fino a questa mattina: la Russia non ha mai parlato di annessione della Crimea, ma si è detta pronta a sostenere il referendum sulle sorti della Penisola. Insomma, Putin ha giocato la carta del tempo per decidere con in mano il risultato delle urne, ma il Parlamento della Crimea ha anticipato tutto, facendo precipitare la situazione. E gli effetti si sono visti immediatamente.

Durissima la reazione americana. Mentre il capo della diplomazia russa fa sapere dalla Farnesina che è andato a vuoto anche questo nuovo incontro con John Kerry, dagli Stati Uniti la Casa Bianca annuncia sanzioni contro esponenti russi e ucraini che hanno violato la legittima sovranità del Paese. Washington ha bloccato le emissioni di visti di ingresso e ha disposto il congelamento dei beni per una serie di persone che risultano "più direttamente coinvolte nella destabilizzazione dell'Ucraina e della Crimea". In più, un cacciatorpediniere americano si sta avvicinando al Mar Nero e sabato attraccherà nel porto di Costanza per una serie di esercitazioni, che il Pentagono ha definito come: "in programma da tempo". Ma è inevitabile pensare che gli Usa vogliano essere pronti nel caso si ravvisi la necessità di un intervento militare nell'area.

Dalla Russia nessuna parola per bocca di Putin, che ha riunito d'urgenza il consiglio di Sicurezza della Federazione, ma è il premier, Dmitri Medvedev, che fa sapere che si sta lavorando alla semplificazione del sistema per concedere la nazionalità ai cittadini stranieri russofoni che abbiano vissuto in Russia o in altre repubbliche ex sovietiche. Il capo del governo russo aggiunge che nel giro di qualche giorno Mosca potrebbe adottare un provvedimento per semplificare le procedure che consentono a "parti di Stati stranieri" di unirsi alla Federazione russa.

La Crimea non si vuole piegare alla volontà di Kiev e sfida apertamente il nuovo esecutivo ucraino, dichiarando che la mozione votata a maggioranza dal parlamentino di Simferepoli ha effetto immediato e che la Penisola è pronta ad adottare il rublo come valuta e a nazionalizzare le proprietà dello Stato ucraino. Una mossa del genere equivale a una dichiarazione di guerra. E che la tensione sia alla stelle lo dimostra anche il fatto che 40 osservatori dell'Osce sono stati bloccati al loro ingresso in Crimea da un gruppo di uomini armati.  

In tutto questo, si attende la reazione dell'Unione europea, riunita per un vertice straordinario a Bruxelles. Anche se la bozza del comunicato finale è stata già anticipata dal blog del Financial Times e testimonia una posizione attendista dell'Ue, spaccata al suo interno tra coloro che non vogliono la linea dura con Mosca (Germania, Italia e Olanda) e coloro che invece chiedono azioni più risolute contro la Russia. In ogni caso, sembra che a Bruxelles le colombe prevalgano sui falchi e il documento pubblicato in anticipo da FT in realtà non svela nulla di nuovo rispetto alle solite posizioni di un'Europa che non prende mai posizione.

Il vertice di Bruxelles sostanzialmente servirà a ratificare con la firma dei 28 Paesi membri il maxi-prestito dell'Ue a Kiev (11 miliardi di euro), che si aggiunge a 1 miliardo del Fondo Monetario Internazionale e a 1 miliardo messo sul tavolo dagli Usa. 13 miliardi in tutto, quasi quanto offerto dai russi nell'accordo stretto da Putin e Yanukovich, prima che la situazione a Kiev precipitasse. 

Ma con il voto di Simferopoli le cose cambiano e i 28 capi di Stato e di Governo europei forse saranno costretti a rivedere completamente la loro bozza d'accordo. I ministri degli Esteri dell'Ue, che si sono riunite a inizio settimana, hanno già concordato un pacchetto di "misure mirate" contro la Russia, ma Usa, Francia, Germania e Gran Bretagna hanno deciso di adottare la linea morbida, almeno fino a oggi.

Esiste una variegata possibilità di sanzioni contro la Russia, prima fra tutte la sospensione del negoziato sui visti. E' un'ipotesi possibile e colpirebbe al cuore Mosca, che dal 2007 è impegnata nelle trattative con l'Ue per la liberalizzazione degli ingressi dei suoi cittadini. C'è poi il capitolo armi: l'Europa potrebbe imporre restrizioni sulle esportazioni di armi verso la Russia. Una misura, questa, di scarso impatto per Mosca che è la prima produttrice del suo arsenale.

Bruxelles potrebbe poi revocare visti a specifici funzionari della Federazione, impedendogli di viaggiare nel territorio dell'Unione. Ma questa possibilità è remota, almeno tanto quella sulla restrizione dell'export delle armi. Una simile azione finora è stata messa in pratica solo con la Bielorussia, la Siria e la Libia, ma sarebbe difficile per Bruxelles giustificarla contro al Russia, dato che mancano le cosiddette pezze d'appoggio.

Infine, sono in campo anche altre tre opzioni, ma la loro realizzazione è altamente improbabile: la cancellazione della partecipazione al G8 di Sochi a giugno, il congelamento dei beni dei papaveri russi e le restrizioni commerciali. Il G7 ha già sospeso i preparativi per l'incontro di Sochi, ma non ha cancellato la sua presenza. Questo sarebbe un affronto diplomatico durissimo nei confronti di Mosca, che l'Ue - fragile politicamente e polarizzata in quanto a obiettivi e interessi - potrebbe prendere solo sotto il cappello di Stati Uniti, Giappone e Canada.

E all'idea del congelamento dei beni agli oligarchi, la Gran Bretagna è insorta. La maggior parte dei ricconi russi ha investimenti sulla piazza di Londra e un'azione contro di loro creerebbe il caos sul mercato, minando la stabilità finanziaria del Regno. Stessa cosa vale per le restrizioni commerciali: l'Europa acquista dalla Russia il 25% dell'energia che utilizza. Aumentare tariffe e barriere doganali non farebbe bene a Bruxelles e, oltre a "punire" Mosca, colpirebbe in piena faccia l'Unione a mo' di boomerang sulla via del ritorno.

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